«Gli sciocchi prendono un coltello e pugnalano gli altri alle spalle. Il saggio prende un coltello, recide la corda e si libera dagli sciocchi»

(Rachel Welkin)

Quando frequentavo le lezioni di didattica alla facoltà di Teologia (sì, questa strana circostanza in cui anche nell’università dei massimi sistemi del pensiero ti insegnano ad insegnare e senza non arriveresti da nessuna parte, o almeno non dall’altro lato della cattedra), la mia docente parlò di cassetti.

Sì, i cassetti che al sud chiamiamo tiretti, perché si tirano. Disse che i cassetti non si devono mai lasciare aperti nella vana speranza che prima o poi qualche agente esterno arrivi a chiuderli, perché ogni cassetto lasciato aperto, prima o poi tornerà a ricordarti che lo hai tirato fuori e non lo hai spinto di nuovo al suo posto. “Piuttosto rimescolate l’ordine del contenuto, buttate maglioni, lasciate spazi vuoti, ma chiudetelo il cassetto, sempre, prima di andare avanti”. Come recidere una corda, liberarsi.

Da quel momento la mia vita si è trasformata in un settimino. Lo dovevo aver comprato in qualche serio negozio di antiquariato, poiché mi resi conto che era un mobile ben fatto e piacevole alla vista: alto quanto bastava, di legno pregiato e senza segni di usura esterni. Dovevo averne avuto cura, senza neanche saperlo: spolverato e ripulito con oli di prima scelta e strofinacci morbidi. A primo acchito lo vidi con i cassetti tutti chiusi e mi sentii tranquilla, però ad un’attenta osservazione notai che ogni cassetto aveva la toppa.

Alcuni avevano la chiave inserita e girata verso la chiusura, altri avevano la chiave dritta, solo alcuni non l’avevano affatto ed erano gli unici a non aprirsi. L’avevo buttata la chiave, eppure quel settimino restava un mobile irrisolto, ed ora lo vedevo.

Neanche allora ero sola; io ed alcuni attenti ascoltatori avevamo, infatti, aperto una rivendita di mobili e parlavamo solo in quella lingua: ogni cosa diventava un calzino da mettere a posto, una canotta da sistemare, un pantalone da buttare, uno spazio da riempire… e quanto erano profondi quei cassetti. Per questo erano solo sette, avevo finalmente intuito: potevano contenere ognuno un’intera fetta di universo. Incredibile.

Ha così avuto inizio la gara d’appalto per capire quale ditta avrebbe potuto, meglio di altre, andare a girare nel verso giusto tutte quelle chiavi, per poi buttarle dove nemmeno il diavolo mai più le avrebbe trovate. Scoprimmo, così, che nessuna ditta poteva spuntarla, i cassetti li dovevamo chiudere noi.

Così, con la più ampia dose di incoscienza, decisi di iniziare il lavoro. Se ero arrivata lì dov’ero e troppo spesso arrancavo, il motivo doveva essere quello: non avevo chiuso tutti i cassetti prima di andare avanti. E considerata tutta la strada che avevo fatto, non sarebbe stato un lavoro semplice. Senza alcuna pretesa di riuscita, iniziai.

Cosa trovai?

Una miriade di immondizia accumulatasi nel tempo, sotto la quale giacevano diversi oggetti e capi di abbigliamento a cui ogni giorno ne aggiungevo di nuovi: fra questi un maglione blu, dei pantaloni taglia XXXL che boh, a chi mai potevano essere appartenuti?, una veretta con undici brillanti che, dacché ero ragazzina, mi faceva allergia e mi scrostava letteralmente la pelle del dito (non era la mia, era stata di mia madre. Le ferite erano in transizione, evidentemente), tutta una serie di infinite altre cose che non so dire. Mentre scrivo, solo mentre scrivo mi accorgo che non ne ho memoria.

Signori, ciò vorrà forse dire che ho buttato diverse chiavi?

Ecco un cd ed un pacco di lettere manoscritte dal sapore antichissimo, una copia autentica e costosissima del ritratto di Dorian Grey (le cui labbra riscrivevano il corso della storia). Ma sono anche questi ricordi confusi, “come di pioggia che lava i marciapiedi e a noi scivola in faccia”. E se non sono messi in cassetti chiusi e dimenticati, sono in cassetti chiusi con il frontalino di vetro, quelli in cui ho conservato le cose andate, ma degne di essere viste. I ricordi? Chissà.

E allora cosa ho adesso per le mani? Guardiamo insieme, perché credetemi, sto guardando adesso, solo adesso.

Apriamo un cassetto con la chiave già girata, ma non ancora scomparsa: c’è una vestaglia, degli slip di cotone bordeaux, un pantalone di tuta nero con una scritta bianca che non focalizzo, una canotta grigia con i bordi neri (o forse blu), una felpa grigia con il cappuccio, un pantalone beige di tessuto sintetico con i tasconi e delle vistose parti nere a sottile bordo bianco (modello “me la sono fatta addosso”, avrebbe detto mia madre), anche un paio di scarpe c’è! (Hanno qualcosa di arancione, non so cosa), un calzino corto grigio con qualcosa di giallo (solo uno, l’altro deve essere rimasto attaccato al piede); c’è una cintura e ancora una felpa mimetica in stile militare. A guardar bene ci sono anche dei fogli bianchi a righe rosse, tipo carta velina. Non so perché la mia mente dice che dovrebbero essere più di quelli che sono, ne avrò persi un paio strada facendo o, peggio, non li avrò mai avuti. E c’è una camicia celeste, l’unica cosa che sembra essere estranea a questo disordine senza soluzione di continuità.

E allora dico che questo cassetto ha qualcosa di brutto, qualcosa di cattivo, ci ho messo troppa dovizia nell’elencarne il contenuto per poter dire che la chiave era girata bene. Forse per chiudere i cassetti, vorrei chiedere alla mia professoressa, serve il perdono?

Io però mi sono già data una risposta: ho appena perdonato ciascuno di quegli indumenti che mi imbruttiscono stranamente il volto, ciascuno di quei fogli, ogni angolo di quel disordine. E con tutta la beatitudine della leggerezza di chi ha sentito il demonio allontanarsi, come davvero esistesse quel coso inutile che è solo assenza di bene, sto buttando la chiave in un buco nero, guardando al cassetto successivo, che non ha niente di confondibile.

È aperto, apertissimo: c’è una quantità inaudita di libri, una foto con i capelli ricci più belli del mondo ed una bambina che ha gli occhi più blu io conosca, un grembiulino blu, una sciarpa bianca che custodisce un libro con un leone in copertina seduto accanto ad uno stano nonno che tiene in mano una molletta arancione, un ciondolo a forma di lettera K ed il disegno di un mandarino, c’è una spazzola con un phon, ancora la foto di un grande cane marrone con gli occhi color oro, una camicia bianca con dei bellissimi polsini e dei piccoli gemelli a forma di Coltello; toh, i biglietti di quattro concerti, un dvd di un cartone Manga ed un disegno in bianco e nero che raffigura una formica, una litografia di Klimt tenuta ferma da una Forchetta, un gomitolo di lana rossa ed una scimmia di peluche con il ciondolo del suo nome: Berta. E poi una scatola, sul cui coperchio troneggia la lettera Acca: contiene una tutina nera, un paio di scarpe rosse con i tacchi a spillo e su di loro, come fosse un re, c’è un elastico per capelli. Nero. Semplicissimo. Rotondo. AccAnto a lui, una Margherita bianca.

Ancora, laggiù, in fondo, messa in modo tale da impedire completamente la chiusura del cassetto c’è lei, la Bibbia, che mi guarda e sorride. Che scema la mia Bibbia! È scema come me, che Le sorrido di rimando: come due che si sono capite. Questo cassetto è il mio posto e non so per quanto ancora lo sarà. Lo riordinerò, lo farò diventare maniacalmente quadrato, lo lascerò fluire? No, non lo so.

Una sola cosa posso fare per rendergli merito: viverlo.

E voi? Voi ci avevate mai pensato alla storia dei cassetti? Io credo che se ognuno ne parlasse, insieme faremmo venire fuori settordici serie complete della Treccani.

E non dispero: magari un giorno, navigatori infiniti, lo faremo. E quello sì, secondo me, sarebbe un gran bel giorno, fatto di tasselli incredibilmente eterogenei in un numero che supererebbe di gran lunga, ma in quantità davvero esponenziale, la metà di mille.

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FontePhotocredits: Myriam Acca Massarelli
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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.