«Il vuoto non è quello spazio in cui cadi, ma quel tempo in cui resti»

Esistono milioni di condizioni umane che possono portare qualcuno a non sentirsi bene.

Possono esserci discussioni, sconfitte, perdite, mancanze, noia, grossi guai, o grandi sciocchezze: nessuna di queste cose è discutibile, stava pensando Alberto. Ed era un Alberto nuovo, non di zecca, lindo e pinto, ma certamente nuovo, poiché rotto.

La contraddizione in termini. È che si era rotto sul serio troppo poco nella sua esistenza, aveva quella maledetta capacità di reinventarsi e apparire sempre pronto a rialzarsi. Non l’aveva comprata da nessuna parte: in talune occasioni si era ritenuto proprio portatore sano di quella caratteristica che a volte aveva il profilo di una malattia.

In mezzo ai moralisti, niente altro che aspiranti peccatori a cui era mancata l’offerta, lui aveva fatto della morale qualcosa di diverso e, senza mai dimenticarla, la usava a beneficio di tutti, salvo che di sé stesso, fondamentalmente perché non si tollerava e in mezzo a tutte le occasioni in cui poteva rimproverarsi, ma mai al punto di prendersi a frustate, aveva finalmente trovato quella della svolta: aveva fortemente sbattuto la faccia contro qualcosa che mai aveva provato così forte fino a quel momento di qualche giorno prima.

È che si era ritrovato annaspante nel più soffocante dei luoghi bui ricordasse di aver mai visto: di turbini ne aveva affrontati, ben più evidenti, ben più ovvi, ben più temibili.

E forse per questo era improvvisamente scivolato dentro la morsa, senza ossigeno per la sua testa ed aveva provato la galera dell’esclusivo monossido di carbonio: si era sentito ridicolo e totalmente privo di qualsiasi spessore.

Questo era: un cretino. Un inutile cretino che troppa gente, sé stesso incluso, continuava a credere degno di una qualche attenzione.

E invece quella volta di qualche giorno prima no, lui aveva proprio avuto la nettissima e devastante percezione della verità: valeva una miseria. E miserabile era quanto stava raccogliendo.

Sfido io a potersi fare una facile ragione di una tale evidenza: ode e lode all’onestà intellettuale di quell’uomo, ma non so se si possa sopravvivere a tanto.

Bene, si sappia che lui aveva un’ancora di salvezza, la stessa per cui quella volta aveva capito che era l’orlo del precipizio ciò di cui si trattava. Alberto scriveva. Ecco, nel momento in cui pensò alla sua penna come ad un’inenarrabile idiozia, quando ne provò vergogna tanto da volerla vedere bruciare all’inferno ed ebbe l’istinto impetuoso di cancellarne ogni traccia, provando una rabbia inconsulta perché quelle tracce ormai esistevano e non si potevano rimuovere, allora si arrestò, insieme a tutto quel tremendo macinare.

Se lo ripeté da immobile: è finita. Sei finito. Giovanni Verga smise di scrivere per oltre vent’anni perché era esattamente quello, un uomo finito. Solo questo concetto gli rimbombava dentro. E lui si vergognava alla sola idea di prendere la penna in mano: non voleva più sottoporsi al pubblico ludibrio, perché quello era. Miserabile idiota, su un palcoscenico fatto di niente.

Anche il dover giustificare la ragione improvvisa del mancato uso dell’inchiostro gli sembrava niente rispetto alla vergogna che sentiva al solo pensiero di fare il contrario. In realtà non si capacitava nemmeno di come avesse potuto, fino a quel momento, osare tanto senza accorgersi di niente.

Aveva ragione e anche vergogna: era finita, poiché era finito lui e non ci voleva nulla per decretarlo, dacché era mummificato e inebetito.

Solo che nel bel mezzo di questo processo giunse la voce di un perfetto sconosciuto a dargli un altro ceffone. Certo, l’artefice di sicuro aveva pensato ad una carezza, non poteva immaginare quale violenza rappresentava per Alberto, quel giorno, ricevere un invito a non smettere mai di fare esattamente quello: scrivere.

Ebbene, il nostro Alberto era un grandissimo stronzo, signori, la penna la sapeva usare ed era capacissimo di farsi credere: un uomo finito non risponde agli sconosciuti, specie se gli hanno, seppure involontariamente, dato uno schiaffo.

Lui, invece, pur di non mostrarsi, si mostrò: trovò la risposta per quell’estraneo e si concentrò poi su Kafka:

Il tempo che ti è assegnato è così

breve che se perdi un secondo hai

già perduto tutta la vita, perché non

dura di più, dura solo quanto il tempo

che perdi. Se dunque hai imboccato

una via, prosegui per quella,

in qualunque circostanza, non puoi

che guadagnare, non corri alcun pericolo,

alla fine forse precipiterai, ma se ti fossi

voltato indietro fin dopo i primi passi e

fossi sceso giù per la scala, saresti

precipitato fin da principio, e non forse,

ma certissimamente.

Sei precipitato, Alberto. Certissimamente. Ed è questo quello che ti attanaglia perché non ce la fai a cedere e a uscire vincente dalla guerra contro te stesso, la cui colonna sonora è sempre stata pensare che devi lasciarti accadere la vita, poiché la vita ha ragione: sempre ed in ogni caso.


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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

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