Rosy, si avvicinò al marito e aspettò per dirgli qualcosa

Di buon mattino, l’azzurrità intorno si era assai diffusa, quasi da sembrare che qualcuno avesse messo al sole degli arazzi bagnati: tessuti sontuosi d’infinita fattura e bellezza, messi magistralmente lì, ad asciugare. Forse una mano invisibile li aveva svolti, quasi adagiandoli con una delicatezza estranea, non lucrosa, ma per provvida, naturale sensibilità. Probabilmente li avrà posati nel cielo, dopo averli lavati con la fredda brina mattutina di quel giorno di autunno.

Quasi indolente il sole, mentre affannoso arrancava la salita, lasciandosi alle spalle una scia di tenebre. Sulla natura infreddolita, arrivava a sparpagliare, uniformi, i suoi raggi, dandole il primo accurato, benevolo, tiepido soffio di calore, per un risveglio, una ripresa di respiro, di sollievo e di luce, dopo il caloroso incedere, quello che aveva compiuto a illuminare il suo tragitto, poi lasciatosi alle spalle nel buio, dopo averlo affidato alla luna e alle lontanissime stelle del firmamento.

Erano stati, un cielo colmo di velate, indefinite stelle e le lontanissime, sperdute galassie, appunto, nel loro sempiterno vagare, traslando i loro corpi, opachi, luminosi, negli angoli più misteriosi di un cosmo interminabile: i testimoni di tale, sempiterno corso, di affannoso, mancante respiro.

Nessuna tregua per l’orologio astrologico: sempre e instancabilmente pulsante a reprimere la noia in sì grandioso rilievo: dimensione da stordire la più profonda e squilibrata, sproporzionata, pazza fantasia. Di fronte all’impossibilità di percepire simili confini, per l’uomo, non sarà più lecito, non potrà egli accusarsi, rincuorante, sentirsi parte, timido, utile, pur se impacciato tassello dell’insieme, e rivolgersi fiducioso a Dio?

Era rimasto tutto sospeso in una consolidata apertura fantasmagorica, dove accenni di ribellioni simboliche, figurali, invitavano l’uomo nei repentini impatti con gli eventi, imprevisti, inattesi. Il cielo stesso sembrava si guardasse allibito, strabiliato, come se avesse paura di perdersi nello stesso, immane, suo indefinito spazio.

L’astro aveva dardeggiato i fasci di luce così uniformemente e tiepidi, quella mattina, da non far distinguere, all’occhio di chi guardava, coni d’ombra di nessun genere, da far pensare, senza malanimo, ma innocentemente che gli oggetti colpiti e irraggiati, fossero privi di sostanza: sia nella forma, sia nella materia. Forse, un pensamento? una deliberazione del pensiero? o piuttosto una fisica immaginazione?

Ma era tanta la consistenza fisica, apparentemente celata in un’alba che, man mano si faceva sempre più corroborante, energica, viva. Un cordiale di luce e di attese, creava effetti contrastanti all’occhio ancora assopito dalla notte, repentinamente inondato dal bagliore mattutino, tanto che il batticuore accelerava, anche se accennava di poco il suo ritmo.

Con lo sguardo assonnato egli si era affacciato alla finestra, dopo averne manovrato l’avvolgibile, alzandone la rumorosa gelosia di legno. Questa era notevolmente scrostata. Sembrava che conservasse un sentimento di sé e che le dava, paradossalmente, tutta l’aria di una dama del Seicento, vistosamente attillata in una pomposità molto, ma molto sgradevole, per la pregnanza di belletto e forzature superflue, mentre sembrava attendere ad un invito a Corte.

Molteplici le macchie di vecchia vernice verde, sul battente. Lamelle come squame: inerti e cadenti, da denotare una costante muta e da lungo tempo non rigenerata, ritinteggiata. Unquanco ne avrebbe data una mano d’esteta a rimodellar la cadente, traballante finestra, visto la debole intenzione che abitava, già da lungi, nella mente sfiduciata, avvilita, di Elviro Callisi.

Da quella posizione, la prima vista dava sul giardino. Essa mieteva, con occhi umidi e ancora impastati di sonno, lo spazio coi filari di sedani e lattughe, maturi e prossimi al taglio. Un albero di cachi e un altro di fichi e, ancora più in là, in un angolo, dove spiccava, al riparo di un robusto gelso, determinato a mantenere ancora qualche accenno di foglia, prima di denudarsi e sorbirsi le rigide sferzate di gelo del prossimo inverno: il capanno in legno per gli attrezzi. Proprio lì, adiacente alla minuta struttura, un piccolo rettangolo di terra coltivata e coperto da un telo: era stato adibito, a semenzaio.

Altri semi di verzure: broccoli, cavoli, finocchi erano stati messi a dimora e, con delicata cautela, erano stati protetti, causa gli sbalzi di temperatura della notte, col telo. L’attesa che si aprissero timidi, verdeggianti boccioli e sicuri a respirare, era così intensa che il momento del trasporto definitivo in pieno campo, era pari alla speranza di riveder la nuova primavera e accusarne la gioia d’appagamento. Un modo di sentire gli elementi: costruttivi, incoraggianti, per l’incedere spensierato ad affrontar la vita.

Tirava un vagabondo vento garbino, umido e odoroso di salsedine, dopo aver lambito il vicino mare e averlo inasprito, acutizzato di spumeggianti, bizzarri marosi.

Proveniente dal vicino centro, dei rintocchi di campane alzavano uno stormo di passeri dalle querce messe a corona sulla piazza. Con una cadenza rilassata, passi stanchi e privi di meta ritornavano sugli stessi rettangoli del selciato, reso scivoloso per la brina della notte, calpestandoli. Quell’andare sfaccendato, su e giù di passi,  non poteva che trasmettere, nel tempo, un consunto logorio alla pavimentazione. Alla pari della persistente goccia d’acqua che, cadendo sul sottostante, immobile, vecchio macigno, bruscamente adagiatosi, dopo aver pericolosamente rotolato dall’alto di una cima montuosa, sfaldata dal tempo e dalle intemperie, ne accusasse l’immeritata ferita lasciata dallo stillicidio.

L’umidità della notte aveva resa la vegetazione più brillante, sublime e sorridente nel suo verde acceso e si sosteneva già impettita, pronta ad assorbire ulteriore umore di clorofilla, da rafforzare la cromatura, di per sé gagliarda, mentre man mano assumeva un aspetto, quasi oleoso ma caldo, di giada.

2

Elviro era solito levarsi dal letto prima di sua moglie Rosy e dei due loro figli: Teresy e Sam ed era lui che si apprestava a preparar la prima colazione, aspettando che gli altri si liberassero dalla stretta morsa di Orfeo.

Quella mattina si era creata come una specie di inusitata magia a modellare i pensieri di Elviro. Questi  era vissuto per lungo tempo, come emigrante, in Australia e ne aveva preso pure la doppia nazionalità. Tornando in Italia, nel suo paese natale e scontrandosi con la realtà, a poco a poco  aveva perso ogni fiducia nell’impresa del suo ritorno. La decisione di ritornare in Italia era stata solo sua. L’aveva deciso dopo che avevano maturato il proprio diritto alla pensione: quella sua e quella di Rosy, sua moglie. Erano stati sentimenti, i suoi, quali: la stupida, affrettata decisione, e la spasmodica, rosicante, seducente, ingannevole nostalgia, a spingerlo e a farlo ritornare dov’era nato.

Il suo ritorno non gli aveva corrisposto quell’attribuzione di potenzialità e sicurezza di cui tanto aveva sperato, creduto, dopo averne lasciata una già acquisita onorevolmente, col suo lavoro onesto, in quella Terra lontana. La famiglia poi! La moglie si notava già dai primi giorni arrivata che dava in smanie di scontentezza, di disagio, pur provenendo lei stessa da una famiglia pugliese. Ora, approdata in Puglia, si sentiva come un koala senza un’ombra di eucalipto. E i figli nati in Australia? Ahimè i figli, quale immane mancanza concorse alla loro tragedia! Somigliavano a due pesci con le branchie fuori uso, in un oceano in tempesta: tutto a causa dell’ambiente giovanile, in cui si erano inseriti e ricco di cannabis e “roba” da sballo, di ogni sorta.

Erano passati all’incirca cinque anni dacché, arrivati in Italia coi loro risparmi di una vita in Australia, avevano comprato un mediocre appartamento in una palazzina bifamigliare. Lui era raggiante dalla contentezza. La gioia di ritrovarsi, dopo tanti anni, al suo paese natio, in mezzo alla sua gente e con una proprietà tutta sua, gli dava una certa sensazione di orgoglio. Aveva recuperato pure quel pezzo di terreno, dove pazientemente egli  si era dedicato a coltivare, ricavandone soddisfazioni e prodotti genuini. Solo che quel terreno, dove lui aveva messo le mani, non gli apparteneva. Il lotto in questione era una rimanenza di una vendita mal fatta e pessimamente gestita. Questa anomalia aveva acceso un contenzioso tra il primo proprietario e il costruttore, a cui era stato ceduto il suolo edificabile in permuta con alcuni appartamenti, una volta edificati.

Durante la lunga e infinita controversia quel pezzo di terreno, era stato lasciato in uno stato di abbandono. Era stato Elviro, poi, visto la cultura che aveva appresa in Australia, dove quasi tutti posseggono una fascia di terra, prospicente l’abitazione, a uso di giardino,  a metterci mano, trasformandolo diligentemente e con deliziosa passione, ad uso orto.

Ci era riuscito molto bene e aveva dato, esternamente, un volto pulito, decoroso alla sua dimora, intanto che nessuno si era messo di traverso a fermarne l’abusiva appropriazione. I vicini di strada e non solo, pure quelli che passavano per caso, si fermavano ad ammirarne la bellezza del sito.

Mentre era lì che fantasticava, Elviro avvertì una mano poggiarsi sulla sua spalla: era Rosy che si era svegliata e l’aveva raggiunto mentre lui sostava incollato alla finestra a guardarsi l’alba che annunciava un’altra giornata d’impegni, omettendone la natura. Stava pensieroso in quell’attimo, appoggiato al davanzale: muto come un ceppo d’ulivo non ancora messo sulla brace a sfavillare.

“Buongiorno Elvy”, gli disse lei, dopo averlo quasi spaventato. Gli era giunta alle spalle con passo felpato da felino, mentre il marito era assorto nei suoi pensieri. Egli sussultò e si riebbe, tirando una boccata d’aria a pieni polmoni, scagionandosi dall’impegno in cui si trovava con la mente, nel momento del brusco riaversi.

“Good Morning darling” le rispose lui. Le rispose con un evidente tono della voce, dove traspariva dal viso lo stupore della sorpresa. Quell’improvvisa mano sulla spalla lo aveva trovato immerso in ansiosi pensieri. Questi erano riguardanti la propria situazione di famiglia dacché aveva  preso una brutta piega.  La causa? La contrarietà che si era presentata e poi entrata, senza bussare alla porta, prendendo posizione dispotica nella maniera più irruente e aggressiva e che non appagava certamente le attese sperate di questo loro ritorno, sia della consorte sia dei loro due figli.

«E’ da molto che ti sei alzato?» gli chiese lei, pur sapendo delle sue misure mattutine. «Sì, è da un bel po’ che sto respirando quest’aria fresca…» le rispose lui, mettendosi il dito indice di traverso sotto il naso adunco, accompagnando il gesto con una smorfia di disgusto e tentennando il capo in segno di profonda amarezza, e proseguì: «Almeno l’aria da respirare e da rinfrescare la memoria…, almeno questa!», fece una pausa e poi, come rincuorato…«l’aria non ce la toglierà nessuno».

Per il solo fatto che Elviro, quand’era solo, si calava spesso in certi pensamenti, denotava sicuramente una travagliata rivisitazione mentale, sulla folle impresa assunta, senza pensarci due volte, e portata a termine trascinandosi appresso una scia di malcontenti famigliari.

3

L’economia famigliare, intanto, aveva subito un impulso a dir poco violento, per via della sempre più esosa richiesta di denaro da parte di Sam il quale era entrato in un girone disarmonico e compromettente, poiché aveva preso il vizio di drogarsi.

La figlia, invece, si era messa con un giovane senza pane e lavoro e che lei stessa ne sopperiva alle necessità di quest’ultimo. Neppure Elviro era da meno in fatto di sperperi, di scialacqui, specie quando si recava a trovare quegli, a sentir lui, amici in piazza, i quali, cinicamente, lo attendevano per farsi pagare le consumazioni al bar. Era un uomo di cuore Elviro, ma troppo sprovveduto e privo di furbizia: se ne avesse avuta lo avrebbe salvato, se non altro difeso, da una simile, accanita cerchia di falsi amici che lo sfruttavano.

Rosy era la persona che aiutava la famiglia a mantenersi in piedi col suo modesto lavoro che si aveva creato, quello di raffazzonare indumenti vari ai vicini di casa che ne facevano di bisogno. In Australia lo faceva già questo lavoro, guadagnando bei dollari australiani, mentre in Puglia si doveva accontentare di ciò che le davano, anche sotto forma di baratto: frutta o quant’altro a lei mancante.

Il ragazzo si era talmente lasciato andare tanto che il suo sembiante aveva  assunto una tale sparutezza fisica da farlo sembrare un cristo appena deposto dalla croce. Questo non lasciava tranquilli i suoi genitori i quali facevano di tutto nel tenerlo segregato in casa, accrescendo il lui una forma eccessiva di aggressività.

 

Nel ritornare in Italia, Elviro si era portato appresso il frutto di un suo lavoro: una mappata di pietre opale. Un lavoro extra che aveva praticato, con altri o in solitaria nella ricerca di quei fossili preziosi e molto richiesi nel campo delle vanità femminili. Questo avveniva in una delle lande desertiche, lontano dai centri abitati dov’egli si recava, restando delle giornate intere e, delle volte pure settimane. Scavando e cercando come ossessi, lui e tanti altri come lui, riuscivano a portare a casa queste preziose pietre per venderle a dei negozi specializzati. Le pietre opali non erano tutte di gran valore e non c’era tanto da esultare nel momento che se ne trovava qualcuna. Nel duro lavoro della ricerca il pugliese, però, ne aveva messo da parte un bel po’ di quelle, secondo il suo dire, pregiate.

Le teneva conservate alla pari di cimeli, senza aver pensato, fino allora di poterle impegnare in una vendita e magari realizzare un guadagno in moneta sonante. Ma non era certamente in Italia che poteva intraprendere una siffatta trattazione, dal momento che non vi erano entità commerciali interessate a simili prodotti. Ne aveva parlato in giro però. Un esperto conoscitore del prodotto, un orafo del paese, lo consigliò di rivolgersi in Germania e precisamente nella cittadina di Idar-Oberstein: cittadina che si trova nella regione della Renania-Palatino, nel sud-ovest della Germania.

L’uomo, al momento, si avvilì e pensò di non far nulla: era troppo scomodo il luogo. Tra l’altro difficile da contattare e impossibile da raggiungere. Lui non aveva i mezzi economici per affrontare un simile viaggio, e poi la lingua tedesca che lui non conosceva, ma che non pensò per nulla di averla potuto sostituire con l’inglese, che conosceva molto bene.

Ma un bel giorno si presentò a casa di un suo conoscente che aveva emigrato, vissuto e lavorato in Germania, come lui in Australia, e che ne conosceva bene l’idioma tedesco. A questi gli raccontò il suo problema e gli mise pure sotto gli occhi un grosso fazzoletto, di quelli che in Puglia si mettono al collo i contadini per fermare la colata di sudore mentre lavorano in campagna, con una bella quantità di pietre opali.

La persona a cui si rivolse era una persona a modo, rispettosa e disponibile ad aiutare il prossimo, tanto che gli fu dappresso e gli diede una mano, mettendoci pure del suo: lo fece col suo telefono nel telefonare diverse volte in Germania e prendere contatti con diverse Ditte che operavano nel settore della pietra opale. Ma non erano riusciti a combinar nulla di concreto, per via che le Ditte consultate  gli avevano risposto all’unisono che bisognava recarsi personalmente in loco portandosi appresso le pietre per verificarne il valore e definirne la transazione. La cosa terminò, in un nulla di fatto.

Fino allora non ne aveva imberciata una, Elviro. Che ne avesse azzeccata solo una, almeno, a liberarlo dalla disastrosa situazione in cui si era venuto a trovare? Macché! Tante le cause contrastanti e confluite sulla sua famiglia, da far pensare che la Fortuna avesse loro rivolto la schiena. Oppure che la dea bendata si fosse accecata radicalmente di malagiustizia e, con la spada, lanciasse sferzate a destra e a manca in una forma di assurda pazzia, creando una sofferenza ingiusta alla sua famiglia.

Dell’uomo forte e robusto, messo bene nel fisico e nella mente, s’incominciavano a vedere dei cedimenti sostanziali, a cominciare dal colorito del suo volto che si andava man mano affievolendo e aveva assunto uno sbiadito, scialbo, perlopiù smorto colorito, da fargli sembrare uno che aveva appena lasciato il loculo, intenzionato a ritornare in vita. Gli era rimasto il naso adunco, aquilino e due occhi bruni, smorzati di fiducia e di desideri. Le grosse mani erano cariche di rughe e non per l’età dei suoi sessantasette anni, ma certamente per il lavoro che aveva praticato in quella terra di marsupiali e di sanguigni, coriacei nativi.

Col tempo si era reso conto, Elviro, delle mascalzonate di alcuni suoi paesani, delle loro cattiverie gratuite, anzi fatte a sue spese, perché era sempre lui a pagar loro da bere. Questi lo prendevano sottogamba ogni qualvolta egli apriva bocca per raccontare la sua esperienza in Australia.

Si rivolgeva loro e gli raccontava della sua vita: degli usi e costumi del posto, le leggi, gli animali, le gigantesche piante, gli aborigeni e le loro usanze primitive, la stupenda natura selvaggia nei suoi particolari, e tante altre realtà vissute. Ma ogniqualvolta egli, fiero e impettito, si cimentava a raccontare il suo vissuto, gli altri nicchiavano, guardandosi l’un l’altro con fare beffardo, canzonatorio. Se la ridevano in modo irrispettoso, tanto che la generosa, sincera, veritiera, quasi infantile loquacità di Elviro era messa in derisione. Una deprimente goffaggine, un’assurdità: il tutto dovuto alla misera ignoranza dei disattenti ascoltatori, i cosiddetti sordi alla cultura.

Qualche soggetto del gruppo, visto la bonaria ingenuità di Elviro, gli aveva pure bussato a soldi e, dopo averli ricevuti, si era allontanato per cinici motivi, o come si usa affermare, per la coda di paglia, per mancanza di scrupolo di coscienza: per non più restituirglieli, insomma.

Meno male che dal piccolo orto ben curato egli ricavava dei prodotti per la cucina, ma non solo; gli dava possibilità di non pensare ai suoi problemi mentre lo accudiva. Ma non dovette durare a lungo poiché, quando il diavolo ci mette lo zampino, tinteggia di nero tutto ciò ch’è rosa.

I pretendenti, il costruttore e il venditore dei suoli gli stavano sul collo, per una immotivata paura che subentrasse l’usucapione, a compromettere l’atto di venirne in possesso del pezzo di terra. Il rischio, però, era ben lungi che accadesse: ci volevano oltre  vent’anni di possesso e ne erano passati appena una decina. C’era anche il problema delle persone gelose e dei ragazzi di strada che gli facevano dispetti a non finire e magari rubando pure i prodotti o danneggiandoli per stupido, bieco divertimento.

Intanto Rosy, come madre, aveva scoperto che in sua figlia aleggiava un’aria tutt’altro che tranquilla: era rimasta incinta. Non poteva tenersi tutto per sé: doveva rendere conto pure a suo marito, della cosa. Si era decisa una mattina di buonora, mentre suo marito, come al solito, era affacciato alla finestra a respirare la sua aria fresca e rinfrescandosi, come lui asseriva, i suoi pensieri. Lei, prima di avvicinarsi, emise accenni di tosse e lui si girò, guardandola: la vide arrivare in vestaglia con una faccia che già esprimeva fitto mistero.

Rosy, si avvicinò al marito e aspettò per dirgli qualcosa. Aveva posato su di lui gli svenevoli occhi, languidi, da cui trasparivano timidi, esitanti timori. Il marito, guardandola, aveva inteso il pensiero di lei e l’aiutò ad aprirsi a confidarsi con lui, solo che indugiava ad aprir bocca, mossa da cautela per l’argomento che voleva accennare e, magari, discutere. Lei prese a malincuore la questione e disse: «Ieri sera, quando Teresy è rientrata a casa, mentre tu stavi guardando la TV in salotto, noi ci siamo fermate in cucina a parlare del più e del meno…». «Bisogna parlare coi ragazzi», interruppe lui, con approvazione. «Aspetta un po’», proseguì lei, «Nel mentre che noi parlavamo ho guardato bene in viso nostra figlia e ho notato qualcosa di strano che mi ha subito allarmata». Elviro, pensando alla situazione di Sam, aveva subito pensato che pure Teresy fosse entrata nel giro della droga, ma si sbagliava e ne ebbe conferma facendo continuare Rosy nella sua disamina sulla loro figlia. Lei si era allarmata dall’espressione di suo marito e aveva messo in carica tutta la sua delicatezza per non spaventarlo più di tanto. Visto ciò che aveva notato della figlia, era sì un ulteriore problema, ma non di quelli irrisolvibili, anzi; sembrava proprio un piacevole diversivo, a quel punto, dal come si presentava. Lui aspettò ansioso che Rosy esplicasse bene e fino all’ultimo ciò che aveva da dire e attese appesantito da mille dubbi che lei proseguisse. Lei con serenità e pacatezza portò il marito sullo stesso umor suo e disse: «Ieri sera ho chiesto a nostra figlia se per caso fosse rimasta incinta e lei mi ha risposto di sì».

Si dovettero convincere, in fretta e furia, a far sposare i ragazzi e, insieme all’altro figlio, accompagnato da Rosy, loro madre, partire per l’Australia con la scusa di un viaggio di nozze dei freschi sposi. Dopotutto non è che si possa organizzare così un simile viaggio, almeno visto dal genero, il quale mai avrebbe visto di buon occhio l’essere accompagnato dalla suocera in una simile trasferta di piacere. Ma erano tutti felici e contenti di quel prossimo viaggio nella terra dei canguri e dalle tante bellezze naturali.

Erano partiti in quattro nel mese di luglio: Rosy, Teresy, suo marito Carlo e Sam: l’avevano fatto alla chetichella, di buon mattino, quasi di nascosto con una macchina a noleggio che li aveva accompagnati allo scalo aereo di Palese, a Bari, da dove, con un altro volo partirono per Roma e di là, verso sera, per l’Australia.

Elviro era rimasto in Puglia, al suo paese, per vendere l’immobile e ritornarsene pure lui di dove era venuto: tra le persone a lui più consone, sia per costume sia per leggi, serietà e sicurezza. Dovette aspettare ben cinque mesi per realizzare la vendita dell’immobile: una vendita che si concluse insoddisfacentemente, visto il realizzo acquisito. Il compratore si comportò da strozzino. Questi, dopo averne intuito la prescia di Elviro, si comportò di conseguenza, approfittandosi in modo cinico, ottenendone la meglio.

Era il mese di dicembre quando Elviro lasciò, senza malincuore, il suo tanto amato paese natio. Partì con la gioia in cuore: più forte di quella che lo aveva portato a tornarsene in Italia.

05/03/2024

Questa novella è parte della raccolta “La saggezza e la ragione”, libro mai pubblicato


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Salvatore Memeo è nato a San Ferdinando di Puglia nel 1938. Si è diplomato in ragioneria, ma non ha mai praticato la professione. Ha scritto articoli di attualità su diversi giornali, sia in Italia che in Germania. Come poeta ha scritto e pubblicato tre libri con Levante Editori: La Bolgia, Il vento e la spiga, L’epilogo. A due mani, con un sacerdote di Bisceglie, don Francesco Dell’Orco, ha scritto due volumi: 366 Giorni con il Venerabile don Pasquale Uva (ed. Rotas) e Per conoscere Gesù e crescere nel discepolato (ed. La Nuova Mezzina). Su questi due ultimi libri ha curato solo la parte della poesia. Come scrittore ha pronto per la stampa diversi scritti tra i quali, due libri di novelle: Con gli occhi del senno e Non sperando il meglio… È stato Chef e Ristoratore in diversi Stati europei. Attualmente è in pensione e vive a San Ferdinando di Puglia.

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