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Devi temere non la piccolezza che scopri, ma quella che non sai accogliere, fuori e dentro di te. 

Sul lungomare di Bari c’è un faro enorme. Una bambina mi ha raccontato di esserci salita e di aver scoperto qualcosa di molto curioso: «sembra grande la luce, e invece la lampadina è piccolissima», diceva rimarcando quell’aggettivo finale. Mi ha spiegato che è tutto merito di un gioco di specchi se una lampadina così piccola diventa il faro che tutti conosciamo e ammiriamo. I bambini hanno il segreto della luce, sempre.

In genere scoprire che quel qualcuno che credevamo forte è, in realtà, incredibilmente fragile, che le sue immense qualità sono legate a cose minuscole, a lampadine piccole e a pallidi riflessi, causa delusione. È tremendo scoprire che l’altro ha le sue falle, i suoi bisogni, i suoi momenti di crisi, soprattutto se per noi rappresenta una certezza, un riparo, un luogo in cui potersi riposare e, diciamolo, accomodare.

C’è un’alternativa, si chiama stupore. Esso non toglie la paura del rischio, lo sgomento di scoprire che l’altro, posto a garanzia di luce nelle nostre giornate, è solo una lampadina a basso voltaggio, a volte mezza fulminata, certi giorni proprio inaffidabile. Ma lo stupore permette di andare oltre, di sperare, di aspettarci cose belle di una bellezza diversa dai nostri calcoli e dalle nostre aspettative.

Quando, di fronte alla difficoltà di quella persona su cui “contavo tanto” e dalla quale “non mi aspettavo proprio un crollo simile”, scegliamo di chiuderci, di cambiare atteggiamento, di raffreddarci, diventiamo più infimi di quella piccolezza che tanto ci inorridisce. Prima di sentirci troppo delusi, dovremmo seriamente chiederci in che rapporti siamo con la nostra stessa piccolezza: solo le persone riconciliate con la propria fragilità possono accogliere quella altrui, possono ricominciare, possono tutto. In loro c’è stupore. C’è soprattutto la sensazione, dolce e terribile, di essere custodi del segreto di qualcuno, depositari di un tesoro che al resto del mondo non è dato conoscere. Dovremmo adorarla la piccolezza delle persone a noi più vicine, affinare l’orecchio ai loro bisogni, conservare per loro un po’ di pazienza in più e un abbraccio silenzioso. Dovremmo smetterla, in altre parole, di considerarle zone di comfort, di riposo assoluto, di perenne pretesa.

Il senso del Natale è tutto qui: quel Bambino nella mangiatoia è il paradosso più inaccettabile che esista, e cioè Dio, l’immenso, il trascendente, il tutto che diventa il piccolo, l’immanente, il niente. Deludente per chi si sarebbe aspettato un supereroe imbattibile; stupefacente per chi accoglie, commosso, il segreto di Dio, la sua fragilità consegnata a piene mani a questo mondo.

Di uno che nasce si dice che “viene alla luce”; di uno che rinasce da una morte e supera una crisi si dice che “è uscito dal tunnel ed è tornato a vedere la luce”: la luce sta sempre di mezzo quando si tratta di vita. E non importa quanto piccole siano le tue lampadine e di quanti specchi tu abbia bisogno per rinforzarla: tu continua a brillare, sempre e con tutto quello che sei. Devi temere non la piccolezza che scopri, ma quella che non sai accogliere, fuori e dentro di te.

E allora per questo Natale ti auguro di rinnovare l’alleanza con la tua piccolezza, di stringerla come la cosa più grande e preziosa che hai. Non te ne rendi conto ma, come il faro, col tuo poco puoi essere e fare tanto nei mari della quotidianità, soprattutto quando minaccia tempesta e la speranza vacilla. E se ti senti povero e particolarmente bisognoso, guardati attorno: sono certa che da qualche parte troverai qualcuno così pacificato con la sua piccolezza da saper accogliere e custodire il segreto della tua, da insegnarti che il segreto della luce è già in te.

Auguri!

Controsenso: usi e abusi delle parole quotidiane

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FontePhotocredits: Michela Conte
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"In abito leggero di pellegrino" (Dante, Vita Nova), cammino nel mondo della comunicazione mossa da una costante curiosità e dall'amore per le storie. Sono una giornalista pubblicista, insegnante e Content Creator. Nella mia vita personale e professionale la scrittura è il baricentro di tutto: uno strumento di ricerca, cura e divulgazione. Nelle aule scolastiche cerco di trasmettere ai miei studenti il valore della conoscenza, mentre nel giornalismo e nel corporate storytelling traduco la complessità della realtà e l'identità dei brand in narrazioni capaci di emozionare e far riflettere. Credo fermamente che le parole abbiano una responsabilità e abito questa professione con etica, passione e autentico stupore.

2 COMMENTI

  1. Carissima Michela tu sei una piccola luce … grazie per i tuoi articoli!!! Quello che scrivi è sempre una carezza che arriva al cuore!

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