Pinocchio Italy Puppet Conte

La rivisitazione che segue è un invito…

Una storia di redenzione e catarsi. Perché la seconda chance è una possibilità concessa davvero a pochi nella vita. Il “Pinocchio“ di Collodi, infatti, traccia le conformazioni di un ribelle sui generis, ma lo fa attraverso caratterizzazioni fiabesche e buoniste. Nel dialogo immaginario che, invece, il Sottoscritto propone ai suoi 25 lettori, il Burattino viene punito per comportamenti di sedizione emotiva verso la Fatina, il suo deus ex machina, una sorta di coscienza a cui dover dar conto, quel tratto dell’inconscio che ti schiaffeggia svegliandoti dalle tue mancanze, un pugno che arriva dritto allo stomaco, di chiunque, persino di una balena. La rivisitazione che segue è un invito, poi neanche tanto velato, al lavoro e al sacrificio, l’esortazione ad un approccio più olistico dell’umanità, l’anelata salvezza di Pinocchio e suo padre Geppetto dalle acque di un mare che giudica, un mare che, anche nei recenti fatti di cronaca, stabilisce ad libitum chi è meritevole di vita o di morte, uno sdegno suffragato da troppi Capi di Stato (tra cui i nostri), tremendamente lontani dalla giustizia regale dell’epoca, sovranisti oggi, ma Sovrani di “buon cuore“ ieri

Pinocchio: Aiuto! Aiutatemi! Qualcuno di buon cuore mi aiuti! Perché mai non passa nessuno dalla Quercia grande? Perché mai tutti quegli stupidi bambini che vanno a scuola, e che incontro qui ogni giorno, oggi non attraversano questa strada? Persino la mia dolce Fatina mi ha lasciato! L’ho delusa tantissimo e adesso mi lascia morire qui, come un cane, a penzoloni. Se solo non fossi stato di legno a quest’ora sarei già bello che morto…

Fatina: Eccomi, Pinocchio! I tuoi insulsi piagnistei mi hanno svegliata stanotte. Quanto avrei voluto sprofondare in un sonno rilassante! Invece no, la puzza dei tuoi lamenti mi ha destato, l’insopportabile afrore dei tuoi sensi di colpa ha affievolito persino il respiro del pollaio, e adesso le galline non covano più come prima. Le galline, loro sì che avrebbero avuto tanto da insegnarti, tantissimo da far vedere ad un asino come te, uno scansafatiche dal corpo di legno ed il cuore di paglia, un codardo vile e irrispettoso che merita di strozzarsi con quel cappio, la corda della vergogna che ti separa dal tuo povero Babbo, lui sì che è un grand’uomo…

Pinocchio: Oh Fatina mia, sei proprio tu? Se solo i miei occhi non fossero arrossati dallo scarso ossigeno che questo cappio mi provoca ti accorgeresti quanto li strabuzzerei per la meraviglia di vederti. Ti prego, liberami! Ti prometto che sarò più rispettoso ed ubbidiente, mi prenderò cura del mio Babbo e studierò come mai prima…

Fatina: Bugie, bugie, sempre e solo bugie! Il tuo naso si sta allungando a tal punto che tra poco potrai toccare il cielo. Ma qui c’è poco da essere felici, Pinocchio! La tua sfrontatezza non merita il mio aiuto, tanti invocano la mia presenza e tu, ormai, mi stai facendo perdere tempo! Altra gente più bisognosa di te mi sta aspettando. Credi che sia sempre a tua disposizione? La mia pazienza ha un limite, Pinocchio! Il Gatto e la Volpe avrebbero dovuto tagliarti la testa, infilarla in un sacco, e rivenderla al primo mercante della Città. Ah quanto pellame se ne sarebbe potuto ricavare!

Pinocchio: Fatina mia, cosa posso fare per muovere la tua compassione e legittimare, nuovamente, la mia frastagliata credibilità? Se solo fossi libero da questo cappio, mi inerpicherei su questo albero, ti salterei addosso e ti accarezzerei con queste mani che tanti guai hanno combinato! Ti prego, Fatina mia, dammi un’altra occasione, l’ultima! Tutti, in fondo, meritano una seconda chance, persino tutti i Sovrani che rubano vettovaglie e dinari al loro popolo!

Fatina: Pinocchio caro, tu non sei mica un Re! Un Re indossa la corona, dalla tua testa, invece, tra poco spunteranno due glabre e appuntite orecchie da asino. Un Re rappresenta il suo popolo, lo coccola con amore e concretezza, lo nutre con sacrificio e lavoro. Tu, caro Pinocchio, sei lo sciocco giullare di corte, un burattino da manipolare a proprio piacimento, un inerme ammasso di buoni propositi e scarsi risultati. Solo il mio buon cuore ti permetterebbe di diventare un bambino vero, educato e gentile. Solo il mio buon cuore ti salverebbe dalla villania eterna. Solo il mio buon cuore perdonerebbe tutti i tuoi miseri misfatti. Solo il mio buon cuore mi persuaderebbe ad ascoltare. Il mio buon cuore!