Con gli occhi del senno

Uno non può credersi in un altro tempo quando vive nel presente; andare a ritroso lo fa già la Storia con le date, le vicissitudini piacevoli e non, le guerre, le conquiste della scienza. Sì, qualcosa rimane, ma si chiama passato; e tutto ciò che uno ha dietro di sé, non bisogna che se lo porti appresso come una zavorra: è il passato con le proprie esperienze. Queste servono solo per attingerne le saggezze da usare nel presente, per cui non serve vivere perennemente la condizione del passato per mantenere al guinzaglio il vissuto e che ci condiziona la libertà del presente. La mente ha bisogno di libertà per vivere ogni giorno; altrimenti sarebbe come quella di Gioppino che porta incollate le vecchie date, nel suo cervello. In questa condizione lui non si ritrova più con la realtà e nemmeno con le bollette da pagare poiché, ogni volta, le fa scadere e andare in mora. Se uno tiene ferme, nella mente, le vecchie date, bisogna che sia pure accorto a quelle delle normali scadenze, per non lasciarle andare in mora, e invece?

Era proprio questo il dilemma del filosofo Gioppino. Le cartelle di pagamento, quelle che lui riceveva da pagare, erano sempre scadute a causa di quelle diaboliche date che si portava appresso. Erano impresse nella sua mente, intenta a filosofare; e datosi che erano vecchie date, pure quelle delle scadenze erano tali; e lui non si curava più di pagarle, giacché erano scadute. Almeno così affermava. Bontà sua era un nullatenente: e per di più con quella sua strana filosofia con la quale soleva risolvere i problemi relegandoli tutti al passato, si era creata una specie di consenso nella sua memoria. Tra gli altri non ricordava nemmeno in quale giorno viveva, incasinato com’era con la mente piena di date e numeri. Aveva un pappagallo, per nulla loquace, anzi muto, incartapecorito dal tempo, tenuto su di un trespolo nella stanza in cui Gioppino dormiva, che gli faceva da “compagno e complice”. Gli aveva messo accanto, una piccola bacinella con dell’acqua da bere che la mummia non consumava, ma che lui continuava a rimboccare la ciotola poiché il liquido, evaporando, si esauriva: non era la stessa cosa per il cibo che rimaneva lì per svariate settimane, prima che lui lo sostituisse con quello fresco, specie la frutta che, marcendo, puzzava. Forse aveva appreso dagli antichi egizi quella mania di dar da mangiare ai morti, Gioppino: anche se il suo pappagallo non aveva mai avuto un’anima per volare. Gli aveva imposto un nome. Era un nome legato al passato e incollato nella sua mente insieme a una data.  L’aveva chiamato Mazzini quell’ingiallito e malandato batuffolo di penne, infilzate ad arte, in un osso di seppia gigante che, tenuto sospeso, con dei fili al trespolo, si muoveva a ogni spiffero di vento: quello che faceva capolino dagli infissi delle vecchie e malandate imposte. Gioppino pur non avendo stoffa da filosofo, tale sembrava sotto quella lunga barba argentata che gli scendeva fin sopra il petto. La fronte spaziosa, increspata dalle rughe, gli dava aria da gran pensatore senza per nulla metterlo in soggezione quando ai nomi sostituiva le date. L’altro nome di Mazzini era 1805, l’anno di nascita del patriota italiano. Era l’Amministrazione del Comune in cui Gioppino abitava a sobbarcarsi le spese. Pensava il Comune per la sua sopravvivenza poiché il restante, per il vettovagliamento, era la Curia a farsene carico. Gli Enti preposti alla fornitura di energia: luce e gas gli avevano interrotto il servizio per mora. Erano stati il Comune e la Chiesa a farsene carico, assumendosi l’onere per mantenerlo in dignità.

Era stata riconosciuta l’infermità per via delle sue stranezze. Queste davano motivo di discussioni senza fine in Consiglio Comunale giacché, a ragione, vi erano altri soggetti cui pensare, messi più male del filosofo. Non vi erano fondi a sufficienza nelle casse comunali ma Gioppino aveva delle prerogative guadagnate sul campo. Barattato le sue seccature (quelle che lui avrebbe potuto arrecare alla comunità) con l’indennizzo che questa gli versava per starsene tranquillo col suo Mazzini. Così facendo, Gioppino si era ritagliato la figura di privilegiato.

-Cosa c’è da mangiare, oggi?

Rispondeva lui stesso per Mazzini: -Pasta e fagioli.

E ancora: -A me non piace sta minestra!

-È quella che passa la caserma, rispondeva Gioppino con voce da capitano.

-Piuttosto che lamentarti, cerca invece di finire il tuo piatto, e additava la ciotola ancora piena.

-Devo mangiare, anche se non ho fame?

-Certo, spelacchiato di un genovese che non sei altro.

-Io ti dico che la Patria è la casa dell’uomo e non dello schiavo.

-Certo! Nemmeno di un calvo pennuto come te!

Le discussioni erano frequenti e, datosi che l’interlocutore Mazzini muoveva pigra voglia nell’affrontarle, Gioppino la smetteva poiché non trovava più risposte da dare alle sue stesse domande.

-Che cosa ne diresti se ti preparassi una buona carbonara?

-Preferisco una Giovane Italia, rispondeva il pappagallo.

-Sì, ho capito: sei un sovversivo.

-Hai capito bene! Sono sempre un democratico e non un oggetto da storia, dentro di cui tu, vuoi relegarmi.

-Stammi bene a sentire sig. pennuto 1805, se non fosse stato perché ho fatto già la spesa, ti lascerei veramente a digiuno.

-Non scherzare troppo poiché la fame, quando diventa forzata, aizza i moti alla maniera di Robespierre … con certe prese di … posizione!

-Non so chi ti abbia portato da queste parti, forse un così chiamato quattro luglio 1807, quel signore che ha fomentato rivoluzioni in Uruguay e a Rio poiché proprio da quelle parti veleggiano tipi come te.

-Non mi ricordo di dove sono stato trasferito, ma so di certo da quanto tempo mi tocca sopportare la tua faccia.

Gioppino apriva discussioni con sé stesso in modo da ricordarsi la storia, non quella sua ma ciò che gli era rimasto dentro di quello che aveva appreso durante gli anni di scuola.

Il cervello gli si era bloccato e gli girava come un disco di vinile graffiato. Col disco, almeno, bastava un leggero scuotimento per farlo avanzare fino alla fine, ma per il filosofo non c’era nulla da fare: nemmeno con un ben assestato colpo in testa, si sarebbe riuscito a sbloccare quel difetto. Almeno non vi era alcun pericolo e nemmeno offesa da parte dell’interlocutore 1805 rimasto di stucco, ingessato con le sue quattro piume e la navetta d’osso di seppia. Era rimasto un giorno senza data, quello della sua nascita: era l’unica che non menzionava tra quelle portava scolpite nella memoria; forse per dimenticare qualcosa di spiacevole accadutegli durante i tanti pleniluni vissuti; oppure per non confondere la data della sua nascita con quella di Gioppino vissuto tanto tempo prima… ancorato saldamente al passato, aveva trascurato il presente, Gioppino.

Così era stato per il filosofo delle date. Ne sarà rimasto contento? Chissà? Forse meglio di chi il presente lo vive con i problemi di tutti i giorni, dove le bollette scadute vanno in mora e si pagano con una tassa supplementare oppure, si va in galera. Gioppino era un uomo pigro, alla pari del suo pappagallo che non conosceva il volo. Solo che “Mazzini”, a differenza del “filosofo”, non aveva anima.

 

Novella tratta dal libro inedito Con gli occhi del senno


Fontehttps://flic.kr/p/s1kGsq
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Salvatore Memeo è nato a San Ferdinando di Puglia nel 1938. Si è diplomato in ragioneria, ma non ha mai praticato la professione. Ha scritto articoli di attualità su diversi giornali, sia in Italia che in Germania. Come poeta ha scritto e pubblicato tre libri con Levante Editori: La Bolgia, Il vento e la spiga, L’epilogo. A due mani, con un sacerdote di Bisceglie, don Francesco Dell’Orco, ha scritto due volumi: 366 Giorni con il Venerabile don Pasquale Uva (ed. Rotas) e Per conoscere Gesù e crescere nel discepolato (ed. La Nuova Mezzina). Su questi due ultimi libri ha curato solo la parte della poesia. Come scrittore ha pronto per la stampa diversi scritti tra i quali, due libri di novelle: Con gli occhi del senno e Non sperando il meglio… È stato Chef e Ristoratore in diversi Stati europei. Attualmente è in pensione e vive a San Ferdinando di Puglia.