«Io dubitava e dicea ‘Dille, dille!’

fra me, ‘dille’, dicea, ‘a la mia donna

che mi diseta con le dolci stille’»

(Paradiso VII, vv.10-12)

Il settimo canto del Paradiso è uno di quelli che non passerà alla storia: se viene citato, è più per negazione che per attestazione. Nessuno lo ricorda tra i canti più belli. Diversi, e a giusta ragione, lo hanno tirato in ballo per contestarlo.

Dal punto di vista narrativo, è una diretta conseguenza del canto che lo precede e segna una lunga pausa didascalica. Beatrice, che legge l’esitazione di Dante nella sua mente e nel suo volto, tiene ben tre lezioni mutuate, more solito, dalla teologia tomistica.

In primo luogo, vuol chiarire le parole di Giustiniano: «Poscia con Tito a far vendetta corse» (Paradiso VI, 91-93); successivamente vuol spiegare come, in Dio, si possano conciliare giustizia e misericordia; infine, si attarda su una arida illustrazione relativa alla corruttibilità degli elementi.

Almeno l’ultima avrebbe potuto risparmiarcela e, infatti, su essa non dirò oltre. Quanto alle prime due, una qualche “storta sillaba” va scritta.

La “vendetta di Tito” sarebbe, come è noto, quella che ha comportato la distruzione del tempio di Gerusalemme, in realtà opera di suo padre Vespasiano, e segna dunque l’inizio del castigo degli Ebrei, rei di essere “deicidi”. Tutti sanno quanto un simile modo di pensare abbia dato la stura al più becero antisemitismo, già diffuso in tempo medioevale, in particolare in ambiti ecclesiastici, e come questo abbia poi trovato tragico e inqualificabile epilogo nella Shoah. Che Dante non potesse prevedere una tale “soluzione finale” non rileva e non lo scusa. Quel che è grave è l’assunto, al di là delle sue intenzioni. Quel che è tragico è che, ancora fino al 1962, nel Messale Romano si pregasse pro perfidis Iudaeis… Sono sgomento.

Quanto alla dottrina tomistica secondo la quale Dio, tra misericordia e giustizia, tra perdono e castigo del peccato originale, avrebbe scelto entrambe le vie per mostrare la sua infinita liberalità, mi limito a osservare che si tratta di un ragionamento artificioso, di certo, e per fortuna lontano dalla nostra attuale sensibilità religiosa. Dio è amore: questo sente la fede. La croce è follia e mistero: questo osserva l’uomo. E questo ci lacera. Punto.

Ecco perché, in ben centoquarantotto versi di dottrina, quel che mi affascina è, in verità, il dubbio di Dante. Quel dubbio che lui stesso teme di confessare, e che invece lo rende grande, ben al di qua delle risposte della sua Beatrice: Io ero attraversato dal dubbio e continuavo a ripetermi: Diglielo! Diglielo! Di’ alla mia donna…

Ma Dante tace. E lascia parlare Beatrice che tutto vede e sa.

Solo che io preferisco il suo silenzio.

Quello di Dante.

Bertrand Russell: «Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono sempre sicurissimi, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi».

Roberto Gervaso: «Chi non dubita di nulla è capace di tutto».

Mario Marchisio: «La certezza incrollabile è un’invenzione dei fanatici, dei disumani. Dio stesso non sgradisce una piccola ombra di dubbio nella nostra fede in Lui».


FonteDesigned by Eich
Articolo precedenteIl Castello di Fratta, e le esigue primavere di Ippolito Nievo
Articolo successivoLa voce soul di Nurja
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

2 COMMENTI

  1. È facile avere la risposta pronta, il commento giusto, l’opinione opportuna… invece val la pena di fermarsi, anche a costo di fare la figura barbina di un’ingenua, un’impreparata, una “lenta” a fare affermazioni, per avere il giusto tempo per pensare nel dubbio a quale cosa corrisponde cosa, per ritenere nell’incertezza che forse siamo presi da una parte ma che è meglio l’altra, che è bello credere ma è più facile non credere… nel mare del dubbio conviene affidarsi al cuore che forse naviga a vista ma è probabile che tenga la giusta rotta.

LASCIA UNA RISPOSTA

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.