La vita è sempre breve, per chi la ama.

Quante volte ognuno di noi vorrebbe ritornare bambino per vivere di piccole cose: di favole, di fantasie, di fate e di “castelli”, quante volte? A me succede spesso nella primavera, quando non occorre metterci troppa fantasia per farlo, essendo aiutato dalla stagione e dalle esplosioni cromatiche della natura a darmi un tocco di meraviglia: innocuo, mansueto, innocente, spensierato.

In questa stagione, il brio che ne scaturisce t’inebria i sensi. Ti fa decollare in una dimensione nella quale ti è poi difficile “ordinare” la tua scansia dove porre i sentimenti, anch’essi presi da euforia e ottimismo.

Con l’arrivo delle rondini pure la fantasia prende il volo e si mette a “garrire”, come una vela nell’oceano del cielo, insieme ad esse. È in questi frangenti che ti sembra essere in un “Castello” in cima a una vetta su di un cavallo, solennemente bardato e tu in costume regale. Sei lì pronto per la cavalcata, in compagnia di Pan: sarà lui a guidarti tra boschi di faggi, laceri, pioppi, betulle e in uno stratificato tessuto di colori ed effluvi balsamici, per vagheggiare con spirito innocente, al par di un fanciullo paladino appunto.

La cornice di costoni di malve fiorite, tarassachi, camomilla e la folta, conseguente, antologica, sbocciata di colori, con il suo manto verde intenso, concorrono a sommergere ogni vergognosa bruttura lasciata dalla mano dell’uomo, innalzando l’asticella di gioia per portarla ai massimi valori euforici.

Sembra che la Natura assuma il suo pudore e copra le sue parti prevaricate dalla scandalosa, selvaggia violenza umana. La plastica e quant’altro di obbrobrioso e di indistruttibile che viene incautamente affidato a un tempo indefinito alla Natura, affinché lo sani. È un compenso all’illecita sgrammatura di manipolazioni dell’uomo, ciò che ogni anno ci porta la primavera, nel pacco regalo per la nostra rinascita.

Il castello dei sogni. Quello con il Re buono, le damigelle in corsetto e la leggiadria dei suoi parchi e giardini ben curati.

Il castello dei timori.  Qual ordine di soggezione innesca per la sua possanza misteriosa, con la sua burbanzosa autorità. Posizionato quasi sempre sulle alture, sembra esso arroghi a sé la supremazia su ciò che spazia e che rimane ai suoi “piedi”.

Il castello di Fratta. Ippolito Nievo nel suo romanzo “Le confessioni di un italiano”. ne fa un luogo a dir poco paradossale: allucinante e, allo stesso tempo gradevole.

La descrizione che lui ne fa è così minuziosa, accattivante, diligente che quasi sembra ti prenda per mano e ti presenti a Carlino Altoviti e alla Pisana, per farti “giocare” insieme. Anche tu, leggendo il romanzo, ne ricaverai quelle paradossali sensazioni da riportarti a quand’eri fanciullo. Il Nievo scrivendo, ti “fotografa” ogni singola parte del castello con la descrizione delle cucine talmente particolareggiate da far sentire il lettore trovarsi in essa. Tra l’ordine scomposto degli attrezzi, gli odori e il via vai dei personaggi che si muovono ora con attenzione, altre volte con leggerezza, inciampando in qualcosa fuori posto oppure in un gatto svogliato; con i fulmini e le saette dei temporali che vanno a scaricarsi sul dispositivo di sicurezza sul tetto e le relative paure: è veramente una piacevole, elettrizzante lettura da non perdere. “Voglio scrivere, scrivere, scrivere finché ci sarà qualcuno che vorrà leggere”, scriveva il Nievo.

Con un sentimento forte nel fare, nell’agire e il non essere di peso ma d’ausilio ad una società bisognosa di altruistici rilievi di valori e di moralità. La sua “testardaggine”, determinazione, aveva messo in trepidante ansia sua madre, la quale aveva notato bene le esuberanze di suo figlio. Questo era avvenuto prima ancora che egli, ancora giovine, prospettasse lei di volersi avventurare in un progetto altruistico-patriottico: non certamente alieno, da pericoli.

La sua verve letteraria aveva messo da parte fronzoli e orpelli per fare una ricerca approfondita sul modo di scrivere del tempo, dove il Foscolo, il Manzoni e il Rousseau aprivano spiragli illuminanti tra i letterati di casa e d’oltralpe. Egli ne fu artefice coscienzioso, ricercatore appassionato e fine nell’affinare i suoi testi per una lettura piacevole, comprensiva e storica. Il passo, poi, citato nel “Novelliere campagnolo”, dove il Nievo, scrivendo dei contadini, si apre ad un tema a lui tanto caro, i contadini e la Natura. “Il frutto che giunge a maturazione; il sole che ogni giorno risorge…” Queste immagini evocano un altro grande amore di Ippolito Nievo, indissolubile da quello per la patria e alimento di quello per la vita: il mondo contadino.

“Prima di tutto, scrive, “bisogna dare equità di diritti all’uomo, prima ancora di far di lui del saccente e fratello con le chiacchiere.

La vita è sempre breve, per chi la ama.

Ippolito Nievo moriva che aveva poco più di 29 anni (ecco i timori della madre…) sul piroscafo Ercole che si inabissò, tra Palermo e Napoli mentre ritornava dalla spedizione dei Mille: morì col grado di colonnello e da grande letterato.


FontePhoto by Richard Clark on Unsplash
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Salvatore Memeo è nato a San Ferdinando di Puglia nel 1938. Si è diplomato in ragioneria, ma non ha mai praticato la professione. Ha scritto articoli di attualità su diversi giornali, sia in Italia che in Germania. Come poeta ha scritto e pubblicato tre libri con Levante Editori: La Bolgia, Il vento e la spiga, L’epilogo. A due mani, con un sacerdote di Bisceglie, don Francesco Dell’Orco, ha scritto due volumi: 366 Giorni con il Venerabile don Pasquale Uva (ed. Rotas) e Per conoscere Gesù e crescere nel discepolato (ed. La Nuova Mezzina). Su questi due ultimi libri ha curato solo la parte della poesia. Come scrittore ha pronto per la stampa diversi scritti tra i quali, due libri di novelle: Con gli occhi del senno e Non sperando il meglio… È stato Chef e Ristoratore in diversi Stati europei. Attualmente è in pensione e vive a San Ferdinando di Puglia.

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