Siamo una comunità che non sa accogliere il dolore psichico

La cronaca recente, segnata tragicamente dalla morte di Abderrahim Fakir nel quartiere Pilastro a Bologna, così come da altre innumerevoli fratture che scuotono il tessuto civile, ci costringe a fermarci ben prima dei confini franosi della polemica politica e della contesa giudiziaria. Un essere umano ha perduto la vita sull’asfalto, stretto nel contenimento di un intervento e nel mezzo di un disagio psichico. Ora, il rumore della piazza e i battibecchi istituzionali lasciano spazio a un vuoto imbarazzante.

Cosa sta accadendo, al di là dei fatti specifici che la giustizia avrà il compito di chiarire?

Posso tentare delle ipotesi. In scena, per primo, il fallimento radicale dell’incontro tra la vulnerabilità dell’individuo e la freddezza delle Istituzioni. Fakir non lo si può considerare un incidente statistico. Portava con sé una storia di sofferenza mentale. Un corpo fragile che chiedeva semplicemente di esistere in un mondo che non sa più collocare chi cade.

La responsabilità verso gli altri esseri umani è il fondamento stesso della civiltà. Quando un corpo sofferente viene ridotto a un problema di ordine pubblico, quando la fragilità psichica si scontra con procedure rigide e distanti, assistiamo alla bancarotta dell’essere umano. Non c’è solo il dramma di chi muore. C’è lo specchio impietoso di una società senza equilibrio.

Ciò che colpisce in queste vicende è che il conflitto sociale e umano non passa più attraverso la parola, il riconoscimento e la cura. Esplode direttamente prima sul corpo del cittadino in crisi, sopraffatto da un disagio interiore che la rete sanitaria e sociale fatica a contenere preventivamente. E infine sugli Operatori e sulle Forze dell’Ordine, chiamati a gestire l’emergenza estrema in prima linea.

Quando la rete di protezione sociale mostra le sue voragini, la strada e la coercizione diventano l’ultimo teatro possibile. E il risultato è la perdita di valore della vita umana.

La reazione collettiva fatta di rabbia, piazze infuocate e contrapposizioni ideologiche è a sua volta sintomo di un male atavico. C’è un bisogno disperato di giustizia. La complessità del reale viene ridotta a una semplice contrapposizione tra colpevoli e innocenti.

Siamo una comunità che non sa accogliere il dolore psichico. Una che affida alla forza la risoluzione del disagio e che sa solo indignarsi a posteriori. Una comunità malata di indifferenza che pretende la medicina del solo capro espiatorio.


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