
La protezione è necessaria, ma non può diventare una gabbia
Aspetta… È vero, io sono protetta! Sono protetta anche un po’ coperta.
Proteggere è una parola antica che vuol dire mettere davanti, coprire, fino quasi a rendere invisibile.
Non voglio che al mio passaggio si aprano porte, non voglio essere per inerzia fragile in parole ripetute, né star lì a chiedermi cosa io sia. Nemmeno domandarmi: “Ma io rientro in che categoria?” E, se ci entro: “Davvero ci posso entrare?” Perché a me, sai, anche se so che c’è la porta aperta perché stanno aspettando solo me, per educazione, viene da bussare. Maledetti dubbi.
Proteggere è costruire il muro e il tetto e ringrazio sempre il cantiere tutto il giorno in movimento.
Faccio di tutto, però, perché la protezione non sia una tegola che mi cade in testa. Perché, se resto a fissare il muro che mi sta davanti non posso andare alla festa.
Certe volte, il buco nel muro vince ed entra più di un fascio di luce. Poi lo allargo, perché voglio vivere anche la pioggia.
Riesco a uscire e vado a scompigliare un po’ la mente. Preferisco accettarla la pioggia, non fa niente.
Se al rientro sarò zuppa perché la pioggia era proprio esagerata, vorrà dire che mi consolerò con la torta avanzata.
Ma intanto c’è il sole.




























