«Che se potessi disegnare il futuro, lo disegnerei con più biblioteche e meno Wikipedia, con più nonni e meno Social Network»

 (NickBiussy)

C’era una volta la febbre ed era bello: quel tempo profumava di spremuta di arancia, pastina al formaggino, Vicks Vaporub, latte e miele, pagine di fiabe, intere puntate di Bo&Luke, mamma che rimboccava le coperte tornate fresche subito dopo ogni risveglio e nonna con una diagnosi sicura: dopo il febbrone ci si ritrova cresciuti.

E poi c’è l’oggi di qualcuno, mi hanno raccontato. Un oggi in cui, invece, la febbre diventa emicrania potentissima, la nonna non c’è più e le sue certezze sono scomparse, la mamma non può rimboccare niente con serenità perché nel frattempo si è presa il Covid, il medico non può venire e nessuno ci può andare perché nessuno deve rischiare, le puntate di Bo e Luke sono diventate serie su canali tipo Boing… l’alienazione. E nel frattempo è un incubo con il tempo che, anziché fermarsi un attimo, continua indefesso a correre e sottoporre le giornate a continui esami e valutazioni. Mai, mai ci si può sedere idealmente: sempre sull’attenti.

Chi mi ha raccontato tutto ciò deve aver passato una settimana proprio di merda, concedetemi la licenza linguistica, così di merda che me l’ha lasciata addosso quasi fosse stata la mia.

E quindi non ho altro da aggiungere, chiudo parafrasando Galimberti. Non è il caso di dire ai nostri figli cose tipo: “Ai nostri tempi”, perché i nostri tempi erano favorevoli. Ai nostri tempi il futuro era lì ad aspettarci, oggi il futuro non concede loro nemmeno il tempo di immaginarlo.

Spero di vivere abbastanza a lungo da poter chiedere ai miei figli cosa ricordano delle volte in cui avevano la febbre e spero di essere pronta alla risposta.

Che amarezza.


FontePhtocredits. Foto di Ekaterina Shakharova su Unsplash
Articolo precedenteIssaka Coulibaly, il calciatore morto di freddo
Articolo successivoDiplomarsi da adulti: ora è più facile anche a Bisceglie
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

LASCIA UNA RISPOSTA

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.