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Un’ora di lezione può salvare la vita

È così è giunto un altro termine, un altro 8 giugno. Devi averlo agognato parecchio, soprattutto negli ultimi tempi, quando la stanchezza ha preso il sopravvento, quando gli adempimenti burocratici sembravano crescere in maniera esponenziale, quando (ancora) arrivavano richieste di didattica a distanza. Usque ad finem!

Poi è suonata l’ultima campanella e tu, consapevole che non sei ancora in vacanza (a differenza di quello che i luoghi comuni recitano sulle vacanze degli insegnanti!), hai preso a confrontarti con i colleghi per i famigerati scrutini. Quante idee diverse, quante visioni differenti, quanta fatica per i voti di condotta, soprattutto lì dove il 10 non lo daresti nemmeno a te, perché forse potevi fare di più per quello studente, perché forse potevi scavalcare i muri dei colleghi e andare direttamente al cuore del problema di quella studentessa, rimasto incastrato nelle maglie delle medie aritmetiche, talmente logiche da risultare spesso ingiuste. Non preoccuparti: l’equilibrio tra la relazione con i colleghi e la relazione con gli studenti è figlio di una serie infinita di squilibri e cadute. Sei studente anche tu, non lo sapevi? Non sai che stai ancora imparando? Forse, allora, un buon proposito per il prossimo anno scolastico è alzarti dalla cattedra e far lezione da un banco in mezzo ai banchi. Per ricordarti e ricordare che il primo discente sei tu. E non per uno smielato e controproducente annullamento dei ruoli, ma perché la relazione empatica abbia sempre la meglio sulla nozione e ti guarisca dalla comoda convinzione che sei pagato unicamente per spiegare-verificare-valutare-far recuperare.

C’è stato scontro con i colleghi per qualcosa? Ben venga! Meglio essere chiari. Meglio metter fuori tutto. Gli idilli non sono roba da scuola. La scuola è una fucina incandescente. E lì dove qualcuno, collega o studente, sta coprendo impressionanti immaturità umane con risultati eccellenti, occorre prendere posizione. La banalità del male è sempre in agguato. A un certo punto, però, ricordati di mettere punto. Perché non puoi perdere la salute. Perché di fronte all’impermeabilità di certe coscienze, devi anche tu imparare a farti scivolare addosso le cose. Mettiti in vacanza dalla sindrome messianica: non devi salvare nessuno, devi lasciare segni, in te e negli altri, perché sei un in-segnante.

Sì, lo so: qualcuno l’hai già salvato. Te lo ha scritto uno studente su un pezzo di carta. E sì, anche i millennials scrivono ed è colpa dei luoghi comuni se ce ne accorgiamo poco. Che strano: siamo vittime di numerosi luoghi comuni sul nostro mestiere, poi non riusciamo a fare a meno dei luoghi comuni sulle nuove generazioni. Interrompere la spirale del male è un’arte e fa parte del paziente tirocinio del tuo lavoro: non ripagare gli altri con la moneta con cui ripagano te, cioè non riversare sugli studenti il sangue delle tue ferite. Imparare a disinnescare le trappole dell’adultità non riconciliata con i propri complessi: secondo proposito per il prossimo anno scolastico.

Ma torniamo alla lettera che hai ricevuto: “grazie prof”, “grazie maestra”, “mi sono sentito accolto”, “mi sono sentita ascoltata”, “ho scoperto cose di me che non sapevo”, “mi ha aperto gli occhi”, “volevo farla finita ma quella sua frase mi ha salvato”. Già, qualcuno lo salviamo: è il miracolo che avviene quando non vogliamo salvare nessuno, quando entriamo in classe con gratuità, per il piacere di entrare e di diffondere una cultura emozionata, sym-patica. E non fa niente se la tua materia appartiene alle Cenerentole del sistema scolastico: ai bambini, ai ragazzi importa la passione che ci metti. La classificazione tra materie e docenti di serie A e materie e docenti di serie B è roba di adulti trasferita, più o meno consapevolmente, ai gruppi classe. I bambini, i ragazzi hanno bisogno di te: guardali e dai il massimo. Il sistema scolastico scoraggerebbe anche Socrate! Occorre relativizzarlo e pensare solo ai cuori pulsanti che ci si ritrova di fronte.

Un’ora di lezione può salvare la vita. Per cui raccogli tutti i bigliettini e i fiorellini degli ultimi giorni e conservali con cura. Prendi appunti sul cuore anche di sguardi, parole e abbracci delle ultime ore, non scritti, eppure indelebili. Sono i frutti della tua semina. Sono la voce inesistente sul cedolino dello stipendio che ti arricchisce in altro modo. Sgualciti, piegati alla meglio, imperfetti, gracili, sono il tuo specchio e il tuo premio.

Cara insegnante, caro insegnante: riposa pure adesso. E ricordati che vacanza, derivando da “vacatio”, ti costringe a fare i conti col vuoto. Affrontalo. Fa parte del tirocinio per una scuola che non tappa tutti i buchi, che non risponde a tutte le domande, che non si limita a riempire le teste, ma apre all’ignoto e abitua all’incerto. Altrimenti non vi è speranza. E non dirmi che vorresti essere connivente con una simile lacuna di carne e futuro.


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Sono un'insegnante, anche se il più delle volte sono io quella in-segnata dai miei studenti. Sono una ricercatrice, perché cerco piste di rilevanza pubblica per una materia troppo fraintesa e troppo di nicchia: la teologia. Sono una giornalista e faccio cose con le parole. "Quello che non ho è quel che non mi manca" (F. De André) e sono immensamente grata alla vita perché, non senza impegno e sacrificio, "ho trovato amore nel mezzo de la via, in abito legger di peregrino" (Dante Alighieri, Vita nova)

1 COMMENTO

  1. Come sempre una pillola di saggezza che aiutano a riflettere su cose che spesso diventa routine:spiegare-interrogare- valutare! Chapeau prof!

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