Alice: “Per quanto tempo è per sempre?”

Bianconiglio: “A volte, solo un secondo”.

(Lewis Carrol)

Suo padre aveva litigato mesi interi con sua madre. Lui, che niente le aveva lasciato se non l’eredità peggiore del mondo, il suo carattere, in quel caso, stava lottando come un forsennato, senza sosta e ritegno:

«La bambina deve imparare a suonare il pianoforte. Come puoi non vedere che qualsiasi cosa faccia, finisce sempre ad osservare tasti!!».

E sua madre non voleva:

«Non c’è posto in casa, è troppo costoso, ha sempre la testa sui libri, quell’altro le manca!».

Ma suo padre, l’inettitudine e l’ignavia messa in piedi, non lasciava perdere. Mai. Ogni giorno, ogni giorno così. Fino a che non compì l’unico gesto coraggioso che lei ricordasse, insegnandole così che il solo atto di forza di un inutile, può valere il cambiamento di una vita intera. E facendole detestare l’ignavia esattamente per lo stesso motivo!

Era piccola piccola, ma proprio piccola, aveva già imparato a sue spese due concetti che mai più avrebbe cancellato e… ora avrebbe imparato a suonare.

Rientrò a casa con sua madre, come ogni giorno: la sala aveva cambiato del tutto aspetto e a lei sembrava di essere finita in paradiso. C’era un pianoforte che troneggiava al posto di quelle inutili poltrone e di quel mobile basso pieno di cianfrusaglie.

Nero, nero come la più nera delle peci, enorme rispetto a lei così minuta… minuta… sarebbe diventata infinita appena avrebbe potuto metterci le mani sopra.

Immobile, guardò sua madre, temeva la guerra civile. Suo padre? Non c’era, ovviamente. Aveva già fatto tutto quanto poteva, talmente tanto che probabilmente gli era venuto un infarto (e se non fosse morto, era possibile lo sarebbe stato presto per mano della moglie).

E invece? L’altro atto eroico: la mano curatissima di sua madre, bellissima come lei, le unghie sempre perfette e quell’anello di diamanti che lei, bambina, sapeva bene da dove proveniva le si posò al centro della schiena:

«Vai Papìk (così la chiamava), è il tuo. Tuo padre, una volta nella vita, ha deciso. Vai…».

La testa sempre nei libri si tradusse anche in testa negli spartiti e ben presto lei, semplicemente, era diventata tutt’uno con il suo strumento.

Quell’unico gesto aveva segnato il perdono che lei avrebbe riservato a suo padre in eterno, nonostante tutto il male che le aveva fatto.

A sua madre non riconosceva nulla, per quell’episodio. Sua madre era un’eroina vera, per qualsiasi cosa. Non per quello. E la regina delle sue eredità fu l’amore incondizionato per il mare, quello con gli scogli, che se non ti spacchi le ginocchia quando hai due anni, non hai delle gambe degne.

Così erano le sue: segnate da piccole cicatrici quasi invisibili, di cui lei ricordava tutto, incluso il sapore dolciastro e salmastro insieme che le rimaneva in bocca quando si succhiava le ferite, ancora bagnata di mare. Già, aveva poco più di due anni ed una caratteristica: non si lamentava e si leccava le ferite.

Adesso era una trentacinquenne, un giorno vicino o forse lontano, non si può capire, aveva scelto di promettere che mai più avrebbe suonato un pianoforte in pubblico o davanti a nessun occhio al mondo, tanto da finire per non suonarlo davvero, in assoluto  e non confessare ad alcun essere umano che lei la musica sapeva leggerla eccome, sapeva suonarla eccome; nemmeno l’allenamento alle dita ormai andato poteva impedirle di saperlo fare. Eppure nessuno avrebbe mai potuto farle spifferare una sola parola circa quella promessa. Sarebbe morta con lei.

Certo, però, mai aveva promesso di non tornare, ogni volta che avrebbe potuto, su qualsiasi scogliera che finisse in acqua salata.

Era un giorno di estate di un secolo imprecisato, all’alba avrebbe avuto inizio il concerto di un pianista, esattamente su una scogliera a strapiombo sul mare.

Lei era lì, dove mai aveva scelto di essere fino ad allora perché la malinconia la mangiava. Quella volta, in quel secolo, c’era e si era fatta accompagnare.

Ascoltò quel suono alle 5:00 del mattino, seduta su uno scoglio, come provenisse dalle sue dita, mentre un altro corpo sedutole accanto in posizione fetale le teneva la testa appoggiata sul grembo e lei, lei che conteneva in sé tutto l’amore del mondo, cingeva quel capo con le braccia e, con lo sguardo perso nell’orizzonte, ne accarezzava i capelli.

Era l’infinito, nel rossore di un’alba, profondamente dentro il secondo di un secolo che non aveva avuto un preciso inizio e che, per questo, non poteva avere termine.


FontePhotocredits: pixabay.com
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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

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