I giorni vengono distinti fra loro, ma la notte ha un unico nome.
(Elias Canetti)

21 febbraio 2059, festa nazionale dell’abbraccio: io mi chiamo Daisy e porto questo nome perché mia nonna, un’insegnante, aveva la fissa per le margherite e mio padre, per farle onore, mi ha chiamata come quel fiore, ma in inglese.

Vorrei raccontarvi di come siamo arrivati qui e del perché oggi, ogni anno ormai da anni, in questa data il mondo si ferma per abbracciarsi.

Dovrò però partire dal mese di marzo 2020, il mese in cui i racconti di mia nonna si fanno più fitti.

Quella maestra non capiva bene quanto stava accadendo. Erano giorni nuovi, strani, ameni. Spesso si alzava di notte e rimaneva sveglia nel silenzio della sua cucina, nelle uniche ore in cui nessuno l’avrebbe cercata ed il telefono non l’avrebbe fatta impazzire suonando in continuazione.

La sua Italia era stata improvvisamente colpita da un’epidemia: coronavirus si chiamava l’invisibile e sconvolgente portatore di disordine e ben presto la situazione si sarebbe trasformata in pandemia. Nessuno, nessuno all’interno della società di quel ventunesimo secolo era preparato ad un tale evento, che stava portando alla luce tutto quanto di più terribile era stato di loro fino a quel momento. Era lo specchio di intere generazioni evolutesi in apparenza, vittime della più grossa delle involuzioni: l’ignoranza.

I più arguti riuscirono a rivedersi all’interno dei racconti sulla peste di Alessandro Manzoni, molti altri videro che era tornato il Medioevo, i più, non sapevano neppure chi fosse Alessandro e pensavano che il Medio-e.v.o fosse una dose dimezzata di olio Extra Vergine di Oliva.

L’intera nazione fu fermata con un’azione di necessaria forza dal Governo, l’allora Presidente del Consiglio, Conte si chiamava, appariva la sera in tv a giorni alterni al fine di comunicare le sempre più stringenti regole che vietavano i movimenti: ogni passo poteva tramutarsi in un contagio, la sanità stava collassando, la gente non capiva e aveva costretto lo Stato democratico a passare alle misure forti. Erano ad un passo dalla dichiarazione di coprifuoco. Non capivano, erano tutti ottusi. Se il motto era io resto a casa, troppe risposte e per troppo tempo erano state: me ne infischio, non potete mettermi in galera in casa mia, io esco.

Ed i contagi si moltiplicavano giornalmente di tremila in tremila  solo in Italia, il Bel Paese che nel frattempo era stato abbandonato dalla sua Europa e veniva guardato come fosse la causa di tutti i mali della terra.

Medici distrutti, infermieri con il volto quasi coperto di piaghe a causa delle mascherine anti contagio indossate per dodici ore di fila nel disperato tentativo di salvare vite appese a respiratori che non erano più nemmeno sufficienti, sindaci e governatori in disperata posizione di attacco che andavano in giro per le loro città per far rispettare le regole: andatevene a casa! Qui fuori non si può stare! Sono il sindaco di questa città e vi sto dicendo che dovete stare a casa, sono le regole!, commessi e cassieri dei supermercati a garantire le forniture alimentari erano rimasti quasi gli unici a lavorare dall’inizio. Le altre categorie di lavoratori avevano visto la chiusura delle attività, tutti dovevano stare a casa cercando di mantenere in piedi, per quanto possibile, un’economia sacrificata in nome della vita del Paese con la locuzione magica dell’epoca, venuta a galla ex abrupto: lo smart working.

Ed in tutto questo: la scuola. La prima istituzione che aveva visto la sospensione delle attività sin dagli albori di quella terribile vicenda di morte, almeno in quel nord Italia che fu il primo ad essere martoriato dal virus. Passarono pochi giorni, ma sufficienti a far dilagare oltre i contagi: la scuola smise di muoversi sull’intero territorio nazionale.

Smettere di muoversi? Sto ovviamente riportando il più grande falso storico possibile.

Alla scuola venne chiesto uno sforzo che andava al di là di ogni logica e che per lungo tempo sembrò non essere visto: i ragazzi ed i bambini si ritrovarono improvvisamente come delle melanzane in barattoli sotto vuoto, attaccati ai computer ed agli smart-phone per cercare di star dietro agli sforzi sovrumani degli adulti, i loro insegnanti, i quali dovevano garantire quel diritto allo studio, che avrebbe dovuto essere un dovere costituzionale dello Stato e non già dei singoli missionari della cattedra.

No, non c’era equità, non tutti avevano i mezzi necessari per star dietro ad un’esigenza di tale portata e non li ottennero per un tempo che sembrò essere senza fine. Stavano lentamente mettendo il piede in una catastrofe epocale che non potevano né vedere, né evitare poiché c’erano in mezzo e facevano semplicemente del loro meglio per difendere la sopravvivenza della specie. Un disastro che avrebbe fatto il medesimo numero di morti del virus; i disturbi post-traumatici da stress a causa della quarantena forzata di un intero popolo, non potevano in alcun modo calcolarli con anticipo, né scongiurarli. Era il cataclisma che avrebbe richiesto decine di anni per essere ripristinato e con quegli anni, migliaia di vite di nuovi bambini.

Oggi che siamo nel 2059 ci sembra pazzesco, eppure noi siamo gli eredi dei sopravvissuti a quel disastro; io ho i racconti di mia nonna a farmi da cartina tornasole. Lei c’era, insegnava ed era mamma di mio padre che aveva solo dodici anni e di mio zio che ne aveva appena otto.

Mi racconta sempre di come fosse violentemente cambiata la loro esistenza: lei lavorava senza sosta e senza orari, sempre attaccata al suo computer per perseguire una missione dalla quale non sapeva sottrarsi. E dice che quella missione non era nemmeno tanto l’insegnare o l’educare, impensabile in quel momento, ma il non rappresentare qualcosa di totalmente inutile per quegli alunni. Mio padre e mio zio, a loro volta, erano allievi di altri missionari della cattedra e nessuno capiva più niente.  Si cercava di mantenere un ordine fittizio, perduto in quindici giorni appena, dall’inizio di quell’incubo.

Avrete capito che mia nonna è una densa di ricordi, ma i suoi racconti qui, si fanno confusi e quello che emerge è che lei quotidianamente, sentiva di poter perdere forza e mordente, in quel momento in cui se avevi la fortuna di non ammalarti, dovevi piegarti alla totale mancanza della cura del cuore, del calore dell’abbraccio umano che noi, nel 2056, abbiamo santificato. La festa nazionale dell’abbraccio che festeggiamo ogni 21 febbraio nasce da quello, in memoria del primo giorno in cui i telegiornali parlarono dei contagi italiani: Codogno, provincia di Bergamo, ore 18:00 sei positivi, ore 19:30 quattordici positivi, ore 21:00 ventiquattro positivi… e la ruota non si fermò più.

Mia nonna mi dice che la spinta per non smettere mai di fare per come poteva il suo lavoro, nonostante gli occhi bruciassero davanti al monitor, il telefono squillasse di continuo, il mal di schiena per la cattiva postura aumentasse, insieme a due figli da seguire e tutto il resto da curare, furono due messaggi. Uno era della mamma di una sua allieva che le scrisse testualmente: abbiamo guardato la sua videolezione, mi spiace solo di non essere io l’alunna. E l’altro era di un suo alunno: sentire la sua voce nei video mi fa sentire a scuola, mi manca da morire. Speriamo di tornarci presto. Grazie per tutto quello che fa per noi.

E mia nonna non poteva certo dirlo di aver pianto chiusa in bagno perché era lei a dover ringraziare ed aveva la freddissima paura che non avrebbe saputo tenere fede al suo impegno, per accompagnare i suoi figli e le sue classi chissà dove: non lo sapeva dove stessero andando, ma da qualche parte doveva guidarli.

Beh no, mia nonna alla fine non ha ceduto, mio padre e mio zio sono sopravvissuti al coronavirus ed al trauma successivo, ma qui mi fermo con un grosso punto interrogativo, perché ho sempre chiesto a mia nonna che cosa ne fosse stato della pandemia, dei medici, dei morti, dei cassieri dei supermercati, dell’economia, dei suoi alunni, del suo lavoro, della scuola, ma lei si fa muta e non parla più.

Inoltre, accade una cosa stranissima: apro i motori di ricerca online e i libri di storia, cerco informazioni, voglio saperlo cosa è accaduto dopo e come siamo arrivati qui, documentarmi, ma niente… in questo punto della mia indagine sempre, sempre, la ricerca online fallisce e  la pagina di qualsiasi libro, anche nuovo di zecca, è strappata: il racconto non continua.

La verità è che siamo arrivati nel 2056 e non sappiamo nemmeno come, non ne abbiamo memoria, come se nemmeno chi c’era sappia dire cosa sia stato di loro da quel momento in poi. Si sono addormentati tutti e poi il risveglio, con tante Daisy come me.

Da quel giorno ad oggi, com’è andata? Non è dato sapere: sarà stata una lunghissima notte.

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FontePixabay reinterpretata da Acca
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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.