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Ci sono tante case: e poi c’è la casa di tutti…

 Ci sono persone che hanno case grandi e persone che hanno case piccolissime. Ci sono case curate e case disadorne, case dove si ride di più e case dove, invece, si piange spesso. Ci sono famiglie senza casa e case senza famiglia.

Ci sono case che si allargano, perché la famiglia cresce, e altre che si rimpiccioliscono, perché i figli vanno via. E poi case senza più nessuno, vuote, nelle quali tutto si è compiuto, così piene di silenzio che anche il minimo ricordo sembra fare eco.

E poi c’è una casa comune, gratuita al punto da poter presentare un prezzo all’in-gratitudine di chi la abita, pubblica al punto da avere la forza di avanzare pretese sul privato: si chiama terra. È la casa di ogni nostra casa.

Ecologia è una parola importante: oikos e logos, casa e parola, due cose che dicono l’uomo, il suo bisogno atavico di avere un rifugio e la sua caratteristica per eccellenza di parlare, di comunicare, di intessere relazioni significative. Ogni discorso sull’ecologia planetaria dovrebbe passare da qui, dovrebbe trovare negli snodi dell’ecologia quotidiana la propria direzione, attingere dalle case e dalle parole di ogni giorno la propria linfa vitale.

Belli e coraggiosi i nostri giovani: ci chiedono attenzione, responsabilità e una mano per evitare il collasso totale del nostro pianeta. Ci dicono, soprattutto, che non basta essere a posto nel proprio piccolo, se poi fuori la terra si sta ammalando; che una casa pulita e lussuosa serve a poco senza un angolo in cui fare correttamente la differenziata; che il logos corre il serio rischio di svuotarsi di significato senza segni di scelte mature.

Tutto il logos: il logos che si fa solo ethos, nella fredda morale senza pathos di chi attacca questi giovani solo perché non può accettare di essere corretto e rimproverato da loro; il logos che si fa pathos senza ethos nelle prese di posizione di chi li difende e li incoraggia, ma nel privato resta pateticamente inadempiente e sotto i loro stessi occhi. Per lo spreco di ogni tipo. Per la pigrizia. Per la mancanza di una sana ecologia di parole, relazioni e intenzioni, che è alla base di una reale conversione ecologica delle proprie abitudini.

Ci sono due possibili modi di vivere. Il primo è gustare: le persone, le cose, il mondo, come si gusta una pietanza che non si conosce, con quella curiosità mista a timore che diventa disponibilità ad accogliere la novità, con quel sospetto salutare che inibisce la fretta e dona la calma per assaporare tutte le proprietà, con il desiderio di nutrirsi.

Il secondo è fagocitare: le persone, le cose, il mondo, come si fa con un pasto frettoloso e approssimativo, con quella voracità attenta solo a soddisfare un bisogno, con quel nervosismo disattento al senso profondo dei particolari, con la smania di colmare vuoti, di pancia e di cuore. Ab-usare e ab-buffarsi, insomma, hanno tanto in comune!

Probabilmente prediligere il primo significa vivere un’ecologia esistenziale, integrale come dice papa Francesco, in grado di tradursi in gesti di cura allargati a tutto il pianeta. Non ci salveranno né gli slogan evangelici e francescani, ab-usati per alimentare facili entusiasmi, né la fissazione della coerenza, sbandierata da chi accusa i manifestanti di essere i primi a inquinare.

È nell’osmosi tra il privato e il pubblico, nello scambio di bene tra case private e casa comune il germe della rinascita.

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FontePhoto credits: Michela Conte
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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.

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