È iniziato il Sinodo dei Vescovi 2018, voluto da papa Francesco, che si terrà in Vaticano dal 3 al 28 ottobre e che ha come tema “I giovani, la fede e il discernimento”.

Questa tematica è molto delicata, complessa, ma allo stesso tempo affascinante perché chiama in causa i protagonisti del futuro, gli adulti di domani ad interrogarsi sulla propria fede ed ad interrogare i propri vescovi, a far sentire la propria voce e a domandare di quella speranza per la quale si può soltanto vivere e non si è costretti a morire.

È proprio nel tessuto dell’esistenza di ogni giorno che noi giovani ci troviamo a fronteggiare sofferenze e ferite, a cercare un senso alle nostre vite, a interrogarci sulle motivazioni che orientano ogni nostra scelta, a sperare in un futuro ancora da costruire insieme e non già prefabbricato o, peggio ancora, negato: è nell’ordinario di una vita normalissima che ci si trova ad attraversare “il senso di notte e la notte di senso” – secondo l’espressione di Matteo.

Non si tratta di constatare amaramente che noi giovani “non sono più quelli di una volta” – per nessuna generazione questo è mai stato vero – né di illudersi con appelli generici ai giovani “futuro della chiesa o della società”, ma piuttosto di prendere atto che noi ragazzi di oggi siamo già una parte del presente della società e che ci troviamo di fronte a una lancinante mancanza di speranza per il nostro futuro. Nella faticosa ricerca di senso per le nostre vite, sovente e precocemente attraversate da contraddizioni, lacerazioni familiari, disillusioni lavorative, noi giovani non ambiamo tanto a “essere” il futuro della realtà sociale o ecclesiale, quanto ad “avere” già ora un futuro verso cui tendere, un’attesa capace di riempire di significato il nostro presente.

Oggi i nostri occhi vedono e le nostre mani toccano la non coincidenza tra la teoria e la prassi, tra le belle idee e la dura realtà, tra lo sperato e il vissuto. Spetta proprio agli adulti di oggi ritrovare in se stessi i principi che si vorrebbero presenti in noi giovani, spetta alla società nel suo insieme offrire segni di un passato verso il quale ci si volge con memoria grata, testimoniare un presente dagli orizzonti aperti, progettare un futuro che valga la pena di essere vissuto.

Mi piace sapere che nella Bibbia ci sono tre libri dell’Antico Testamento dedicati a tre giovani: Ester, Tobia e Daniele. Quest’ultimo sarebbe il più difficile e delicato dei tre.

Daniele era un giovane coraggioso in un tempo molto turbolento della storia del popolo d’Israele, dove si cercava di far perdere agli ebrei la loro identità civile e religiosa e questo scontro è tale che viene definito in qualche modo apocalittico.

La lettura del libro di Daniele ha soprattutto uno scopo: quello di cercare di introdurre nell’interno di un orizzonte difficile, corrotto, stanco e malato uno sguardo verso l’alto e verso la speranza. È per questo motivo che la Bibbia invita questi giovani, che sono i protagonisti del libro, a non lasciarsi attrarre dalla rete dello scoraggiamento, della mancanza di senso, ma di continuare e ritrovare una speranza, un futuro.

Daniele stesso offre «tre strade» che sono anche un monito per noi giovani: non lasciarsi strumentalizzare dal potere, che sfrutta le doti fisiche e le capacità umane; non essere apocalittici in senso negativo attraverso la critica radicale, il rigetto, la nausea, l’indifferenza; infine, impegnarsi per la giustizia, senza rinunciare alla dote della spiritualità, della fede, dei valori.

Sembra quasi che il libro di Daniele, anziché parlare dei giovani, sia un libro che parla ai giovani. E giovani di questo libro veterotestamentario hanno tre caratteristiche: sono belli, intelligenti e credenti. La loro fede trasformerà il mondo in cui sono stati collocati. A farli vincere sarà non la loro sapienza, ma la loro fede.

Su questa linea, il sinodo dovrebbe stimolare i giovani perché gli adulti fino ad ora hanno soddisfatto tutti i loro bisogni, ma hanno spento tutti i loro desideri, tutti i loro ideali.

Gli adulti dovrebbero ricordare loro che c’è alla fine del viaggio una meta, che c’è una fonte in cui riempire l’anfora.

Il Sinodo – come si legge nell’Instrumentum laboris – è chiamato ad ascoltare con tutti e due gli orecchi la Parola di Dio e le parole dei giovani.

Alcuni giustamente hanno avvertito che uno dei rischi dell’assise è proprio quello di considerare i giovani come un oggetto da mettere sotto il microscopio e non soggetti da ascoltare e a cui parlare.

Sant’Agostino rimprovererebbe gli adulti dicendo: «voi dite: sono tempi difficili, sono tempi duri. Vivete bene e, con la vita buona, cambiate i tempi: cambiate i tempi e non avrete di che lamentarvi». Ecco Agostino sposta l’attenzione dai «tempi» alle proprie responsabilità!

Quante responsabilità devono prendersi gli adulti! Quante responsabilità devono prendersi le istituzioni! Quante responsabilità devono prendersi gli adulti nella Chiesa!

Alcuni di noi giovani “più coraggiosi” chiedono agli adulti: “Non vi accorgete che nessuno vi ascolta più, né vi crede?”.

E lo stesso, poi, Instrumentum laboris del Sinodo che confessa: “molti giovani non ci chiedono nulla perché non ci ritengono interlocutori significativi per la loro esistenza”. Di più. Alcuni “chiedono espressamente di essere lasciati in pace, perché sentono la presenza della Chiesa come fastidiosa e perfino irritante”.

Mi dispiace apprendere che malgrado si è detto e scritto tutto ciò, non si è prestato ascolto ad alcuni giovani del mondo (118 membri di ogni parte del mondo per la precisione) che hanno risposto al documento finale del pre-sinodo, scrivendo loro stessi un documento integrativo, dove sono posti in essere le ragioni e gli interrogativi di molti giovani del mondo.

Mi piace citare un passo di questo bel documento, dove si legge: “Rifiutiamo completamente l’idea che la Chiesa debba cambiare la sua dottrina per soddisfare le esigenze del mondo. Noi desideriamo che la Chiesa adempia al suo carisma di ammaestramento predicando la verità con audacia, senza vergogna e revisioni, anche se ciò comportasse essere respinti dal mondo. La Chiesa non è una pagina di Facebook che tenta d’accaparrarsi il maggior numero possibile di “like” cercando d’essere “moderna” o “alla moda”; la Chiesa è maestra di Verità. Il modo più efficace per danneggiare o addirittura distruggere la fede nei giovani è quello di promuovere una falsa e fuorviante distorsione della verità in un tentativo di acquisire popolarità. Noi desideriamo che la Chiesa sia popolare, perché tutti conoscano l’amore di Cristo. Tuttavia, se dobbiamo scegliere tra popolarità e autenticità, scegliamo l’autenticità”.

E a suggello di questo articolo, anche io mi unisco a queste giovani voci e con amore di figlio impegnato nella Chiesa rivolgo ai miei vescovi riuniti in assise questo semplice e schietto appello:

Noi giovani non vogliamo dei vescovi o ministri amiconi, ma amici.

Non vogliamo vescovi e ministri bravi nel fare analisi sociologiche, ma pastori di cui fidarci.

Noi giovani non vogliamo vescovi e ministri che indichino con il loro indice la via vera, buona e bella, ma rimangono al palo.

Non vogliamo vescovi e ministri come farisei che “legano pesanti fardelli sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito”, ma come Cristo che sapeva guardare e amare il giovane ricco e triste.

Nulla maior est ad amorem invitatio quam praevenire amando”, scrive Sant’Agostino all’amico che gli chiedeva come educare i difficili ragazzi dei suoi tempi – “Non c’è invito più grande all’amore che prevenire amando”.