“Le mie solitudini sono da sempre le mie migliori amiche. Come sanno parlare loro, non sa farlo nessuno, come mi aprono gli occhi loro, non sa farlo nessuno. Il tempo del mondo è sacro. E le mie solitudini mi fanno vedere che il mondo non è mai disposto a far posto in quella sacralità; dedicare agli altri il tempo libero è facile per tutti. Lasciare agli altri lo stesso posto, quando il tempo libero non c’è, quella è altra storia. Ma quella storia io non l’ho ancora conosciuta.”

(Fogli e dediche, 2003)

Quella domenica di giugno aveva piovuto moltissimo. Tutto il mondo avrebbe voluto il sole per poter andare al mare, mentre Marina era rimasta piacevolmente a casa. Viveva quelle giornate piovose estive come una pausa, anche in giorni come quello in cui sì, pioveva fuori, ma le pioveva anche dentro. Le domeniche perfette per leggere.

Lei aveva sempre un po’ di remore quando riprendeva un libro già letto, poiché quando si rileggono i libri, diceva, ci si sente deficienti per quello che si era sottolineato un tempo.

Dovete sapere che Marina è un soldato dell’esercito della matita: non esiste uno solo dei libri che abbia letto – e sono tanti – che non porti i tratti della mina senza cui è incapace di affrontare qualsiasi pagina. La matita diventa il suo sesto dito, peraltro non una matita qualunque, ma La Matita, quella.

Peggio mi sento, sosteneva, quando nei libri sono conservati dei fogli e finisce che si debbano rileggere passi di cose scritte da sé stessi: in quei casi, inevitabilmente, ci si sente deficienti per altre ragioni.

La storia della gente capace di dedicare agli altri un tempo che non c’è, per esempio, che cosa ridicola, aveva pensato una volta aperto e riletto il foglio scritto di suo pugno e conservato dentro Siddharta.

Ed era lì dove La Matita, anni prima, aveva sottolineato il seguente passo partorito da quell’Hermann Hesse: «Disse Govinda: “Non solo una parola è il nirvana, amico. È un pensiero”. Siddharta continuò: “Un pensiero, sia pure. Devo confessarti, mio caro, che non faccio una gran distinzione tra pensieri e parole. Per dirtela schietta, non tengo i pensieri in gran conto. Apprezzo di più i fatti”». 

Ridicola perché sedici anni prima era solo troppo presto e quella Marina acerba non lo poteva immaginare.

L’aveva, invece, conosciuta moltissime volte quella storia, era stata molto fortunata. Tante volte le era stato dedicato un tempo che non c’era, tante volte aveva visto che l’umanità non è lo schifo che troppo spesso si crede sia, tante volte lo aveva notato e non aveva lasciato passasse inosservato.

Ma sono così sicura, si chiese, che averne avuto la prova sia stato un bene, a conti fatti?

Tutte le lettere dell’alfabeto si misero allora in ordine nella sua testa e, dopo aver asserito che sì, certo che era stato un bene, fecero un balletto notevolmente scenografico, diventarono fluo e lasciarono leggere la seguente frase: “piuttosto che niente, meglio piuttosto”.

E Marina?

Marina restò emotivamente muta. Era la sua natura.

Eppure sapeva cosa avrebbe pensato, se si fosse concessa questo lusso. Iniziando a guardarsi intorno, non avrebbe emesso fiato, avrebbe preso atto ed iniziato il suo riassunto con una domanda: “davvero meglio piuttosto?”. Lo avrebbe così terminato con una risposta-non risposta, regalando e relegando il tutto ad un titolo di Fabio Concato: “Provaci tu”.

Riascoltò quel pezzo musicale che normalmente evitava come fosse peste, riaprì quel libro e lasciò che La Matita antica le desse una risposta.

Questo aveva ancora sottolineato: «la maggior parte degli uomini sono come una foglia secca, che si libra nell’aria e scende ondeggiando al suolo. Ma altri, pochi, sono come le stelle fisse, che vanno per un loro corso preciso, e non c’è vento che li tocchi, hanno in se stessi la loro legge e il loro cammino».

Ordunque, continuò a sentirsi deficiente? Non è dato sapere.

L’unica cosa certa era che l’indomani mattina, in auto andando al lavoro, avrebbe ascoltato i dodici rintocchi che squarciano la notte scura, quella delle streghe di quel tale Gabry Ponte.

Tutto sarebbe scomparso, perché Marina aveva il pregio di farsela passare. O meglio, aveva ricevuto un dono: sapeva farsela passare, sempre.


FontePhotocredits: Acca Senior/N.C.
Articolo precedenteLa Lega vota PD!
Articolo successivoGli ingredienti della vita
Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

2 COMMENTI

  1. Sei davvero dotata di una cifra stilistica notevole. E sei capace di tenere sempre alta l ‘ attenzione e la tensione emotiva del lettore sugli stati d’animo della natura umana.
    Volevo farTelo sapere.
    Complimenti, davvero!
    Franco di Chio
    (un giornalista un po’.. arrugginito)

  2. Ogni stato d’animo, a volte, necessita di conferme.
    E la Tua, questa volta, ha tutta l’aria di essere una regina conferma, senza tracce di ruggine.
    Per questo, grazie! Un’Acca vagante.

Comments are closed.