«O voi che siete in piccioletta barca, 
desiderosi d’ascoltar, seguiti 
dietro al mio legno che cantando varca,

tornate a riveder li vostri liti: 
non vi mettete in pelago, ché forse, 
perdendo me, rimarreste smarriti»

(Paradiso II, vv.1-6)

Ogni tanto papà Dante mi fa arrabbiare. Più di una volta mi è toccato difenderlo da quanti lo accusano di superbia, e forse la sua è solo parresia e assenza di falsa modestia, ma questa volta non mi sento di prendere le sue parti…

O voi che avanzate su di una barchetta, animati dal desiderio di ascoltare mentre seguite la scia della mia nave, tornatevene a casa, in porto sicuro, lasciate perdere il mare aperto, non è roba per voi, rischiereste di perdere la mia traccia e di smarrirvi definitivamente: suona più o meno così, in traduzione libera, l’incipit del secondo canto del Paradiso e, con tutte le pur legittime, fondate e autorevoli spiegazioni e contestualizzazioni, mi rende un tantino antipatico Dante, almeno per i prossimi cinque minuti.

Ricominciamo.

Dante vuole dirci che ormai non siamo più nel nostro elemento naturale, sulla Terra. Siamo già nel primo cielo, quello della Luna, e qui non valgono più i nostri ragionamenti. Chi s’avanza «in piccioletta barca» (v.1), cioè senza i saldi fondamenti della dottrina teologica, rischia il naufragio. Meglio sarebbe rimanere in porto… La lunga, didascalica e per noi francamente noiosa spiegazione che Beatrice offre delle macchie lunari, servirebbe appunto a questo: a farci capire che le ragioni scientifiche qui devono cedere il passo alla ragione illuminata dalla fede, cioè alla teologia.

Vabbè, non mi convince. Non solo perché le argomentazioni di Beatrice ci appaiono stantie, ricoperte da una patina di muffa pseudoscientifica, prima che teologica. Quel che non mi convince è proprio l’assunto. Ovvero che, per intendere Dio, bisogna studiare e, segnatamente, che bisogna addottorarsi in teologia.

Ora, si dà il caso che mi sia toccata l’avventura di conseguire un dottorato in teologia, segnatamente in teologia dogmatica, segnatamente presso la facoltà di San Giovanni in Laterano, a Roma, la facoltà del papa.

Solo che tutto questo non mi ha reso né più dotto né più intelligente. Tantomeno mi ha reso più esperto delle ragioni divine. Per un po’, mi ha reso solo più stupido. Intendo: più tronfio a causa del “titolo” che mi ero conquistato e che potevo accampare.

Poi ci ha pensato la vita a ricordarmi che Dio, guarda un po’, si offre ai semplici; che parlavo molto più facilmente con lui quando ero bambino, che non quando ho preteso di studiarlo; e che non è sui libri che, casomai, l’ho incontrato ma nel sorriso di chi, in apparenza, aveva tanto meno di me, ma lasciava trasparire di avere Dio con sé.

Insomma: Dio non è al termine dei nostri meriti. E non potrebbe essere altrimenti. Punto.

Con buona pace di Dante, di Beatrice e delle macchie lunari. D’altronde, trasumanar per verba non si poria…

Fabrizio Caramagna: «Di notte gli adulti pensano ancora alle fatiche del giorno. Solo i bambini si addormentano stremati di mistero».

Albert Einstein: «Lo studio e la ricerca della verità e della bellezza rappresentano una sfera di attività in cui è permesso di rimanere bambini per tutta la vita».

Enzo Bianchi: «L’umiltà è una virtù che si acquista difficilmente: non basta voler essere umili, ed è possibile farsi umili per orgoglio. Solo vivendo le umiliazioni inflitte dalla vita o dagli altri si può imparare l’umiltà!».


FonteImmagine di copertina: designed by Eich
Articolo precedenteCon Expolevante, una primavera all’insegna della ripresa
Articolo successivoL’alfabetizzazione audiovisiva del Cinema
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

3 COMMENTI

  1. Per fortuna Dio non ha bisogno della nostra barchetta, ne’ dei nostri ristrettì pensieri… se studiare e ragionare consente di coltivare lo spirito critico e poter discriminare gli eventi, certo questo non è il passaporto per l’eternita’. Dio si fa misero, umile, piccolo a dirci che i nostri transatlantici non sono il passaporto per il paradiso, piuttosto lo sarà la nostra zattera dove faremo salire i tanti profughi di questa dannata condizione.

  2. Non dobbiamo dar fiato alle trombe per l'”appreso” tra i banchi di scuola, se poi non si fanno abbastanza esperienze dove applicarlo. Dormire con un solo occhio chiuso è difficile poi svegliarsi e credersi riposato, se è proprio il corpo a dirti che non lo sei. Le vie di mezzo per raggiungere uno scopo hanno pure le loro lunghezze, a volte più lunghe e pericolose di quelle maestre. Cosi è la ragione mediatica imposta, sia dai media sia tra i banchi di scuola, se lo studente si lascia trasportare passivamente, senza aggiungere nulla del suo pensante. La religione ti dice la sua, ma per attecchire bene nel tuo cuore c’è bisogno che tu, ad essa, le apri le “porte”, dopo aver “riposato” bene, tenendo gli occhi chiusi ma solo quando è il momento di riposare.

LASCIA UNA RISPOSTA

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.