È e sarà Pasqua tutte le volte che quest’acqua ci fa e ci farà ritornare alla vita da insospettabili morti

Pasqua, pesach, passaggio. È presagio di futuro buono. È polline in viaggio per ricostruire la vita dopo il gelo. È odore di rami fioriti e di fresie. È la carezza del primo caldo e del vento che insiste, comunicando incertezza. E in questa Pasqua, forse, è proprio l’incertezza a fare da padrona e non in senso metereologico.

Penso alle case in lutto, nelle quali più di qualcosa è morto insieme a un parente o a un amico. Penso a chi ancora non ne conosce il luogo di sepoltura e soffre, immaginando l’«avello solitario», direbbe Manzoni. Questa parola così arcaica proviene dal latino “labellum”, ossia “piccolo bacino”, derivato a sua volta di “labare”, cioè “lavare, bagnare”. E in effetti una tomba, soprattutto nella collocazione a terra, richiama molto un lavabo, una vasca. E a tal proposito penso immediatamente alle lacrime, lo sfogo che salva dall’implosione, la resina degli affetti spezzati, l’acqua che conserva i ricordi con il sale che ci conserva umani.

Che Pasqua è questa, allora? Che dire della vita, in un tempo in cui ciascuno, anche chi non è stato direttamente toccato dalla tragedia, è stato chiamato un pochino a morire? In questa lunga e inedita quarantena, infatti, il cuore di ognuno ha sicuramente raggiunto il proprio picco di sofferenza, la propria minuscola morte nella rinuncia alle abitudini, nell’assenza dei volti cari, nell’astinenza dagli abbracci, nel digiuno di quel pane quotidiano essenziale che sono le carezze e i baci dell’amore.

Eppure ogni cuore, così come si sarà sentito almeno una volta un avello di morte, sarà tornato, forse più di una volta, lavabo d’acqua nuova e buona: l’acqua rinnovatrice degli affetti. Gesti di cura, preoccupazioni condivise, piccole grandi attenzioni, pensieri insistenti, parole guaritrici, dialoghi sinceri e semplici, nei quali non si è mai troppo stanchi per ascoltare, non si ha paura di ammettere una mancanza, non si ha bisogno di troppe spiegazioni. In questa sovrabbondanza di tenerezza siamo risorti. Ancora una volta siamo più vivi grazie a chi sa tenerci vivi, a chi quotidianamente scoperchia il nostro nucleo più intimo e restituisce forza ai desideri e ai progetti. E senza che nessuna delle lacrime e nessuno dei frammenti di un qualsiasi disagio siano andati perduti, sottovalutati, rimproverati, richiamati all’attenti, costretti in giudizi sommari, risolti alla svelta, ma semplicemente e coraggiosamente curati e reintegrati nel cammino.

Forse l’anno prossimo o tra dieci anni ci ricorderemo, pienamente rinvigoriti, di quella Pasqua in cui la precarietà, il dolore e la morte furono più forti della sicurezza, della felicità e della vita. Di quella Pasqua in cui i credenti fecero digiuno anche dei riti e dei simboli più significativi, come la luce delle chiese a mezzanotte, eloquente segno della vittoria del bene sulla violenza e sull’ingiustizia fatta non di parole, ma di esperienza concreta di esse da parte di un Dio inerme e passionale. Come lo scroscio dell’acqua nel fonte battesimale, il lavacro della rigenerazione dall’autosufficienza, dall’anestesia esistenziale, dalla tristissima, inutile guerra al limite umano, cose che non chiamiamo “peccato”, ma che sono (molto più di altra roba su cui siamo tanto fissati) “peccato” nella misura in cui ci fanno puzzare di vecchio e di acqua stagnata.

L’acqua degli affetti e dei legami più veri non è meno santa di quella: c’è una risurrezione di relazioni compiuta da Gesù prima, durante e dopo la sua morte che ci costringe a rivalutare il valore della nostra vita affettiva e a mettere in discussione una fede e un culto autocentrati. Quelli che Gesù rimproverava ai farisei, non a caso chiamati “sepolcri imbiancati”, ossia avelli impeccabili fuori ma putrefatti dentro, vivi eppure già morti di mancanza di tenerezza e lacrime.

È e sarà Pasqua tutte le volte che quest’acqua ci fa e ci farà ritornare alla vita da insospettabili morti. Auguri!

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