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Essere felici è un lavoro…

«Non riesco a crederci»: quante volte lo abbiamo detto. Significa riconoscere un fatto come sproporzionato rispetto alla nostra capacità di sopportazione; implica il sentirsi quasi sdoppiati, giacchè mentre una parte di noi vive qualcosa, l’altra parte sembra osservare inerme e capace di ribadire solo la propria incredulità.

Credere, del resto, è riporre la propria fiducia in qualcuno o in qualcosa: un investimento a perdere, un rischio che a volte, a causa di cocenti delusioni, non si vuole più correre. Fede deve la sua etimologia alla radice latina feid-, corrispondente alla radice greca peith- da cui “peitho”, ossia “persuado”, e “pistheuo”, “fidarsi”, entrambi connessi al sanscrito bandh-, con l’idea di “legare”. Del resto sia che qualcuno ci persuada direttamente, magari con quell’oratoria abile ad abbindolare la debolezza, sia che scegliamo di fidarci spontaneamente, quella fede crea un legame particolare. La rottura di questo legame è un’esperienza dolorosissima ma, a quanto pare, una tappa obbligata.

Il punto è questo: in quelle situazioni nelle quali “non riusciamo a credere” a ciò che sta capitando, rientrano persone effettivamente immeritevoli di fiducia, oppure abbiamo del tutto disimparato la fiducia elementare “che move il sole e l’altre stelle?”. Mi è venuta in mente questa cosa durante il conseguimento di un importante traguardo accademico: pochi minuti prima di iniziare ero fortemente dubbiosa che fossi proprio io quella seduta davanti al computer, pronta a dissertare. Un senso di profonda sfiducia mi avrebbe fatto, piuttosto, disertare! E non era quell’insicurezza salutare, che aiuta a non gonfiarsi; era un’umiltà falsa e infantile: “ancora con questo studio?”, “ti hanno già detto una volta che non sei buona”, “proteggiti”, “sei troppo speciale per darti ancora”.

E già: spesso “non credere” è una bella posizione di comodo, è giocare in difesa per stare tranquilli, è evitare gli impicci delle relazioni, è sedersi per continuare a piagnucolare, invece di mettersi in gioco e cambiare le cose: “ce l’hanno tutti con me”. Così si ricade in una spirale di vittimismo, in cui ci si consuma ma, in fondo, si sta bene, perché si pretende tutto da tutti proprio in virtù di certe ferite. Elaborarle, ripeto, è difficile e forse una parte di sofferenza resta sempre con noi; ma dall’istinto di sopravvivenza fino al desiderio di vita più consapevole, siamo fatti per andare avanti.

Io ci ho messo anni ad elaborare l’umiliazione al liceo di essere pubblicamente etichettata e valutata come troppo emotiva e passionale, inadatta ad insegnare, poco portata per le materie umanistiche. Non so ancora se ci sono riuscita; so solo che, quando le cose si fanno serie, crogiolarmi nella parte di quella incompresa diventa addirittura piacevole. E allora in certi casi la fiducia diventa salvezza dalla chiusura più totale e mortale, dalla follia di respingere occasioni d’oro solo per il gusto di non lasciar andare il passato, dall’assurdità di non volere più legami solo perché qualcosa, qualcosa di una meravigliosa avventura è andato storto. Certo la fiducia, soprattutto in se stessi, si ha bisogno di sentirla, sperimentarla attraverso la fede che qualcuno ripone in noi, nelle nostre qualità e se ciò non accade l’autostima può essere compromessa, anche a vita. Il punto (l’altro), però, è credere di poter ancora credere pure quando qualche infelice, non credendo in noi, ci carica di discredito e insicurezza. Fosse anche un fiore cresciuto ai bordi del marciapiede, un pretesto per tornare ad avere fiducia lo si trova sempre se si ride in faccia alla tentazione di barricarsi.

Essere felici è un lavoro più che un merito assoluto, la scelta del nuovo che mette in discussione eppure crea e ricrea, la rinuncia quotidiana all’affascinante persuasione di un passato schiavizzante e comodo. Allora, modificando appena le parole della protagonista di Persuasione (appunto!) di Jane Austen, dico che «devo, dobbiamo imparare a sopportare una felicità maggiore di quella che credo, crediamo di meritare».


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Sono un'insegnante, anche se il più delle volte sono io quella in-segnata dai miei studenti. Sono una ricercatrice, perché cerco piste di rilevanza pubblica per una materia troppo fraintesa e troppo di nicchia: la teologia. Sono una giornalista e faccio cose con le parole. "Quello che non ho è quel che non mi manca" (F. De André) e sono immensamente grata alla vita perché, non senza impegno e sacrificio, "ho trovato amore nel mezzo de la via, in abito legger di peregrino" (Dante Alighieri, Vita nova)