
Perdendo la posizione raggiunta e ritrovandosi al punto di partenza.
Giovanni Verga, tra le sue opere scritte, aveva annoverato di scriverne un’altra dal titolo: “L’uomo di lusso” ma che mai iniziò. Per non averlo fatto possiamo immaginare qualsiasi motivo, pure quello di essere stato anche lui un vinto?
I vinti, detto da Mastro Gesualdo nei Malavoglia di Verga, sono tutti quelli che vengono schiacciati dall’utopico progresso e che, alla fine, restano con un pugno d’aria.
Progresso come “innovazione” e che non sia distruttivo o involutivo, deludente. Progresso al servizio dell’uomo sensato e che lo aiuti al benessere fisico, senza intaccargli la spiritualità.
Sfogliando i miei pensieri m’incammino, tra i tanti labirinti a me toccati, a svolgere matasse ingarbugliate per poi restare senza capi in mano. Già tante le persone conosciute e che mi han dato modo di saggiare il passo: un piede dopo l’altro alla maniera, da rendere meno faticose le salite. Oh, quanti lumi accesi m’hanno reso il cammino di una chiarezza tale che ancor ne scorgo i sentieri aperti: fioriti di spemi e intrisi di passioni.
Un vissuto appieno. Quasi nulla mi è sfuggito per incuria o pigrizia. E intanto mi struggevo e mi allietavo nella mia amata impresa, incurante degli agglomerati oscuri, dei gonfi nubiformi che si affacciavano allo specchio temerario del mio procedere. Ero talmente affascinato dalla vita da non accorgermi di camminare in solitaria: perdevo pezzi del mio seguito per non essermi voltato indietro…
Eppure mi ero prodigato a fare da stampella a qualche claudicante, senza rendermi conto della loro accidia che mi conteneva il passo.
Gli sbalzi in avanti erano stati poderosi imput, entusiastiche spinte, aperture alle migliorie di praticità e di iniziative che mi hanno colmato di esperienze uniche e preziose. Al medesimo tempo si era creata una mancanza affettiva che ne debilitava la mia convinzione e la determinazione nel proseguire. Non scrivo degli scivoloni e le cadute di percorso, nemmeno delle falle procuratemi dagli invidiosi e che avrebbero potuto innescarmi scoramento, sconforto e sfiducia in me stesso, anzi è stato il propellente adatto per il mio motore, inteso questo, come determinazione. Non avevo scavalcato nessuno, pur avendone sgomitati alquanti per liberarmi dai cacciatori senza esperienza d’armi, ma, ad ascoltarli, ricchi di pretestuose qualità, mai dimostrate.
La mia ostinazione aveva perso la dinamica occorrente per proseguire perché avevo acquisito la convinzione ch’era subentrato un intruso ad affievolire, se non a debellare, quella mia verve iniziale. Diverse volte, avevo rallentato il passo per aiutare qualche sprovveduto, ma mi sono trovato faccia a faccia con un altro me stesso, nei panni di un inetto consigliere. Succedeva che la persona che raccomandavo mi metteva in luce opaca: non gratificava il mio impegno in suo favore comportandosi da irriverente col soggetto a cui lo avevo consigliato. Non è stato facile il cammino, anche se interessante per il bagaglio d’esperienza raggiunte e che mi hanno dato una completa autonomia, sia economica, sia di pensiero, sia pure di appagamenti interiori
Oggi che sono a riposo in acquiescenza, m’accorgo d’esser solo coi miei pensieri e con la poesia che tanto mi ha tenuto in essere e senza la quale avrei chiuso il mio libro. Un libro che avrebbe parlato d’insazietà, in fatto di progresso personale.
Ora, rileggendo “I Malavoglia”, del nostro gran verista Giovanni Verga, noto quanto futile, irrivelante, gonfiato guadagno è stato, quel mio faticoso, accanito scalare posizioni che mi hanno portato all’indirizzo mio desiderato, ma lasciandomi perplesso del risultato. E penso ai miei “ricchi” genitori contadini, ricchi di saggezza e di amore: felicemente appagati. Mi trovo qui seduto in una R.S.A., solo e in compagnia del mio pien vissuto. Mi trovo con pensieri che sfilano come nitide come pure opache immagini e che attestano gravi, sfilacciati fini ed esasperati raggiungimenti, uno dopo l’altro, in una sproporzionata, inarrestabile corsa in favore di un riscatto sociale, raggiunto ma non gioito, non pienamente fruito.
Le immagini scorrono ancora in didascalia, sopra uno schermo immaginario, dentro i miei occhi chiusi e nella mia mente aperta sulla realtà trovata: appannata da una indescrivibile delusione.
A un certo punto del percorso già notavo in me una certa riluttanza nel cimento, nella sfida per l’impegno assunto, ma non si era ancora determinata alcuna rinuncia: solo succedeva con l’età avanzata e dopo i primi acciacchi di raggiunta senescenza.
Mi chiedo: è stato un successo, una scalata importante, un raggiungimento esemplare, una comodità economica raggiunta oppure solo l’attraversamento del guado dell’impetuoso fiume che è stata la mia esistenza, la mia vita? Non lo si potrebbe definire diversamente un simile percorso se non ci fosse la fede a dar sostegno alla ragione che ad ogni fine c’è sempre un nuovo inizio.
Questo mio odierno sentire pone altre domande le cui uniche risposte si rifanno nel chiedere a sé stesse cosa s’intende per progresso; quanto costa per raggiungerlo e quanto benessere possa portare se, a fine percorso ci si ritrova a noverarne i sacrifici?
Per restare sull’argomento “dei Vinti”
consiglio di leggere:
“I Buddenbrooks” di Tomas Mann, che racconta la capitolazione di una ricca famiglia di Lubeck, città anseatica tedesca.
“Fontamara”, di Ignazio Silone 1933 che parla di soprusi politici a scapito di chi non ha voce in capitolo, i poveri.
Nel libro di Silone “L’avventura di un povero cristiano”. Il Papa Celestino V asserisce che è difficile essere Papa e restare buon cristiano. È come affermare difficile mantenere due posizioni contrapposte al medesimo tempo, sdoppiandosi in un dualismo inasprito, esasperato.
Che si parli di un carico di lupini, di normali beghe di famiglia, o di quant’altro messo in essere per migliorarsi, prendere distacco dalla povertà, bisogna sempre farlo, senza la nostra avventata presunzione e con i piedi saldi per terra: non tutto arriva per scontato e se arriva, l’impegno decisivo è quello di non alberarsi euforicamente e cadere nel pacchiano… perdendo la posizione raggiunta e ritrovandosi al punto di partenza.























