La bellezza che cerchiamo di edificare può avere l’essenza dei profumi più belli della nostra vita

Nella Bibbia Dio ha narici: l’ebreo immaginava che la sua ira ne comportasse l’arrossamento, per questo la religiosità dell’Antico Testamento trovava il proprio fulcro nell’offerta di sacrifici, affinchè l’odore buono dell’animale bruciato potesse arrivare fino a quelle narici e placare la rabbia.
Gli idoli, invece, hanno narici e non odorano, così come hanno occhi e non vedono, hanno bocca e non parlano, hanno mani e non palpano, hanno piedi e non camminano (cf Salmo 114). Gli idoli vivono la dissociazione più totale; il Dio di Israele, invece, è immaginato in forma antropomorfa e in uno stato di armonia tra le parti, di modo che ogni cosa funzioni nel modo giusto.

Al di là dell’evoluzione neotestamentaria dell’antropologia teologica, la lezione veterotestamentaria è meravigliosa perchè ci aiuta a distinguere Dio da un idolo: Dio respira, parla, crea, tocca, cammina insieme a noi nelle pieghe della storia, dove la vita si esprime e fiorisce e l’uomo vive unificato a partire dalla sensorialità; l’idolo non ha vita, è muto, sordo, immobile, per questo la vita deve succhiarla ad altri, come un parassita.

Si potrebbe partire da qui per capire in chi e in cosa crediamo, se le idee che coltiviamo e difendiamo (con o senza crocifisso e rosario a portata di mano) sono valori edificanti o ideologie capaci solo di sottrarre linfa a noi e a chi ci circonda. Non è un discernimento semplice, “ci vuole naso” come si suol dire. Ma per andare “a naso” nella vita, il naso bisogna esercitarlo: dagli odori passano l’umanità e la dis-umanità che educano o diseducano, sensibilizzano o induriscono il cuore.

Quante cose passano dal naso: così i profumi dell’infanzia, indimenticabili quanto i volti ai quali li associamo: l’odore del pane e del caffè del mattino, delle pietanze domenicali sui fornelli e del bucato steso al sole, della pelle del neonato e delle credenze dei nonni, della brace e del mare, dell’erba tagliata e dei fiori di maggio, della polvere e del pulito, delle aule e delle strade. E da adulti basta risentirli un attimo per provare immensa tenerezza, profonda nostalgia e il conseguente, insopprimibile desiderio di trasmettere bontà, genuinità, autenticità agli altri.
Chissà se pensiamo mai a quanto la bellezza che cerchiamo di edificare abbia l’essenza dei profumi più belli della nostra vita…!

E poi ci sono gli odori cattivi, pungenti, che lasciano il segno come pugnali. Da tarantina mi viene in mente l’immancabile odore dell’Ilva, il primo benvenuto per chi arriva nella città di Taranto e l’ultimo saluto per chi va via e si rende conto “a naso”, in tutti i sensi, di come qualcosa, più di qualcosa non vada per niente bene. Ma penso anche alla testimonianza di Elisa Springer, sopravvissuta ad Auschwitz e morta nel 2004 a Manduria, la quale parlava spesso dell’odore acre, assolutamente indimenticabile, del fumo dei crematori nei quali bruciavano corpi di innocenti: sacrificio folle, assolutamente non gradito eppure compiuto nel nome di Dio (giacchè sulla cintura indossata dalle SS era incisa la scritta Dio è con noi); ideologia e idolatria pure in nome di una purezza senza volto, senza carne, senza odore a parte quello della cenere e della morte.

E se è vero che ciò che coltiviamo o coviamo nel cuore ha radici nel naso, è anche vero il contrario: alcuni sistemi sono in grado di creare cappe di soffocamento invece alimentare aria pulita, profumata di vita e di leggerezza. Lo sa bene Paolo Borsellino il quale, all’indomani della tragica morte dell’amico e collega Giovanni Falcone, tiene un discorso pubblico a Palermo in cui invita i suoi concittadini a preferire il fresco profumo della libertà al il puzzo del compromesso con la mafia.

Una leggenda narrata da Lucrezio racconta di come le oche del Campidoglio salvarono Roma dai Galli perché ne sentirono da lontano “l’odore” e poterono allertare la popolazione: dovremmo riuscire anche noi a sentire da lontano l’odore di minacce da evitare, di pericoli da sventare, così come i profumi da tenere cari nella mente, con i quali incidere nel cuore progetti di bellezza, ricreare essenze buone da emanare in prima persona e imparare ad “avere naso” per fare scelte e valutazioni.

Chi l’avrebbe mai detto che il cuore e la mente avessero sede pure nelle narici!

 

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FontePhoto credits: Michela Conte
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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.