
A proposito del volume Aux origines de la vie. Une nouvelle histoire de l’évolution (Paris, Dunod 2016)
Numerosi e sempre più in grado di entrare nel fondo delle cose sono i risultati ottenuti nel campo delle diverse scienze e di quelle del vivente in particolar modo, e tutti frutto, a dirla con Charles Darwin, di quel ‘piacere di osservare e di ragionare’ specialmente quando ci si trova di fronte ad ‘una osservazione nuova o una nuova idea’ in contrasto con quelle acquisite da richiedere ‘una pazienza illimitata nel riflettere a lungo su ogni questione’ oltre ad una ‘buona dose di inventiva’, come viene ben chiarito nella sua Autobiografia; in essa si assiste quasi in diretta allo sforzo di dare sostanza veritativa alle scoperte fatte, così come del resto emerge dai numerosi Taccuini e dalla ricca mole di lettere che nel loro insieme costituiscono anche un non comune concentrato di interrogazioni di ordine metacognitivo, molte delle quali ancora da esplorare e che spaziano da questioni metodologiche a problemi di senso e di fede, come ad esempio in alcune lettere del 1879 dove si chiede all’interlocutore ‘dimmi che fare quando mi danno dell’ateo’ e del 1880 in risposta ad una sul tema della creazione inviatagli da Giovanni Ettore Mengozzi, fondatore de ‘La Scuola Italica’, e di cui si elogia il lavoro Della Filosofia della Medicina, apparsa nel 1869. Risaltano in particolar modo anche le fonti filosofico-scientifiche col fare proprie alcune indicazioni prese, ad esempio, da opere come Personal Narrative di Alexander von Humboldt e il Corso di filosofia positiva di Auguste Comte, e dalle ricerche di vari naturalisti come i geologi Robert Jameson e Charles Lyell, di quelle di Robert E. Grant della ‘Plinian Society’ e di alcuni anatomisti comparati; con tali strumenti ha messo in campo la sua ‘officina’ questo ‘gentleman paradossale’, così come è stato chiamato, con l’aprire decisamente il secondo capitolo della natura con peregrinarvi dentro e rimanere affascinato da tale ‘grandioso e meraviglioso universo’ della vita col fare della teoria dell’evoluzione il quadro teorico sine qua non per spiegarne l’estrema diversità, teoria che per sua natura è in fieri e non a caso ancora corroborata da continui risultati in più ambiti scientifici. Col descriverne minuziosamente i fatti e nel trovare l’interconnessione tra fenomeni e processi, sono emerse delle verità controintuitive, del resto tipiche di ogni sano percorso scientifico, come l’idea di una ‘evoluzione senza fondamenti’ col spazzare via ogni forma di essenzialismo, per usare il titolo di una significativa opera di Mauro Ceruti; con tale strategica idea, poi declinata con modalità diverse e non solo nelle varie scienze del vivente nel corso del ‘900, siamo stati inoltrati come intera umanità in quella che è stata chiamata ‘rivoluzione nella profondità del tempo’ quasi in contemporanea con l’analoga ‘rivoluzione nella profondità dello spazio’ consegnataci dal matematico Bernhard Riemann nel mettere in campo una delle geometrie non-euclidee, rivoluzioni concettuali ancora non pienamente metabolizzate per aver procurato una serie di decentramenti ancora più radicali dopo quella copernicana o decentrazioni (Il ruolo trainante delle decentrazioni, 17 novembre 2022).
Ed il piacere della scoperta, che emana il sano pensiero filosofico-scientifico altrimenti sarebbe superfluo come ci ricorda Karl Marx nelle prime pagine de Il Capitale, si accentua ancora di più quando ci mette di fronte al fatto che l’apparenza e l’essenza delle cose non coincide, anche se molte forme di conoscenze, comprese quelle faticosamente acquisite da sembrare le più certe, portano a confermare tale situazione; e nella stessa comunità scientifica a volte c’è molta ritrosia a considerare la storia della scienza stessa un ‘cimitero di errori’ dovuti proprio a questa presunta coincidenza, per usare un’espressione di Federigo Enriques, errori però che si rivelano indispensabili e motore stesso dell’impresa conoscitiva nel nostro costante interrogare il reale sempre ‘silente’, ma intriso di ‘mille ragioni’ a dirla con Leonardo Da Vinci. E in modo particolare questo si verifica quando si è alle prese col complesso e problematico problema delle origini della vita, dove basta a volte un insignificante indizio, o quello che appare come tale, nel farne emergere una ulteriore ‘ragione’ che trova le sue basi nello scavare sempre di più nella profondità del tempo; le discipline, che si nutrono concettualmente di tale eredità darwiniana articolandola con diverse modalità euristiche, sono più in grado come le geoscienze di “rimettere in discussione tutta la storia, sino a questo momento ammessa, dell’emergenza della vita sulla Terra”, come scrivono i geologi Abderrazak El Albani e Alain Meunier insieme col paleoantropologo e paleobiologo Roberto Macchiarelli nel volume Aux origines de la vie. Une nouvelle histoire de l’évolution (Paris, Dunod 2016).
Tale volume, recentemente tradotto in cinese e che si auspica venga tradotto in italiano, si presenta come un non comune “invito a vagabondare sulla Terra primitiva” e a partecipare ad una autentica “avventura” da parte di alcuni geologi che, partiti per il Gabon per portare a termine un semplice lavoro di analisi di un terreno sedimentatosi lungo milioni di anni, si sono trovati di fronte a dei “fossili di struttura complessa con più di due miliardi di anni”; interrogati ermeneuticamente e pazientemente con l’occhio darwiniano e con l’aiuto del paleoantropologo Roberto Macchiarelli impegnato in ricerche riguardanti la separazione tra ominini e scimmie antropomorfe col mettere in dubbio lo stato bipede del Sahelanthropus tchadensis, tali fossili si sono rivelati una miniera di dati sorprendenti grazie al loro essere portatori della “più antica forma di organismi multicellulari” che ha portato ad “osare di pensare” la comparsa di una forma di vita già complessa risalente a più di due miliardi di anni “al posto di quella comunemente ammessa di 0,7”. Ma tali “esploratori” del tempo profondo, nell’aprire “una finestra su un pianeta praticamente sconosciuto”, hanno trovato più difficoltà nel districarsi in quella “giungla vegetale così impenetrabile e pericolosa” rappresentata dall’insieme di “idee preesistenti” che fungono da ostacoli epistemologici, nel senso di Gaston Bachelard, da far sembrare la loro scoperta “iconoclasta se non un’idea balzana”; per cogliere quell’elemento così “diverso da quello che si conosce“, è bastato “leggere ciò che è iscritto nella roccia… e soprattutto saperlo fare” utilizzando la metodologia indiziaria che pur sviluppatasi, com’è noto, nelle ricerche storico-umanistiche, è sempre tra l’altro più in uso in diverse scienze, dall’astrofisica alla paleontologia e alla paleogenomica, con lo scopo di dare il giusto peso veritativo a segnali provenienti dal profondo passato, altrimenti indecifrabili.
I tre scienziati al lavoro, interrogando i fossili e le rocce sottoposti a dirla con Pierre Teilhard de Chardin a continui ‘strazi’ nel tempo, hanno potuto così gettare le basi di “una nuova storia dell’evoluzione” col cogliere i diversi “indizi” sia “ad occhio nudo”, usando il martello, e sia entrando “all’interno della materia, cioè gli atomi” ricorrendo allo spettrometro di massa; e hanno preso in debita considerazione altri ‘indizi’ che si sono rivelati determinanti per arrivare “a tali deduzioni” come il colore del cielo del Gabon, la durata del giorno, la forza delle maree e la temperatura del mare, fattori “incredibilmente vari nei miliardi di anni” che per essere decifrati hanno richiesto l’aiuto del chimico e dell’astrofisico. Così un reale, lontano e fuori dalle normali coordinate spazio-temporali, ha fatto a poco a poco balenare un insieme di articolazioni inaspettate, col richiedere la messa in campo di un approccio “pluridisciplinare” che ha portato a fare incontrare più specialisti, fatto che difficilmente a priori avrebbe potuto esserci come viene chiarito; e ciò costituisce la intrinseca “dimensione umana di tale avventura”, portata avanti con “entusiasmo” e derivata da “un reale piacere nel togliere un angolo di velo per accedere ad un passato molto lontano… anche perché “non si fa la scienza per sé” ed una vera scoperta si rivela “bella” se viene condivisa.
L’obiettivo del volume è quello di rendere i lettori partecipi del “piacere” che tale evento porta con sé, perché “scoprire è sempre una gioia; mettere la mano sull’impensabile, un godimento”, anche se contestualmente è necessario fare i conti con la portata des enjeux che mette in atto, a dirla con Gaston Bachelard, da mettere il nostro esprit in una situazione di mobilitazione permanente per ulteriori scoperte che possono presentarsi e sconvolgere ciò che sembrava avere una certa consistenza; e anzi gli autori aggiungono che una “scienza senza piacere è solo una vanità sterile” e “ricercare la conoscenza non deve essere un lavoro ingrato” specialmente quando “si salta per la gioia” dovuta al fatto di aver superato uno “ostacolo intellettuale” con “illuminare un campo restato nelle tenebre sino allora”; e la “lezione” tratta da questa avventura nel Gabon è quella di condurre i lettori senza pregiudizi “nello scorrimento del tempo”, di insieme “percorrere questi tempi immensi… da quando la Terra “è stata bombardata dalle meteoriti”, di vederne i vari “volti”, di assistere al “ balletto dei continenti” con il “ricostituirne alcuni ormai scomparsi”, di vedere la rivoluzione geochimica grazie all’ossigenazione dell’atmosfera con la nascita dei primi batteri e microorganismi.
Ma è sempre sulla scia di quella “guida visionaria che fu Darwin” che è possibile ’”affondare” lo sguardo in quelli che vengono chiamati veri e propri “archivi sedimentari”, lavoro specifico del paleografo sempre più impegnato nel decifrare “dei vecchi codici in dei palinsesti riscritti molteplici volte”; è come calpestare un suolo “sotto i piedi di Darwin” con la coscienza critica che nelle geoscienze, nella paleobiologia e nella paleontologia in particolar modo si ha a che fare con delle “proiezioni” e non con “delle conoscenze definitive” col fare i conti con “la legge della scienza che è l’incertezza”. E e anche se tutto ciò è considerato “desolante”, comunque si ha un’altra “chance” nel percorso di ricerca in base a degli indizi che a volte aspettano solo di essere intercettati, e affrontati con determinazione svelano connessioni con altri processi che nell’insieme portano a prendere in seria considerazione “la paleobiodiversità all’epoca del Meso- e Paleoproterozoico”; ma tutto questo “risalire” nella profondità del tempo è possibile grazie ad una “immersione nelle sue acque” con l’interrogare quei pochi “fragili testimoni” che sono le rocce con i loro preziosi “depositi accumulati nel fondo dei laghi e dei mari”. Essi sono veri e propri “ rari paleosuoli”, che impongono dei limiti alla conoscenza e nello stesso tempo costringono i tre scienziati a mettere in atto una non comune “esperienza di pensiero” e “rischiare, come faceva Einstein”, con la coscienza critica che tutto questo è “un esercizio delicato che richiede un approccio analitico integrato con l’apporto di diverse discipline”.
Così nel Gabon sotto “una roccia banale” è emerso “un mondo stupefacente, inedito, sconosciuto, un pullulare di tracce macroscopiche lasciate da esseri viventi quando ancora si pensava solo all’esistenza dei microorganismi”; tale scoperta del biota del Gabon nel “modificare in toto la data ufficiale della comparsa degli organismi multicellulari e probabilmente anche quella degli eucarioti”, pur essendo stata “inaspettata” e “insperata”, viene dettagliatamente analizzata con varie tecniche nel laboratorio dell’ Università di Poitiers col superare vari “ostacoli” e affrontare diversi problemi tra di loro strettamente “intrecciati che poi è il normale carburante di ogni percorso di ricerca”. E questo si verifica specialmente quando l’obiettivo è quello di dare voce ad “un mondo invisibile, ma prolifico di esseri microscopici le cui tracce sono conservate in vecchi sedimenti”, ad “una vera e propria popolazione che si può chiamare col termine di Gabonionta, un mondo perduto che sconvolge le nostre conoscenze e cambia in modo irreversibile l’idea che abbiamo dell’evoluzione” col mettere definitivamente in crisi la sua “concezione lineare”, cioè l’immagine di una sua storia basata in modo progressivo sul passaggio “dal semplice al complesso”; e oltre a procurare un vero e proprio serbatoio di “gioia infantile quando si scopre un tesoro”, è portatrice di una gioia di tipo epistemico in quanto fornisce le basi di una “rinnovata lettura di ciò che si pensa dell’evoluzione dopo Darwin”.
Ed una nuova scoperta, come diceva Gaston Bachelard, nel rimettere in questione l’acquisito e tutta ‘l’impalcatura’ concettuale costruita su di esso, pone altri e più profondi interrogativi in quanto costringe a volte a ripartire da zero col trovarsi di fronte ad altre sorprese, a continue meraviglie e ad ulteriori piaceri; e, infatti, per i tre scienziati della scoperta del biota del Gabon, “ritrovare la cause dell’emergenza di questo ‘nuovo mondo’ solleva molteplici problemi”, cioè già l’emergenza della vita complessa, come “la scomparsa brutale di questi stupefacenti esseri”, il lungo periodo passato (il boring billion) per arrivare al Neoproterozoico, epoca a sua volta piena di “segreti tutti da esplorare”, tutti problemi che contribuiscono “alla conoscenza di ciò che resta il grande problema: come la vita si è sviluppata sulla Terra?”. E in funzione di questo obiettivo, carico di risvolti non solo di carattere cognitivo, il loro lavoro obbliga da una parte a continuare la ricerca nel campo delle geoscienze e dall’altra a dare rilevanza epistemica “alla biologia di questi organismi dimenticati” che forse presentano modalità di sviluppo diverse dai modelli conosciuti, in quanto possono dare un diverso “significato alla nostra concezione dell’evoluzione” sempre con l’aiuto di altre discipline a partire dalla microbiologia. E anche se la ricerca scientifica, pur piena di difficoltà, resta “una corsa ad ostacoli affannosa” e “ridurla ad un lavoro noioso sarebbe sconfortante”, è comunque “niente altro che piacere” con la sua portata di entusiasmo non comune in quanto in grado di “aprire una finestra su un mondo sconosciuto” e di mettere insieme menti, a volte costrette a farlo, accomunati dal faticoso ‘travaglio dei concetti’, per usare un’espressione di Federigo Enriques, per dare voce a nuovi volti del reale; e se le ragioni del reale vengono sempre più conosciute e rese intelligibili come hanno fatto gli autori di questo lavoro portandoci nella profondità del tempo, noi diventiamo più responsabili nei suoi confronti, come diceva Simone Weil, approccio che oggi, data la gravità dei problemi che affliggono la Terra, sta diventando impellente per gettare le basi di un nuovo Antropocene.


























