Fanno i duri, ma son solo ominicchi con la barba

Oggi ad Andria è sabato sera. Un sabato sera tranquillo, oggi non si va a ballare, domani dovrò studiare un sacco, non posso permettermi di passare la giornata nel letto. Oggi ad Andria si esce. Come di solito, si passeggia per il centro storico. Ci si ferma nel piazzale della Cattedrale, si sorseggia una birra con gli amici e in loro compagnia si ride, e si parla, si parla di che palle quanti compiti abbiamo per lunedì, si parla di che facciamo domattina, se vuoi usciamo, dipende da che ora mi sveglio. Si parla e si ride, si sta bene. Un sabato sera tranquillo ad Andria si passa così. Poi arriva la mezzanotte, assieme a una raffica di sbadigli, e a me viene voglia di tornare a casa. Saluto le mie amiche, controllo di non aver perso nulla, prendo il cellulare dalla borsa e mi incammino a passo svelto. Porto l’auricolare solo nell’orecchio sinistro, per non estraniarmi totalmente dai rumori che mi circondano. Odo gruppi di ragazzi ridere, applaudire, qualcuno ha appena compiuto gli anni. Qualche macchina sgommare, due vecchiette spettegolare, sedute sui gradini lindi e luccicanti delle loro storiche casupole di pietra.

Cammino. Sorrido, compiacendomi perché c’è la mia canzone preferita in riproduzione e perché ho passato una bella serata. Ho anche indossato i vestiti nuovi che la mamma mi ha regalato. Una bellissima minigonna nera di jeans e un paio di stivali col tacco, esattamente come li desideravo, nonché incredibilmente comodi. E se da un orecchio ascolto il brano, dall’altro presto attenzione al rumore dei miei passi, un tac tac sonoro sul marciapiede che tento di sincronizzare con il suo ritmo.

Cammino e ascolto. Fuori, dentro.

Oh!

Udendo il richiamo, sicuramente più familiare agli scimpanzé che a me, ma comunque abbastanza certa che non vi siano scimpanzé da richiamare nelle vicinanze, rallento.

Una peugeot 106 rossa, da quello che intravedo sotto lo strato di polvere che la ricopre interamente. Il finestrino si abbassa e ne sbuca una testa, un ragazzo, sulla trentina. La barba incolta, il viso butterato, gli occhi neri, vispi, attenti. Attenti, sì, ma non a me. Puntano dritto la mia gonna, quasi fossero capaci di sbirciarci attraverso. Tra il richiamo e quello che ne segue mi sembrano passare minuti. Osservo la nera lanugine smuoversi pian piano per poi divaricarsi a rivelare la dentatura giallastra. La creatura origina un secondo verso, che ne rivela il timbro stentoreo e metallico.

-T faciss, uanne. Ci cheul ca tin, sì propr boun. (Ita: Ti sbatterei. Sei davvero bona. Eng: I would fuck you. You are so stunning. Sp: Te follaría. Eres tan impresionante. Fr: Je te baiserais. Tu es tellement magnifique. Ci: 我會他媽的。你真是太棒了)

Sebbene non abbia ancora conseguito alcuna certificazione nella lingua, il suono mi è familiare. Lo sento così spesso che ne capisco il significato. E quello che capisco non mi piace per niente. A cominciare dal ruvido assemblaggio delle lettere, dallo scricchiolio di tutte quelle consonanti che insieme suonano così fastidiose, così… moleste.

Faccio una smorfia e giro la testa. Affretto il passo, e quando sento il rumore della macchina ancora vicino, troppo vicino, tanto da essere certa che è ancora dietro di me, cambio strada. Giro in un vicolo e vado dritto. Ora mi toccherà impiegarci dieci minuti in più per tornare a casa.

Mi hanno suggerito di agire così quando ti fanno “cat calling”. E di aspettarmelo se esco con la minigonna. Di non rimanerci male, che mi stanno facendo un complimento. Mi stanno dicendo che sono bella. Magari dovrei dire grazie, anche sorridere. Che gentili, mi stanno dicendo che sono bella.

Eppure quelle parole suonano così ostili. Riesco a esprimermi solo con una smorfia.

Quando mi fanno cat calling non mi sento una ragazza. Mi sento un oggetto, un sex toy.

Quando mi fanno cat calling io non mi sento bella, né complimentata, né corteggiata, né corteggiata con invadenza.

Mi sento molestata.

Non mi azzardavo a sognare di diventare la Beatrice di qualche nuovo Dante, ma una ballata di Jovanotti, almeno a quella vorrei poter aspirare.

Si chiama ‘cat calling’ il fenomeno per cui le persone si sentono in diritto di rivolgere commenti, la cui gamma spazia dal “ciao bella” alle più fetide volgarità, a sconosciuti/e per strada. Il cat calling è stato recentemente ribattezzato con “street harassment”. L’efficace termine argina ogni possibilità di fraintendimento rispetto alla gravità del fenomeno, che è a tutti gli effetti una molestia verbale. Il governo Macron lo ha riconosciuto come reato: in Francia i ‘complimenti’ sono puniti con multe dai novanta ai settecentocinquanta euro a seconda della gravità, ma possono lievitare fino a migliaia di euro nel caso di recidività del gentleman che li rivolge. Qui una ricerca ha evidenziato che quasi l’85% delle donne è stato frequentemente lusingato dalla captatio benevolentiae di questi playboys da strapazzo.

Playboys? Direi piuttosto: ragazzini un po’ cresciuti, incapaci di corteggiare una donna, ominicchi, più che altro. In altri termini: dei cacasotto senza attributi, che nascondono dietro modi rozzi la loro mancanza di coraggio.


2 COMMENTI

  1. “Piccola”, da che mondo e mondo i maschi, soprattutto quando non sposati e quando sono in una particolare età della loro vita, si comportano in quel modo ma attenzione… perché non capita solo alle ragazze/donne, ma anche ai ragazzi/uomini: basta essere diversi ai loro occhi o basta che questi tizi si trovino in un momento di noia o di sballo, che ci si ritrova al di la dell’appartenenza di genere, ad essere “attenzionati” (e se la femmina viene spaventata, è più facile che il maschio viene prima spaventato e poi picchiato per futili motivi).
    Non mi piace che il governo Macron abbia sancito come reato i complimenti volgari e ignoranti, perché potrebbero finire nei guai ragazzi per bene che in una serata felice tentano spensieratamente di relazionarsi con una ragazza. “I ragazzi sono come le pantere” (cito Jovanotti, che sembra piacerti) e non possiamo vincolarli con una minaccia legislativa perché scherzano con le ragazze per strada.
    Certo sbagliano, sono cafoni… ma in fondo come si comportano, generalmente, a scuola? E a casa? Ci vorrebbe tanta educazione. Tieni presente che se una minigonna sta nelle logiche dell’espressione delle femminilità di una ragazza, la femminilità espressa è richiamo per i maschi in età “particolare” o più semplicemente senza compagna fissa.

    Permettimi di farti riflettere su questo: non cadere nella logiche di una certa cultura che, in nome di una faziosa autodeterminazione femminile, si scaglia contro i maschi generalizzando e additandoli come specie aggressiva, cattiva, ecc. (si ascolti la Boldrini per esempio).

    Lei ha mai visto la pubblicità di una nota marca di capi d’abbigliamento? (con il simbolo di una locusta o chissà cos’è), ebbene in quella pubblicità ci sono un ragazzo ed una ragazza seduti su un tavolino e lui sta per proporsi a questa ragazza, il suo stato d’animo è come un vertiginoso salto nel vuoto… lui sta mettendo in gioco tutto se stesso per lei… si lancia e non sa dove cadrà e come cadrà*… ma se lei l’accoglie sarà un’esplosione emozionale positiva ed incredibile… sarà l’amore, la passione sincera e pura.

    Finiamola con questa guerra dei sessi una volta per tutte e amiamoci, vivendo e sopravvivendo. La società perfetta non esiste. Correggiamoci a vicenda piuttosto e sosteniamoci nel corso della nostra breve vita.

    *per i maschi seri questa sensazione è tanta roba, mi creda.

  2. ciao Linda (mi rivolgo a te in toni confidenziali perché ti immagino molto giovane), ho letto il tuo bell’articolo con interesse, ma non mi trovo d’accordo. Chi si comporta come tu hai descritto non va definito nè cacasotto nè playboy da strapazzo: è un aggressore. Avvicinare una donna in quel modo e con quelle parole è aggressione verbale. E’ una situazione che fa molta paura a chi la subisce e che – tristemente – quasi tutte le donne hanno provato almeno una volta nella vita. Credo non debba essere nemmeno vagamente accostata ad un brutto tipo di corteggiamento: è proprio una forma di violenza e come tale va trattata. Dobbiamo essere per prime noi donne a chiamare le cose con il loro nome e non dare attenuanti di nessun genere alle varie forme di intimidazione o prevaricazione di cui possiamo essere vittima.

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