…l’ira funesta, che infiniti addusse lutti agli Achei”: così recita il noto incipit dell’Iliade.

È potente, distruttiva l’ira: la parola stessa, connessa al latino ire, ossia andare, richiama la forza di un movimento, dunque di un cambiamento, di un’energia, di una forza.

L’ira, si sa, è un vizio capitale: una cosa brutta, per intenderci! Ma siccome spesso un concetto viene esteso a più termini, per pigrizia e per bisogno atavico di nozioni universali livellanti (nelle quali dimorare tranquilli senza la fatica del discernimento) ira, collera e rabbia sono diventati sinonimi. Soprattutto in ambito religioso il risultato è stato devastante: la diffusione di uno spiritualismo pacifista che aborre ogni genere di conflitto e tende ad esorcizzare una normalissima emozione. «Non bisogna arrabbiarsi, né litigare»; «occorre vivere in pace».

Benissimo: non sto inneggiando alla guerra. Semplicemente ritengo inconciliabile il realismo evangelico del «beati gli operatori di pace» (cf Mt 5), termine che racchiude la fatica di un lavoro da costruire e assolutamente non scontato, con l’abitudine ad aggirare i conflitti per una lettura distorta della rabbia.

«Ero arrabbiato con il mio amico. Glielo dissi e la rabbia finì. Ero arrabbiato con il nemico. Non ne parlai e la rabbia aumentò»: William Blake sintetizza alla perfezione il segreto della gestione di quella che è semplicemente un’emozione di base della personalità. Se non l’avete ancora fatto, guardate attentamente il film Inside out e scoprirete come nella vita affettiva e relazionale occorra la sinergia tra tutte le emozioni e come la positività della gioia non sempre riesca a risolvere i problemi. Già, perché a volte nella vita occorre una spinta che solo una sana indignazione può fornire: «dobbiamo riappropriarci della nostra collera» dice la grande Luce Irigaray.

Ira, difatti, per alcuni è connessa anche alla radice ar dei verbi di spostamento e cambiamento: se chi assiste passivo alle ingiustizie, alle discriminazioni, alle violenze alle quali sono sottoposti tanti esseri umani fosse capace di arrabbiarsi un po’ di più, forse nel mondo ci sarebbero meno parolai e più uomini e donne responsabili e seriamente impegnati per rendere ogni luogo un posto migliore. Più pericolosa della rabbia e dell’entusiasmo cieco e adolescente è il quietismo, l’apatìa più totale. Comoda, ma disumana e disumanizzante.

Anche illudersi di dovere e potere andare d’accordo con tutti alla perfezione è pericoloso: porta a scandalizzarsi troppo facilmente dei normalissimi conflitti relazionali e a praticare e consigliare silenzi e ascesi misticheggianti, capaci solo di acuire i problemi e i sentimenti negativi. Qualsiasi relazione include in sé lo scontro e al di là di quello patologico, generato dall’egoismo o dall’ira in senso stretto, esso può essere qualcosa di estremamente positivo e fruttuoso: libera le energie, aiuta a prendere consapevolezza di chi siamo, riavvicina alla carne dell’altro ed essa più preziosa dell’idea che avevamo di lui. Soprattutto arrabbiarsi tira fuori verità scomode, taciute per timore o per falso pudore: non è vero, infatti, che quando si è arrabbiati si dicono cose non pensate. È il luogo comune più fasullo del mondo!

Certo imparare come e quando arrabbiarsi è un’arte: il pacifista difenderà la necessità dell’armonia in un mondo di per sé troppo difficile; il guerriero si ergerà a favore dei litigi in grado di temprare il carattere e la relazione. La bellezza sta, come sempre, nel mezzo. E questo è il cammino di una vita intera.

Controsenso: usi e abusi delle parole quotidiane

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FontePhoto credits: Michela Conte
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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.

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