Intervista a Guido Turus. Dottore in Filosofia, specializzato in Studi interculturali presso l’Università di Padova

Intervista a Guido Turus. Dottore in Filosofia, specializzato in Studi interculturali presso l’Università di Padova, collabora con numerose realtà del terzo settore da molti anni oltre a fa parte della redazione della rivista Madrugada.

Guido Turus ha curato numerose pubblicazioni tra cui ricordiamo: Ad occhi aperti (2002), Biodifferenze (2006), Per l’Italia (2011), Per una cittadinanza responsabile (2011) e Bioresistenze (2014).

Da quest’ultima pubblicazione, realizzata attraverso la collaborazione tra Movimento di Volontariato Italiano (MoVI) e Confederazione Italiana Agricoltori (CIA), è nato il documentario Bioresistenze – cittadini per il territorio: l’agricoltura responsabile. Documentario che, presentato in anteprima ad Expo Milano e al Parlamento Europeo, ora sta girando l’Italia per incontrare i cittadini, le scuole e le associazioni per discutere dei temi legati allo sviluppo sostenibile, ai beni comuni e all’antimafia sociale.

Guido, come nasce Bioresistenze?

Bioresistenze nasce come concreta e voluta prosecuzione di Biodifferenze. Biodifferenze prendeva corpo dal mio interesse rispetto alle questioni ambientali, partendo dal meraviglioso concetto di biodiversità. Questa pubblicazione, come molte altre che ho curato, è costituita da una corposa parte fotografica che ha il compito di raccontare e mostrare concrete attività di cittadinanza che si stanno impegnando per mantenere, conservare e tutelare questa necessaria e meravigliosa risorsa che chiamiamo biodiversità.
Nel realizzarlo mi sono reso conto che le esperienze (sia italiane che estere) che incontravo erano esperienze e pratiche agricole: chi voleva difendere la biodiversità inevitabilmente era tenuto a confrontarsi con le questioni agricole.
Da questa constatazione è nato il progetto di proseguire il percorso di quella pubblicazione approfondendo il ruolo e il significato dell’agricoltura non solo nella difesa dell’ambiente ma anche delle comunità e del paesaggio.

Da Bioresistenze emerge subito l’intenzione di presentare la memoria unendola ai temi ambientali come valori indiscutibili della nostra società. A tal proposito si ascolta, nel documentario, anche un estratto di “Bella ciao”, nella versione delle mondine. Perché avete deciso di legare il tema dell’agricoltura alla resistenza? Lavorare la terra è un’attività politica?

Uno degli obiettivi di Bioresistenze è quello di discutere delle questioni legate alla terra e all’agricoltura legandole alla cittadinanza. In questo senso i riferimenti alla Costituzione e alla lotta partigiana (ma anche uno velocissimo alla Prima Guerra mondiale) sono strutturali a questo lavoro: dobbiamo porre l’agricoltura e i temi ambientali e sociali all’interno dello spazio politico che devono avere, cioè quello del futuro, della democrazia, della Repubblica. Tali tematiche non possono essere ritenute questioni da “anime belle” o da “spiriti compassionevoli”, sono argomenti che riguardano tutti noi e la comunità che vogliamo costruire.

Durante i tuoi viaggi per presentare Bioresistenze, percepisci ancora vivi questi valori tra il pubblico che ti ascolta?

Il pubblico che ho avuto modo di incontrare durante le presentazioni di Bioresistenze ha estremamente presente l’urgenza di tali questioni anche se il parallelismo con la resistenza partigiana a volte sfugge o lascia perplessi, ma se è così altro non è che un motivo in più per ricordare chi ha deciso di schierarsi da una parte per costruire una comunità basata sull’inclusione. Se questo lavoro riesce ad essere anche un piccolo contributo alla memoria non posso che esserne felice.

Nel documentario si menziona l’antimafia sociale. Produttori coraggiosi che hanno investito i loro sforzi su terreni confiscati alla Mafia. È un fenomeno prettamente concentrato al Sud? Si può fare di più?

C’è un agricoltura che fa antimafia gestendo i terrei confiscati alle mafie: un vera e propria azione di conquista (di riconquista) di quei territori alla Repubblica e ai sui diritti civili. Ma c’è anche un agricoltura, di cui troppo poco si parla, che fa antimafia preventiva, un agricoltura cioè che per il solo fatto di esserci impedisce alle organizzazioni malavitose di rubare terre alla democrazia.
Nel documentario incontriamo due realtà che gestiscono beni confiscati: una in provincia di Torino e una a Napoli. È stata una scelta, questa, adottata proprio per sottolineare come la questione sia nazionale; lo è per le mafie storicamente intese ma lo è anche per le nuove speculazioni che mirano ad un arricchimento privato che non tiene conto dei diritti e dei beni comuni.
Cosa si può fare di più? Da un lato rendere più veloce la confisca dei beni e la loro assegnazione dall’altro mapparli, conoscerli e farli conoscere.
Infine aggiungerei che l’antimafia è un azione dei cittadini, ognuno, nel suo privato come nella sua socialità, può svolgere un ruolo in questa direzione.

Dalla tua esperienza e dai racconti degli agricoltori, è possibile una crescita sostenibile? Cosa si sta facendo in questa direzione?

Una crescita sostenibile, è già stato detto, non è possibile ma, ormai, necessaria. Il problema è il tempo che impiegheremo ad arrivarci. Dal mio punto di vista tropo spesso il mondo agricolo e la società civile si sono trovati scollati, troppo spesso le città non dialogano con le campagne, ma da viaggio che ho fatto risulta chiaro quanto la società civile abbia bisogno dell’agricoltura e viceversa. Uno sviluppo sostenibile passa attraverso la capacità di tessere nuove alleanze, nuove alleanze capaci di porre al centro del dibattito e delle pratiche, obiettivi comuni a cominciare dal diritto al cibo e quello alla salute.

Nel viaggio che lo spettatore fa, guardando il documentario, è evidente il ritorno all’etica del consumo. Secondo te, in cosa è possibile migliorare?

Si stanno facendo molte cose buone a differenti livelli, ma ritengo che la questione veramente centrale ed insostituibile sia rappresentata dalla formazione e dall’educazione: non saremo più sostenibili se i cittadini eseguiranno degli obblighi, e non lo saremo neppure se riempiremo il carrello con prodotti etici e biologici che però non ci servono. Essere sostenibili significa essere responsabili, significa saper scegliere, saper valutare ed essere aperti al confronto.