Allarme sul fronte dell'educazione. Intervista a Angela Ribatti, dirigente scolastica per 27 anni.

Allarme sul fronte dell’educazione. Intervista a Angela Ribatti, dirigente scolastica per 27 anni.

Benedetto XVI ha parlato spesso di urgenza educativa che travolge il nostro tempo. Ha riproposto con energia l’esigenza di riscoprire dei valori comuni a cui far riferimento come pilastri in modo che “la società possa tornare ad essere fondata su qualcosa di solido e di vero”.

Nella Lettera Sul compito urgente dell’educazione, il Papa emerito avverte che dall’educazione dipende il futuro del mondo e della società umana: “Proprio da qui nasce la difficoltà forse più profonda per una vera opera educativa: alla radice della crisi dell’educazione c’è infatti una crisi di fiducia nella vita”, la necessità di “trovare un giusto equilibrio tra la libertà e la disciplina”.

Ne abbiamo parlato con la dirigente scolastica Angela Ribatti.

Ci si lamenta della difficoltà di comunicare con i propri figli e/o studenti. Perché all’improvviso si crea una sorta di muro invalicabile?

I genitori devono preoccuparsi della crescita armonica e integrale dei propri figli sin dalla nascita promuovendo giorno dopo giorno lo sviluppo di tutte le loro dimensioni, da quella fisica a quella cognitiva, a quella emotivo-affettiva e sociale, a quella religiosa senza dimenticarne alcuna e senza esaltarne alcuna a discapito delle altre. Per fare questo, due sono i punti di riferimento essenziali: essere esempi di vita nel quotidiano e contemporaneamente aiutare i piccoli ad acquisire delle regole.

La comunicazione educativa richiede un ascolto costante, vero, empatico nei confronti del figlio, a qualsiasi età. Si tratta di un ascolto che si fa dialogo e aiuta a capire e a farsi capire che consente al figlio il contenimento ma anche il prendere il largo come sostiene Daniele Novara quando parla in particolare della funzione del padre ritenuto oggi “il grande assente”. In questo modo i conflitti che sono comunque ineliminabili nello sviluppo della dimensione sociale del ragazzo, saranno negoziati e risolti senza distruggere la persona. Tutto ciò vale anche per la scuola.

Quali sono i migliori metodi di comunicazione per cambiare l’aggressività in dialogo?

La comunicazione educativa deve contemporaneamente consentire lo sviluppo della libertà e della responsabilità. Scrivevo ai genitori della scuola che dirigevo, quando sono andata in pensione: “Non lasciatevi prendere dalla voglia di dar loro tutto e subito o di scusare immediatamente i loro errori perché ciò non li porterà da nessuna parte o meglio li farà diventare persone viziate, prepotenti, incapaci di rispettare le regole necessarie per convivere democraticamente con gli altri. Amate i vostri figli, ma il vostro amore sia sempre rivolto a volere il loro bene, a volere, cioè, che diventino persone giuste, educate, capaci di impegnarsi, di essere responsabili e di saper collaborare con gli altri, capaci di solidarietà. E soprattutto siate per loro di esempio: non è possibile insegnare ai figli qualcosa che noi adulti non pratichiamo e molte volte non ci accorgiamo che con i fatti smentiamo quanto diciamo loro con le parole”.

Se si esercita la propria genitorialità e la professione docente in questo modo, i muri non si formano e non sarà necessario andare ad aprire un varco negli stessi. I bambini imparano ad essere gentili, disponibili, sinceri, accoglienti, aperti, se gli ambienti in cui vivono sono tali, per cui sforziamoci di insegnare più con i fatti che con le parole.

Quanto è importante la presenza di un adulto ben cosciente e consapevole del suo ruolo formativo?

È la cosa più importante nel percorso di crescita di un bambino, di un ragazzo, di un adolescente perché gli consente, appunto, come dicevo prima, di esercitare l’arte del confronto con una persona che cerca di trasformare la necessaria asimmetricità della relazione dovuta allo scarto di età e di competenze in una relazione simmetrica fondata sul rispetto reciproco, sul rapporto io-tu di cui parla Buber. Oggi, purtroppo, come sostengono molti psicologi e pedagogisti, molti adulti sono ancora alla ricerca della loro identità e molti genitori o insegnanti credono di dover essere per i propri figli/alunni “amici” o “ fratelli maggiori” con la conseguenza che il ragazzo rimane privo del necessario ruolo del contenimento pur nella libertà della propria espressione. Ed ecco che i ragazzi sostituiscono questa assenza con il dialogo sui social su cui postano addirittura, nei casi estremi, l’anticipazione del proprio suicidio. Quanta solitudine e quanta tristezza pervade la vita di questi ragazzi a causa dell’assenza, accanto a loro, di adulti coscienti e consapevoli del loro ruolo educativo.

Quale deve essere il ruolo della scuola e in generale delle agenzie educative per evitare l’insorgere di situazioni di crisi e di conflitto?

Il ruolo della scuola deve essere quella di aiutare gli alunni a maturare non solo competenze cognitive, ma anche socio-emotivo-affettive. Quindi puntare su metodi di apprendimento cooperativo attraverso i quali l’alunno impari a competere con se stesso cercando di raggiungere risultati sempre migliori ma cooperando con i compagni e maturando capacità di relazione di aiuto reciproco, di solidarietà, di giustizia sociale e così via. Oggi, infatti, si parla della necessità di promuovere nei ragazzi “competenze di cittadinanza attiva”, quelle stesse che il Parlamento europeo nel 1976 indicò in una Raccomandazione accolta dalle Indicazioni nazionali per i curricoli dei vari ordini di scuola.

La scuola, inoltre deve essere aperta ossia promuovere costantemente il dialogo con le famiglie e il territorio in modo tale che l’alunno ritrovi nelle varie agenzie educative un progetto condiviso pur nella specificità dei ruoli.

Quali sono i comportamenti da tollerare e quali invece da contrastare per evitare atteggiamenti antisociali, in alcuni casi perfino criminali?

Tutti i comportamenti aggressivi. Gli adulti di riferimento a partire dai genitori e dai docenti devono trasformarsi in “allenatori emotivi”, come sostiene D.Goleman, in modo tale che il bambino, sin dalla più tenera età, sviluppi intelligenza emotiva e diventi capace di riflettere prima di agire e poi di riflettere sulle proprie azioni così da evitare quei “sequestri emotivi” da cui derivano, per la maggior parte, i comportamenti aggressivi. In una società come quella odierna caratterizzata dalla violenza gratuita come risposta sproporzionata di tipo aggressivo agli eventi (ne sono un esempio i talk show televisivi e addirittura le sedute del nostro Parlamento) è indispensabile puntare da subito sullo sviluppo dell’intelligenza emotiva che porta a saper riconoscere e dominare con intelligenza le proprie emozioni sin dalla più tenera età.

Quando la legittima preoccupazione finisce in iperprotezione nociva?

Quando si assumono, da parte dei genitori, atteggiamenti di difesa ad oltranza dei propri figli anche di fronte a comportamenti deplorevoli da parte degli stessi. Hanno sempre torto gli altri e il povero angioletto (il figlio) è sempre la vittima. È il classico comportamento mafioso di omertà adottato in difesa dei propri accoliti e la televisione ce ne da esempi concreti quando ci fa vedere mamme che si scagliano contro le forze dell’ordine che osano fermare i propri figli reduci da imprese criminali.

Qual è l’atteggiamento giusto per tutelare le nuove generazioni dalle aggressioni tecnologiche a cui stiamo assistendo negli ultimi anni?

L’atteggiamento di base è educare all’uso intelligente e razionale delle tecnologie. Questo significa:

  • quando i bambini sono piccoli, regolamentare l’uso delle tecnologie in termini di : tempo di esposizione; applicazione di filtri (parental control) per impedire l’uso di siti pericolosi; “visione insieme”, genitori e figli, di spettacoli che riteniamo complessi sotto il profilo etico perché , come sosteneva la Noar, una psicologa che amo molto, la cosa dannosa è lasciare i bambini “ soli e senza spazio mentale” di fronte alla televisione e questo vale anche per internet o per i videogiochi;
  • quando i ragazzi sono un po’ più cresciuti occorre lavorare molto, come scuola e come famiglia , perché gli stessi capiscano che le tecnologie sono mezzi e non fini per cui siamo noi a doverle governare utilizzandole per tutto ciò che ci possono dare per aumentare le nostre capacità di espressione creativa senza che ciò crei quella dipendenza passiva che ci fa essere plagiati da esse (internet in primo luogo).

Sarebbe bene che i ragazzi capissero, come dice Leo Cherne, che “L’elaboratore è incredibilmente veloce, preciso, stupido mentre l’uomo è lento, impreciso, intelligente e creativo e che l’unione tra i due costituisce una forza incalcolabile se governata dalla creatività umana”. Mi piace concludere con una frase di Papert, allievo di Piaget e inventore del linguaggio “logo” “Non devono essere i calcolatori a programmare i bambini ma i bambini a programmare i calcolatori; questo spinge il bambino a pensare, lo spinge cioè a riflettere sul pensiero e lo trasforma in epistemologo, un’esperienza questa, mai vissuta da molti adulti”.