«dal tuo podere e da la tua bontate
riconosco la grazia e la virtute»

Se è vero che quando due persone sono costrette a separarsi, al momento del loro “addio” si confessano l’un l’altra cose mai dettesi prima, allora la nostra conoscenza di Beatrice potrebbe avviarsi dagli ultimi versi che il poeta le rivolge nella terza cantica. Quasi al termine del viaggio, quando ormai è sulla soglia della luce divina, Dante si accorge improvvisamente dell’assenza di Beatrice. Ella, che è stata la musa di tante sue liriche e che, all’altezza della Commedia, è insieme donna amata e simbolo della scienza teologica, ora lo affida nelle mani di «quel contemplante» che si rivelerà essere San Bernardo. Ed ecco il saluto che l’amato le rivolge:

«O donna in cui la mia speranza vige,
e che soffristi per la mia salute
in inferno lasciar le tue vestige,
di tante cose quant’i’ ho vedute,
dal tuo podere e da la tua bontate
riconosco la grazia e la virtute.
Tu m’hai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutt’i modi
che di ciò fare avei la potestate» (Par. XXXI, vv. 79-87).
Colpisce che in questi versi, che diventano una commossa preghiera («così orai» dice subito dopo) in cui si riassume il senso morale della Commedia, Dante certamente confessa il suo sentimento, ma senza alcun accenno ad un amore intimistico. Egli ama Beatrice e le riconosce i preziosi suoi meriti; tuttavia il suo merito più grande non è tanto quello di averlo amato e basta, quanto quello di averlo amato di quell’amore che conduce fino al cielo. L’amore di Beatrice per Dante è un amore puro e disinteressato, che dona felicità. Con questa intuizione il poeta offre anche ai lettori il modello e l’opportunità di un simile amore. I suoi versi, mentre raccontano l’avventura della sua anima, diventano la proposta di un cammino che, se pure faticoso, conduce verso una pienezza umana e divina accessibile a tutti.

Cosa dice allora la preghiera a Beatrice? Innanzitutto la riconosce quale fonte di speranza – v. 79 – e responsabile della sua salvezza. Era stata la donna, infatti, a scendere nel Limbo per muovere Virgilio a soccorso di Dante smarrito nella selva, come lo stesso poeta latino gli aveva spiegato:

«Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi» (Inf. II, vv. 52-54).

Beatrice si preoccupa della «salute» del suo amato, soffrendo sulla sua pelle la condizione dell’inferno – il binomio salvezza-sofferenza richiama la vicenda di Cristo. L’amore di Beatrice non ha paura di scendere nell’abisso del dolore per condividere con l’amato la desolazione e lo smarrimento, la paura e l’angoscia. Come Cristo, che dopo la sua morte raggiunge gli inferi per svegliare Adamo e in lui portare alla vita tutti i peccatori, così ella scende nell’inferno per mettere in moto la compassione di Virgilio:

«Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c’ ha mestieri al suo campare,
l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata» (Inf. II, vv. 67-69).

L’amore non si arrende, non si capacita che un altro uomo non possa più «campare». Esso è statico, si «move» a pietà, le prova tutte e si consola solo quando anche l’amato diventa consolato. L’amore è uno stare dentro e con fino alla fine.

Avendolo amato di questo amore e fino a tal punto, Beatrice diventa la salvezza di Dante. La donna lo ha liberato dalla schiavitù del male e gli ha permesso di compiere l’«altro viaggio» (Inf. I, 91) che lo ha condotto fino al cielo. Ora un’ultima cosa le rimane da adempiere:

«La tua magnificenza in me custodi,
sì che l’anima mia, che fatt’hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodi» (Par. XXXI, vv. 88-90).

Lo sguardo si apre al futuro della vita di Dante. La larghezza di generosità e grazia – «magnificenza» – esibita fin qui, ora Dante chiede che sia tale fino al momento della sua morte. E dopo quest’ultima richiesta, Beatrice sorride:

«Così orai; e quella, sì lontana
come parea, sorrise e riguardommi;
poi si tornò a l’etterna fontana» (Par. XXXI, vv. 91-93).

Quando Beatrice era scesa nell’inferno per incontrare Virgilio, «gli occhi lucenti lagrimando volse» (Inf. II, 116), segno di un’estrema pietà per la condizione dell’uomo smarrito nella selva. Ora, alla fine del viaggio, il suo sorriso incorona la vittoria di Dante. Nello stesso tempo quel sorriso non può non ricordare quello di un’altra donna innamorata, Francesca da Rimini:

«Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante» (Inf. V, vv. 133-136).

Se il riso raccontato in quel libro «galeotto» (Inf. V, 137) aveva condotto Paolo e Francesca a consumare una passione mortifera, ora il riso di Beatrice annuncia la validità del nuovo libro di Dante, il «poema sacro, a cui ha posto man e cielo e terra» (Par. XXV, vv. 1-2). La storia dell’amore di Dante, dunque, si apre con il riso legato al peccato di Francesca e si chiude col sorriso santo di Beatrice, la donna della salvezza di Dante.

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Michele Carretta
Mi chiamo Michele Carretta, sono nato il dieci Aprile del 1986 e vivo ad Andria. Figlio unico, credo nei valori alti della famiglia, dell’amicizia, l’amore e in tutto ciò che umanizza la vita e la rende più bella. Mi piace leggere, andare al cinema, suonare e ascoltare musica. Attualmente sono laureando in Letterature comparate, con una tesi sulla Divina Commedia e il Canzoniere di Petrarca, e direttore dell’ufficio Musica Sacra della Diocesi di Andria.

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