«La forza non deriva dalla capacità fisica. Piuttosto deriva da una volontà indomita»

(Mahatma Gandhi)

I forti godono di stima centellinata, per lo più piacciono poco. Fisiologicamente scomodi, lo sono diventati perché, come tutti, un giorno sono stati manipolati, ma se ne sono accorti ed hanno imparato a riconoscere i manipolatori a naso, lasciandoli senza speranza.

I forti hanno combattuto una lunga battaglia ed hanno vinto il sapersi riconoscere, hanno imparato il nome dei loro diritti e per nulla sono disposti a rinunciarci, dal momento che non perdono mai di vista la loro capacità di essere felici nonostante tutto, senza mai lasciare indietro ognuno dei loro “malgrado”.

I forti hanno le radici possenti degli ulivi, non si possono estirpare.

Hanno sviluppato dei princìpi che non è affatto facile intaccare: conoscono il volto della dignità e non svendono fiducia a buon mercato, poiché conoscono il prezzo della fiducia in se stessi.

Hanno cercato e voluto sempre la verità, così si sono allenati a sostenerle tutte: sono diventati capaci di reggere davanti alle sorprese amare del destino, per lasciarsi premiare dai seppur rari regali della stessa sorte. Ne riconoscono il valore. Non si lamentano.

Le angustie dei tradimenti e le bufere dei sentimenti. Hanno paura del dolore, ma non lo temono, poiché hanno abbandonato la presunzione di poterlo aggirare e lo hanno già attraversato molte volte nel mezzo del cammin del loro personale inferno. Sanno trasformare gli ostacoli in opportunità e le ferite in cicatrici con il volto delle medaglie al valore: sanno godersi la vita, tenendo in custodia bellezza e la tenerezza.

I forti non passano dalle strade altrui ed anche quando si sono guadagnati la servitù di passaggio, chiedono il permesso: non fanno commercio di gioia e non usano fare questua. No, non elemosinano mai l’amore, che accettano quale dono e di cui non si sentono mai meritevoli per esclusivo diritto acquisito.

I forti scavano e si scavano, seguono l’evoluzione, si acutizzano e si intensificano.

Ognuno di loro ha provato a liberarsi della propria croce, fino a capire che quella croce va portata sulle spalle. La reggono con dignità senza buttarla sulla schiena degli altri, rendendo loro i pagatori di un debito mai contratto.

I forti pagano il prezzo.

Sbagliano, cadono, trascorrono tempo nel dolore, si rialzano e ne traggono lezione, senza accusare Dio, la sorte, il vicino, né necessariamente sé stessi.

I forti sanno leggere le parole inizio e fine, quando le vedono scritte. Sanno restare, sanno lasciare andare.

I forti si sono guadagnati il mantra per ciascuna delle loro mattine, dacché sono caduti in pezzi ed hanno accettato la loro fragilità: “Albeggio, non c’è mai fine”.


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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

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