Si intitola “SENZA” l’ultimo romanzo di Massimo Cracco, scrittore e matematico veronese giunto al suo terzo lavoro editoriale. In una società convenzionale e convenzionata, Cracco racconta la diminutio come un’abilità che riconcilia l’animo umano, due estremi che si tangono in un tourbillion  nel quale pessimismo e ottimismo sono contraddistinti da impercettibili sfumature esistenziali:

Cosa priva e cosa restituisce all’ipocrisia della società il tuo nuovo romanzo “SENZA”?

La fuga di Paolo nasce dall’incapacità di accettare il non senso e l’ipocrisia è una forma di non senso; è assenza di un pensiero lineare logicamente ‘decidibile’; dunque Senza accusa l’ipocrisia ma non la priva di qualcosa, semmai cerca di svelarla, la rende manifesta, le restituisce una specie di luce per mostrarla; la visione del mondo così radicale di Paolo è una tensione assertiva ed è un atto di accusa all’ipocrisia perché l’incapacità di creare svolte durature, di rimediare alla reiterazione di catastrofi, la menzogna del ‘mai più guerre’ sono ipocrisia da svelare e che, in Senza, credo svelata: se ciascun lettore ha il potere di ‘riscrivere’ un libro per vederci quello che l’autore non ha visto, credo che invece il tema ‘ipocrisia’ venga colto come dato oggettivo e fondante.

Quanta razionalità c’è dietro la scelta di ognuno di noi di liberarsi dalla realtà stereotipata da cui, spesso, siamo soggiogati?
È  il raziocinio, il ‘religere’, il guardare due volte, a farci scoprire che esistiamo in una realtà stereotipata, Heidegger diceva che siamo ‘gettati’ in un mondo già dato e di cui assorbiamo regole negativamente, convenzioni, consuetudini, rendersi conto di questa gabbia virtuale può avvenire al livello del sentire, delle emozioni ma senza la comprensione del malessere che ne deriva e dunque senza razionalità si rimane imprigionati in una costellazione di umori ed emozioni inutili e nocivi, è la decodifica il solo strumento che ci permette di spiegare, mettere a fuoco; siamo per buona parte insoddisfatti pe la mancanza di un’identità costantemente schiacciata dal peso del pensiero collettivo; solo ragionando, cercando di cogliere le millimetriche sfumature di ciò che assorbiamo acriticamente illudendoci che sia ‘nostro’, possiamo crearci spazi autonomi e incarnarci in autenticità.

Nel tuo libro ci sono continui riferimenti al pensiero nichilista di Emil Cioran. Esortare alla fuga dal Mondo, praticando l’accezione positiva della misantropia, è, a tuo parere, un atto vile o coraggioso per affrontare, in maniera intimista,  le difficoltà del quotidiano?

Credo che non sia un atto né coraggioso né vile, è semplicemente una diversa lettura dell’esistenza, un personale e autonomo tentativo di adattamento, qualsiasi strada che battiamo alla ricerca di un’autentica individualità va nella direzione di un ‘intimismo’ e per me ‘intimismo’ significa ancora una volta tentare una soluzione personale al male di vivere, alle difficoltà del quotidiano; non è vile né coraggioso perché parte da un’esigenza personale e tutto ciò che ha il significato di una privata ricerca non può essere connotata eticamente, sfugge alla morale, non è immorale ma a-morale, Paolo è a-morale e non immorale, l’immoralità ha temi oggettivi e immediatamente condivisibili (è immorale uccidere, ledere la vita altrui, il male inflitto a un altro essere è sempre immorale), l’a-moralità sfugge a ogni tentativo di catalogazione.

Che differenza c’è fra il Massimo Cracco di “Restare senza un lavoro non è per sempre” (Scripta Edizioni), quello di “Mimma” (Perrone Editore/L’Erudita) e quest’ultimo di “SENZA” (da Autori Riuniti nella collana I nasi lunghi.)?  

Ci sono differenze notevoli tra i due libri precedenti e Senza, c’è stata una svolta, ho lavorato molto con il mio editor (un editor eccezionale) per trovare la mia voce definitiva; Mimma cercava di accontentare la grossa fetta dei lettori con temi il più possibile condivisibili, con Senza ho cambiato lingua e registro, ho puntato tutto sulla mia personale visione del mondo, non mi sono fatto preventive domande sulla digeribilità di quello che iniziavo, ho scritto quello che sentivo di dover scrivere per me; anche la tecnica è cambiata, ho abolito l’ipotassi per passare una scrittura prevalentemente paratattica, volevo lirismo e suggestioni ma di immediata fruizione e la scelta, credo,  ha pagato. Il testo, benché ricco di temi esistenziali e in qualche modo filosofici, è di fruibilità immediata.


Articolo precedenteNel mondo di Darwin
Articolo successivoAlbèscere
Miky Di Corato
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.