Devi stare in forma. Mia nonna iniziò a camminare per cinque miglia al giorno quando aveva sessant’anni. Ora ne ha novantasette, e non sappiamo dove diavolo sia finita
(Ellenizzo Lee Degeneres)

La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando per l’intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia”… e Schopenhauer era articolato, mica si poteva dire il contrario.

Le pareva una conclusione assolutamente elementare: meno semplice il fatto che lei ci pensasse mentre affettava le patate da inserire nel robot da cucina che avrebbe lavorato al suo posto per preparare un morbido purè di patate senza grumi… già, i grumi, quelli che sua nonna le aveva insegnato ad evitare come la peste, anche durante la preparazione della polenta.

Per quella, per esempio, era necessario versare la farina a pioggia con la mano meno utile, piano piano, ma piano-pianissimo-pianerrimo, mentre l’acqua bolliva. Lo scopo? Semplice! Perdere l’uso dell’altra mano che, frattanto, pazientemente impugnava il cucchiaio in legno e girava, girava, girava, fino allo scoppiare della prima bolla incandescente di polenta che, immancabilmente, finiva sull’arto atto alla rotazione e lo distruggeva, mentre le gambe partivano in un balzo incontrollato, fra bestemmie malcelate e cadute dei santi dal calendario a effetto domino!

Da quelle indimenticabili esperienze erano venuti fuori anni ed anni di luculliani risultati: la nipote di una donna emiliana la pasta la doveva saper fare in casa, la besciamella la doveva saper fare in in casa, la crema la doveva saper fare in casa, il purè… Ehi! Come non detto! Aveva imparato tutto, lo sapeva fare, ma era diventata esemplare nel demandare tutto al suo fedele robot da cucina! Eccheduepalle nonna… le mani le servivano sane: aveva smesso da moltissimo di metterle a rischio sopravvivenza.

Dunque ora si trattava di finire di tagliare le patate, senza lasciarci le dita, possibilmente, a causa dei pensieri che la distraevano. E ancora, mi chiedo: ci si può far distrarre da Schopenhauer in cucina? E così pare… ma la cosa si concluse presto. Neurone1 suggerì il sunto a Neurone2: la vita umana è come un pendolo che oscilla… blablabla… facile, riassumi: che amarezza! E non dilungarti in ulteriori elucubrazioni, perché ci hanno già pensato i grandi della filosofia. Tu ricordati di posizionare bene la farfalla nel boccale del robot e non fare altri danni.

Ed ecco apparire di nuovo la nonna: dall’universo parallelo la fissava con il suo sguardo fiero ed austero che mai l’aveva abbandonata nemmeno sotto il peso dell’Alzheimer (se è vero che quella malattia tira fuori l’essenza pura delle persone, di sua nonna si era rivelato tutto l’essere militare cristallino e distillato). Porca paletta, si mise immediatamente in ascolto, sull’attenti! Signorsìssignora, dimmi nonna!

La cucina è una delle più alte metafore della vita! Le cose si fanno in casa perché è da dentro casa che parte tutto. E no, casa non sono le mura, quante volte te lo devo dire? Casa sei tu! Ed è per questo che con le tue mani devi fare tutto, con fatica e attenzione, seguendo regole ferree che non comportino inutili scuse. Cancella Schopenhauer e ricordati Matteo Bussola: non sai che nel 2018 ha pubblicato un libro intitolato “La vita fino a te”? Sciagurata! Lo so addirittura io quassù! Tocca tu lo legga, ascolta un po’ cosa scrive e impara. “Capire l’amore che si prova per una persona (…) o che una persona prova per noi è cosa semplice. È come un piatto di pasta alla carbonara. Troverai sempre chi ti dirà: <<A me la carbonara piace, però senza pepe>>, oppure: <<Io nella carbonara ci metto la panna>>, o ancora: <<Io la mangio solo con la cipolla>>, o robe così. Il fatto è che senza pepe, o con la panna, o con la cipolla, non è più carbonara.  A quel punto la questione diventa elementare: forse la carbonara non ti piace davvero, sennò te la mangeresti com’è senza tanto rompere i coglioni. Con l’amore funziona uguale.”

La nonna allora riprese a tacere dall’universo parallelo e lei si svegliò con il rumore del robot da cucina che aveva finito con le patate: Signorsissignora!, disse ad alta voce.

E, nel mentre, pigiò il tasto off per fermare le lame. Il purè era quasi pronto: morbido, saporito ed accogliente. Il purè accogliente: come l’amore.

La nonna, da un dove non dove, sorrise. Il militare aveva tolto la crosta, nipote aveva capito all’ennesima ripetizione e si era detta: ok, è chiaro, la smetto subito di rompere i coglioni.


FontePhoto by Anna Stampfli on Unsplash
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Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

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