
«La mia anima è a Trieste»
(James Joyce)
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«“Cosa c’era scritto nei quaderni?” – “Nomi, schatzi, liste di nomi di coloro che avevano tradito ebrei e partigiani e altra gente che non gli andava a genio, facendoli finire alla Risiera o deportati nei campi in Germania”»
(Federica Manzon da Alma)
Vado a Trieste da quarantacinque anni, non tutti gli anni magari.
Ma è capitato che qualche anno, specie in gioventù, ci sia andata più di una volta, rimanendoci per qualche mese, ospite di mia sorella che lì ci lavorava.
Ricordo distintamente la prima volta.
Ricordo l’arrivo in stazione una domenica mattina di luglio del 1980, di come fossi rimasta incantata dalla costa triestina che si protendeva, penisola allungata in un mare coi riflessi d’argento, sotto un sole brillante e caldo. Ricordo le barche che punteggiavano la distesa azzurra dell’acqua con le vele dispiegate, impegnate in una gara che riusciva a tenerle a distanza le une dalle altre quasi in un disegno geometrico, ostinatamente tessuto da una brava ricamatrice.
L’incanto si è poi ripetuto, immutato, tutte le volte che ci sono ritornata, ciò che mi ha sempre fatto preferire il treno per arrivare in quella città.
L’ho amata subito, percorrendola in lungo e in largo, in solitudine o in compagnia, ogni giorno che ci sono rimasta, come un viaggio al centro dell’anima, la mia anima.
Trieste mi apre il cuore, mi ossigena la mente, mi allarga lo sguardo così delicatamente adagiata com’è tra mare e monti, con la morbida delicatezza della sua brezza e l’asperità delle sue cime.
Trieste con le sue contraddizioni e i suoi conflitti.
Ricordo, in quel luglio di quarantacinque anni fa, la città tappezzata da manifesti del partito comunista che reclamava l’unione della città alla Jugoslavia. Tito era morto da poche settimane e la sua figura ingombrante appariva minacciosa come un fantasma in un castello medievale.
I missini, forti nei consensi della città, rispondevano che Trieste era italiana, per sempre.
Altri tempi, un’era geologica fa …
Ho visto, col passare degli anni, la città mutare e rimanere, al medesimo tempo, uguale a se stessa.
Un crogiuolo di cultura asburgica prevalente, con venature di italianità un po’ nazionalistica e qualche spruzzata “slava” a fare da ghirigoro mal tollerato.
Ogni volta, mi impressiona la ricchezza culturale e morale di templi di tutte le religioni abramitiche che la punteggiano. Chiese cattoliche, ovviamente, belle e maestose; ortodosse, di rito serbo e russo, ricche di icone e con iconostasi impreziosite come solo gli ortodossi sanno fare; protestanti di rito luterano, valdese e calvinista, finanche anglicano, con l’essenzialità di un crocifisso e poco altro; per tacere di una bella moschea e di una splendida sinagoga, maestosa, un po’ occhieggiante, nel progetto, una chiesa cattolica, col suo organo e i suoi rosoni.
E poi Trieste con la sua storia, specie quella recente. Quella dei morti della furia nazista e di quella titina.
La Risiera di San Sabba, l’unico campo di sterminio nazista in Italia, mette i brividi.
Alti muri in cemento, cellette microscopiche, in cui gli ebrei e gli altri prigionieri (slavi, rom, sinti, omosessuali, testimoni di Geova, avversari politici) venivano ammassati prima di essere gasati e bruciati.
Travi intrecciate (la sala delle croci) che sembrano un Golgota claustrofobico da cui si ha l’impressione che da lì a poco debbano provenire urla e debba scorrere sangue. E invece c’è solo un silenzio ancor più assordante.
E la foiba di Basovizza, con la sua storia terribile di uomini e donne, non solo italiani, non necessariamente convinti fascisti, che finivano vivi, legati tra di loro, in questa cavità carsica, ed altre, ad aspettare la morte come una liberazione.
Trieste è una città piena di dolore. Che vorresti abbracciare e farla piangere sulle tue spalle.
Prenderla per mano e trascinarla per le sue viuzze che portano a San Giusto.
Portarla al Molo Audace, sedersi sulla sponda, con le gambe penzoloni sull’acqua, e accarezzarle il volto mentre la sua testa si posa dolcemente sul tuo grembo.
Trieste è una città talmente cosmopolita da farti pensare, mentre da piazza dell’Unità guardi il mare, al mondo intero, al suo dolore.
E domandare del perché, se qui si sono composti conflitti, odi, se qui vivono differenze, spesso marcate e insanabili, tutto questo non possa accadere anche altrove.
E la mente corre a Kiev, dove basterebbe un atto di umiltà per ammettere che la guerra contro la Russia, proprio no, non si può vincere. E quindi accettare le condizioni di pace del vincitore, come accade in tutte le guerre.
O in terra di Palestina, dove vivono, sempre peggio, esseri umani straziati dalla pratica genocida, che già è costata svariate decine di migliaia di morti.
Dove basterebbe fermare, – e solo gli USA possono farlo in uno schioccar di dita! – la furia di un governo, quello israeliano, moralmente liquefatto, ma ferocemente determinato. Immemore della sua stessa storia.
Dove basterebbe creare due stati, anche attraversati dal più altro dei muri, oltre il quale ciascun popolo viva in pace.
Penso a tutto questo mentre guardo il mare e il cielo azzurri e trattengo a stento le lacrime.


























