Libere divagazioni sulla vita e sulla morte, nel saluto a un grand’uomo

Umberto Veronesi è morto. Chiedo scusa ma non scriverò né un necrologio né una biografia breve, il web ne è pieno. Sono sicuro sia stato colto, educato, un medico esemplare, un ricercatore stimatissimo in tutto il mondo. Sono sicuro abbia amato e sia stato amato.

Tuttavia è morto da ateo. Ha creduto per un breve tempo per poi abbandonare la fede in Dio. Come lo scienziato Peter Atkins ha capito che “Dio non è mai esistito”. Avrà cercato anche lui in ogni dove, magari guardato nel cielo e nell’universo senza trovare traccia di alcun dio. Ammesso che ne esista uno. Mi sono sempre chiesto come si possa dimostrare la presenza e l’assenza di Dio? Perché doverla provare? Perché cercare di dare un nome alle cose più grandi di noi? Noi siamo piccoli, una barchetta in un mare grande.

Pregare non ha un padrone, un datore di lavoro: unire le mani o semplicemente sedersi in silenzio da qualche parte, equivale a guardarsi dentro niente più. Affermava che l’esistenza non ha alcun senso che la terra è un granello in un universo indifferente quindi destinata a scomparire per la seconda legge della termodinamica che stabilisce quali processi possano o non possano avvenire in natura.

Aveva cercato il dottor Veronesi di dare un senso alla sua vita, trasmettendo il suo sapere ai posteri perché migliorassero la qualità della vita: Socrate stesso, più di 2000 anni fa, prima di lui, ha insegnato che non saremo più nulla ma rimarranno le nostre idee. Tra i suoi traguardi e successi sociali, medici e morali, ci sono la fecondazione assistita, l’Associazione italiana per la ricerca contro il cancro, l’Istituto europeo di oncologia e la sua Fondazione per il progresso delle scienze.

Credeva nella libertà, nella giustizia, nella solidarietà e nella tolleranza ma non nell’aldilà, poiché solo il pensiero può sopravvivere al corpo attraverso chi ci pensa. Il rischio però è di fare dell’eternità un niente e del niente un’eternità.

Senza fede, senza immaginare che dopo la morte ci possa essere un qualcosa di migliore, un posto dove salutare e rivedere e riamare, equivale a correre incoscienti verso un precipizio ad occhi bendati. Si deve essere forti per non rimanere atterriti dal silenzio eterno di tanto spazio infinito e non è da tutti gli uomini. Penso umilmente, ricordando Feuerbach, che i rapporti con qualche dio siano in realtà con noi stessi, con il nostro essere; che i dogmi della religione siano un esplicito divieto di pensare, un allontanare sempre più cristiani dal vero senso. Va bene, ma separiamo, prima, la fede dalla religione ovvero il respirare con il soffiare.

La pace interiore, i beni supremi morali ed etici, non sono celati oltre una porta da sfondare, l’esistenza o l’assenza di un qualche dio, ma nel bisogno di confortarsi con quel po’ di luce necessaria ad afferrare altre mani. Aldo Moro in una delle sue ultime bellissime e struggenti lettere, prima di essere assassinato, ha scritto alla moglie: “Ci rivedremo, ci riabbracceremo, ci riameremo”.

E ancora: “Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo…”