Canto per Europa, di Paolo Rumiz.Un libro per riflettere

Che ne è dell’Europa, in un tempo in cui il rombo squassante di una nuova guerra sembra incrinare i pilastri che avevano sorretto per oltre settant’anni la stabilità delle società occidentali?

Quale visione propria, quale progettualità autonoma riesce a elaborare l’Europa per fronteggiare un intreccio di crisi inedite, in cui le giovani generazioni non hanno fatto in tempo a sentir parlare di “resilienza”, “ripartenza” e “futuro” e subito si sono ritrovati a compulsare le carte storiche per confrontare gli orrori di oggi con quelli dell’ultimo conflitto mondiale?

Soprattutto, che cosa intendiamo – a questo punto – quando diciamo “l’Europa”? L’Unione Europea come soggetto politico? Il continente in senso geografico, inclusivo di stati come il Regno Unito o la Turchia, che non ricadono sotto il cielo delle dodici stelle ma giocano un ruolo decisivo nello scacchiere strategico attuale? O forse la “cultura europea”, la “civiltà europea”, entro la quale alcuni opinionisti, zelanti adepti del trend imposto dai sacerdoti di Marte, si affrettano a dubitare se includere la cultura russa?

Domande logore, consunte negli anni come una bandiera sbiadita e sfilacciata dal vento, al punto che la loro drammaticità è divenuta proporzionale alla banalità, vista la difficoltà di trovare in giro per il continente gli indizi di una possibile, seppur provvisoria risposta. Una prospettiva che possa tradursi in una prassi politica percorribile.

L’Europa oggi non è solo un soggetto in evidente crisi di identità (se mai ne ha posseduta una), è più che mai un’entità dai contorni incerti, spesso una parola-pigliatutto, usata con significati diversi a seconda di contesti, interessi e narrazioni a scopo persuasivo, fino a un progressivo svuotamento di senso. Alla prova dei fatti, l’Europa – intesa in senso ampio – si presenta al più come un arcipelago di composti e talora contrastanti interessi nazionali, opzioni culturali di difficile conciliazione, rudi gerarchie di convenienza definite da poteri di natura transnazionale, i soggetti che più di tutti contano nello scacchiere della globalizzazione. Sicuramente l’Europa è qualcosa di ancora lontano da quel senso di appartenenza che i sinceri europeisti auspicano possa crescere e svilupparsi, almeno tra i cittadini dell’Unione.

In questo spazio di angoscia e smarrimento, ampio e tormentato come un mare da cui non si intravedono coste all’orizzonte, un piccolo e densissimo libro si apre tra le nostre mani e ci racconta, una a una, le nostre ferite. Canto per Europa di Paolo Rumiz – pubblicato lo scorso ottobre da Feltrinelli e circolato piuttosto ‘in sordina’ nei media mainstream – ripesca nella memoria recente e remota del Mediterraneo i conflitti, le violenze, le lacerazioni, gli abusi e, insieme a essi, tutte le domande non risolte di una “civiltà” che si è presuntuosamente definita “vecchio continente”, completamente immemore del suo legame filiale, storico e geografico, con l’Asia. E insieme a questa anamnesi, spietata quanto basta per abbattere le nostre ultime difese, il libro ci invita con il richiamo di una poesia fascinosa e straniante a salire su una nave e a uscire dalla storia, per entrare nella dimensione senza tempo per eccellenza, quella del mito.

A bordo della nave su cui viaggiano i protagonisti della vicenda osserviamo da un’altra prospettiva gli spregi del presente (dai naufragi dei migranti alle minacce ambientali) e i fasti e le crudeltà di secoli di storia, rileggendoli in un tempo dilatato e in un intreccio con una fitta trama di richiami ad antiche leggende, immagini mitologiche e simbologie di diversa provenienza culturale e religiosa, che tutte insieme evocano l’imponenza di un patrimonio millenario di cultura e civiltà troppo spesso dimenticato.

In questo scenario, la ricerca delle radici primordiali dell’Europa spinge quattro uomini – tutte figure-frontiera tra culture diverse – a intraprendere una navigazione tortuosa nelle acque tra Sicilia e Libano. L’incontro con una profuga siriana, di nome Europa, imprimerà una svolta di senso (e di direzione) al percorso dei quattro.

Oltre ogni valutazione squisitamente letteraria di un’opera che si presenta ardita nella sua originalità di impostazione e stilisticamente sui generis, in questa sede interessa evidenziare un aspetto che colpisce chi intenda leggerla con uno sguardo attento ai dilemmi contemporanei di questa parte del mondo.

La vicenda narrata e la fitta trama di analogie e richiami simbolici enfatizzano, nel complesso, l’urgenza di una riconciliazione tra presente e passato, Occidente e Oriente, principio maschile e principio femminile, Marte e Venere come coppie archetipiche la cui ombra si è proiettata lungo secoli di storia, segnando la progressiva eclissi del secondo elemento dell’endiadi.

Ancora una volta, di fronte alle nevrosi del presente, il mito ricorre come ‘terapia’ e principio ordinatore, ultimo antidoto all’angoscia generata dal caos. Dopo l’iniziale spaesamento e le emozioni provate nel passare in rassegna vette di civiltà e crudeltà inenarrabili, si vede emergere con decisione l’immagine dominante cui conducono tutti i fili della narrazione: la Grande Madre, declinata in varie forme e apparizioni e proposta insistentemente come unico, possibile ‘faro’ per possibili trasformazioni in senso generativo. L’orizzonte ideale indicato dall’autore guarda all’Eterno femminino come principio-guida da recuperare per invertire la rotta dell’attuale declino e innescare un profondo cambiamento di paradigma, i cui valori portanti siano improntati ad accoglienza, conciliazione, capacità generativa.

Poco rileva, a questo punto, se il richiamo al mito di Europa in senso stretto – la fanciulla fenicia rapita da Zeus nelle vesti di toro e condotta a Creta per ‘fecondare’ una progenie poi identificata come occidentale – possa risultare piuttosto artificioso nella sovrapposizione per analogia sia alla trama, sia alle origini storiche degli insediamenti europei. Ciò che colpisce, oltre alla carica quasi profetica di alcune pagine che sembrano preconizzare il conflitto attualmente in corso, è la forza evocativa dell’archetipo della Grande Madre nel drammatico contrasto con i principi-guida dominanti del momento, duramente improntati al richiamo a Marte. Parole d’ordine che provengono chiare e forti dall’altra sponda dell’Atlantico, per essere riecheggiate e amplificate in Gran Bretagna e ancor più tra i paesi dell’Est Europa, ove danno voce a mai sopite paure legate alla collocazione a ridosso di una rinnovata cortina di ferro.

Gli strali dell’autore nei confronti degli influssi delle civiltà che si affacciano sull’Atlantico non lasciano spazio a dubbi riguardo alla sua scelta in favore dell’eredità mediterranea, vista come scrigno di valori fondativi dimenticati, la cui riscoperta è indispensabile. Il richiamo al principio femminile e alla civiltà mediterranea come orizzonte ideale per un cambio di paradigma europeo rappresentano senza dubbio una scelta di campo coraggiosa e assolutamente controcorrente nel presente contesto. Anche in questo senso, oltre che per le peculiarità sul piano letterario, Canto per Europa appare come un libro ‘scomodo’, che non sta avendo vita facile nella comunicazione in campo editoriale.

A libro chiuso, tuttavia, anche al lettore più affascinato dalle immagini evocate tocca interrogarsi su cosa può accadere quando, magari rigenerati dall’immersione nella potenza del mito, si scende dalla nave e si torna nel tempo storico. Ci si domanda se il paradigma-Venere possa tradursi davvero in modelli politici convincenti per tutte le componenti, culturali e geografiche, di questa Europa-arcipelago, così afasica e incapace di elaborare una visione ‘alta’ e propria del mondo, al punto da consegnarsi mani e piedi ai tamburi di Marte, declinati in lingua anglosassone. Ci si chiede se forse non sia un autoinganno, nel quale ricadono in tanti, incluso Rumiz, ragionare di Europa attribuendole – anche in senso allegorico – una soggettività (e pertanto una unità) che troppo spesso non regge alla prova dei fatti. Ci si chiede, in ultima analisi, se quelle istanze, culturali prima che politiche, di cui può farsi portatrice l’area mediterranea conosceranno mai un tempo in cui saranno abbastanza forti per affermarsi nelle sedi decisionali che contano, finora saldamente presidiate da altri modelli, divenuti dominanti a seguito di processi storici di lungo termine, avviati già con la crisi dell’Impero romano.

Resta da augurarsi che una possibile “utopia mediterranea” come orizzonte ideale per un cambio di paradigma diventi oggetto di attenzione e seria elaborazione in seguito a una lucida disamina della crisi attuale e non già in seguito al catastrofico fallimento dei modelli tuttora egemoni, perché in tal caso sarebbe troppo tardi per rimediare e la fine della costruzione europea lascerebbe Venere ancora una volta sepolta in fondo al mare.

Raffaele De Leo