Guglielmo Minervini, un uomo, un politico, che ha lasciato il segno e che ci ha lasciato troppo presto, soli 55 anni. “Che la sera ci colga lottando” ci immette senza fronzoli nella sua vita e nel suo pensiero (e viceversa): come sarebbe piaciuto a lui. Come è nello stile di Andrea Colasuonno.

“Che la sera ci colga lottando”: un saggio, un racconto, una testimonianza. Mi sembra che questi tre termini segnino un crescendo che ha nel martyrium la parola chiave per cogliere la vita e l’impegno di Guglielmo Minervini.

Indagare la vita e l’opera di Guglielmo Minervini ha significato sostanzialmente fare una cosa: mettere ordine. Minervini è stato più di tutto un inquieto, ha avuto una vita purtroppo non lunga, ma larga sì, ecco che scrivere di lui ha voluto dire cercare dei criteri unificanti per delineare dei tracciati, senza perdersi al seguito della sua erranza. Del resto l’idea del libro è nata proprio da questo: come racconto Minervini a uno che non sa chi sia? Gli racconto del suo lavoro con don Tonino Bello? Ma non è stato solo questo. Gli racconto della stagione dei sindaci? Ma non è stato solo questo. Gli racconto di Bollenti Spiriti? Della politica generativa? Ma non è stato solo questo. Il libro quindi è nato con l’idea di raccontare in maniera non prolissa, ma puntuale, questa articolata figura. La figura di uno uomo che è stato un fine intellettuale, producendo un pensiero originale, e allo stesso tempo un pragmatico attivista. Una figura, per questo, più unica che rara.

Dici Guglielmo e pensi ad una straordinaria stagione di cambiamento, prima nella sua Molfetta e poi in tutta la ragione Puglia, una stagione di Bollenti spiriti…

È così. L’errore da non fare è quello di pensare a Minervini come a uno che ha solo ideato una buona politica giovanile. Bollenti Spiriti oltre a essere un’ottima politica per i giovani, è il simbolo di un metodo di governo. Minervini dunque ha ideato un metodo di governo – quello che poi ha chiamato politica generativa – non solo dei programmi per i giovani. Questo deve essere chiaro altrimenti non si comprende la portata della sua figura. È per questo che ha senso oggi parlare di lui. Perché quel metodo di governo – sperimentato così efficacemente in Puglia negli anni in cui Minervini è stato politicamente attivo – è poi stato accantonato come una felice eccezione quando il suo ideatore ci ha lasciati. E invece essendo un metodo, appunto, può essere studiato e replicato, e deve esserlo, perché rappresenta la risposta a un sacco di problemi che il mondo e la politica di oggi si trovano a dover fronteggiare: la scarsità di risorse, la disaffezione verso la cosa pubblica da parte dei cittadini, lo smarrimento di un’identità ben precisa per la sinistra, la rassegnazione di un Sud che rinuncia a combattere le proprie battaglie.

La parabola esistenziale e l’avventura politica di Guglielmo hanno puntualmente sfatato una serie di stereopiti: intellettuale, ma senza mani in tasca; cattolico, ma non bigotto; pacifista ma non irenico; ecologista ma non fondamentalista del verde. L’elenco potrebbe continuare: tu cosa aggiungeresti?

Direi meridionalista eppure cosmopolita. Minervini è stato forse l’ultimo dei meridionalisti e nel libro provo a spiegare il perché. A qualunque cosa Minervini abbia guardato, l’ha sempre fatto da Sud, dal Sud Italia inteso come uno dei Sud del mondo. Il suo meridionalismo si è inserito nel solco di quello che nel libro ho chiamato meridianismo, ossia nel solco tracciato da Franco Cassano e dal suo pensiero meridiano. Non è un caso che Cassano abbia scritto la prefazione del primo libro di Minervini uscito nel 1997, “Mar Comune”. Eppure Minervini all’impianto teorico di Cassano ha aggiunto del suo, producendo una visione meridionalista del tutto personale. Una delle tesi centrali del libro, è che se Cassano con il pensiero meridiano ha prodotto “un pensiero per il Sud”, Minervini, partendo da quello, ha invece prodotto “una politica per il Sud”. Del resto che cos’è la Politica Generativa se non una politica che tematizza la frugalità, l’assenza di risorse, la scarsità? In questo senso non poteva che essere una politica profondamente meridionale, eppur tuttavia non destinata solo al Sud.

Ancora due domande. La prima: Guglielmo e Don Tonino Bello…

Fu come mettere insieme la miccia e la dinamite. Esplose tutto. Nel il libro c’è il racconto molto bello raccolto da Franco De Palo – storico amico di Minervini – del primo incontro fra loro. Erano giovani ragazzi in procinto di partire con il servizio civile, e lui un giovane vescovo appena arrivato in città. Minervini e De Palo suonarono alla porta dell’episcopio e all’uomo che aprì chiesero del vescovo. Quello disse loro di seguirlo. Arrivati in sala si sedette proprio sulla sedia spettante al vescovo e disse “sono don Tonino, ditemi pure”. Due ore dopo tutti e tre erano in giro nella Cinquecento di don Tonino a cercare una sede per quella che poi sarebbe diventata Casa per la Pace. Don Tonino sostanzialmente fece una scelta di campo: decise di stare non dalla parte della classe dirigente della città – i notabili, i politici, gli imprenditori – ma dalla parte di giovani ragazzi strani agli occhi di molti, tutti concentrati a compiere la loro rivoluzione. È da questa scelta di campo che poi scaturì tutto il resto.

Ultima domanda: il “tuo” Guglielmo.

Io non ho mai conosciuto personalmente Guglielmo Minervini. Sono solo uno rimasto affascinato dalla sua figura e dalla sua opera. E il non averlo conosciuto forse è stata la mia fortuna, perché non ho ricordi legati a lui, e ho potuto approcciarmi a lui con lo sguardo del mero giornalista. E ho voluto farlo. Anche perché è quello che Maria Turtur, presidente della Fondazione Minervini, mi ha chiesto fin dall’inizio. Mi ha detto “Andrea se il libro si deve fare non è per trasformare Guglielmo in un santino. Ma perché la sua figura possa essere declinata al futuro”. Se c’è una nota personale in questo lavoro è l’aver fatto i conti con quella stagione di cambiamento che è stata la primavera pugliese. Scrivere il libro mi ha permesso di guardare a quegli anni da un punto di vista privilegiato, il punto di vista di chi è stato seme di quella stagione, poi frutto e adesso vorremmo fosse spora. È una stagione che è stata liquidata con i suoi protagonisti e invece ha ancora molto da dire sul presente. Nel libro, attraverso il percorso intellettuale ed esistenziale di Minervini, si spiega perché.


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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