Omaggio ad uomo e al suo pensiero

Ci sono figure del pensiero che lasciano vive tracce concettuali ed esistenziali insieme, fatto che non capita spesso, perché hanno avuto come obiettivo primario quello di confrontarsi con le ragioni della vita e del reale sulle quali ‘non si può assolutamente mentire, altrimenti si vendicano’ a dirla con Simone Weil; assumono in tal caso le vesti di  un Maestro col quale, come ci ha insegnato Ludovico Geymonat,  si continua ad avere un rapporto costante perché porta ‘all’approfondimento di sé’ col rimanere così vivo ‘nel proprio animo’. E se poi mettono in essere in particolar modo un percorso alle prese “con i grandi interrogativi dell’uomo”, arrivano sì a coglierne “la forza della ragione” ma accompagnata, nello stesso tempo, dalla vigile coscienza e “consapevolezza della nostra fallibilità” col sottolineare “la fragilità dei fondamenti filosofici”; a tale esito è pervenuto, con la solita chiarezza e prerogativa non ultima dei veri Maestri, il filosofo della scienza Dario Antiseri, venuto a mancare proprio in questi giorni, nel suo  ultimo lavoro dal significativo titolo I dubbi del viandante (Soveria Mannelli, Rubbettino Ed. 2025). Ed è noto nel panorama filosofico italiano presso un più largo pubblico grazie all’ampio utilizzo nei licei di una sua storia della filosofia, realizzata insieme a Giovanni Reale, Il pensiero occidentale dalle origini ai nostri giorni; non a caso è stata tradotta tra le altre anche in lingua russa e cinese sia per la profondità storico-teoretica che la contraddistingue e sia per la chiarezza espositiva, elemento fondante  della stessa  filosofia della scienza da parte dei Maestri di questa disciplina da Federigo Enriques a Moritz Schlick e Gaston Bachelard, da farne ancora un punto di riferimento.

I dubbi del viandante è stato un lavoro frutto di un intero e non comune ‘travaglio dei concetti’ nel senso avanzato dal matematico ed epistemologo Enriques  alle prese, già nei primi anni del ‘900, con l’analisi degli errori nel lungo cammino del pensiero scientifico insieme al suo amico e collega bolognese Augusto Murri, una figura  che, pure in misura minore, è stata una delle fonti del pensiero di Antiseri, concentratosi in maniera particolare su quello di Karl Popper; il percorso del pensatore austriaco o della ‘Grande Vienna’ è stato meticolosamente scandagliato, come risulta dal magistrale lavoro La Vienna di Popper  (Ed. Rubbettino 2000), per estenderlo criticamente nei vari campi dell’umano, tale da essere definito ‘un austriaco in Italia’ in un volume a più voci in suo onore (Ed. Rubbettino 2012). A partire dall’ambito della didattica, ne sono state sviluppate proficuamente le idee più peculiari che hanno portato Dario Antiseri a rivedere sotto altra luce problemi cruciali come i rapporti tra ragione e fede, il ruolo della riflessione epistemologica in campo teologico e negli studi storiografici, lo sviluppo dell’individualismo metodologico in economia e nelle scienze sociali, il compito primario assegnato ai saperi umanistici, come ad esempio la filologia, nella difesa della democrazia; in seguito, anche grazie al  confronto con le idee di Hans Gadamer ed interrogato a sua volta popperianamente per dare il dovuto spazio alla “migliore comprensione del ‘metodo’ delle scienze naturali” con il loro non comune porato critico in Il metodo della scienza  dopo Popper e Gadamer (Brescia, Ed. Morcelliana 2017), sono state aperte inedite piste di ricerca, al centro di numerosi dibattiti, come la strategica ‘teoria unificata del metodo’ con approdare all’idea che epistemologia ed ermeneutica unum et idem sunt, modo non secondario per superare la storica frattura tra le due culture, quella scientifica e quella umanistica, causa non ultima di tragedie prima concettuali e poi esistenziali.

E tra gli altri, uno dei risultati più importanti che ci lascia in eredità il suo percorso di ricerca da continuare a coltivare, data la posta in gioco della situazione odierna che vede le libertà democratiche faticosamente raggiunte sempre più sotto attacco e con esse la stessa scienza, è quello di aver fornito degli indispensabili strumenti  per demolire quelli che sono stati chiamati in Quale ragione?,  scritto con lo stesso Giovanni Reale (Milano, Ed. Cortina 2001), gli “assoluti terrestri” da qualsiasi campo provengano, cioè quelle attitudini che nascono sì nel pensiero e nel mondo delle idee per poi camminare nelle ‘teste degli uomini’, come affermava Popper. E se esse non vengono sottoposte ad un continuo vaglio critico, tipico del pensiero scientifico, e ad una costante vigilanza epistemica come ci ha insegnato Gaston Bachelard, si rovesciano in punti di vista assoluti con tutto il loro carico di ‘ismi’ ; diventano, infatti,   base delle scelte concrete nella vita collettiva e della ‘babilonizzazione’ della società e delle stessi menti, cioè alla mercè ‘della forza’ come magistralmente ci ha indicato Simone Weil nel prendere in esame quei momenti cruciali della crisi della Repubblica di Weimar che portarono alla ‘Germania totalitaria’, entro cui ha preso forma non a caso  e sostanza il pensiero di Popper, donde il bisogno di dare una nuova e diversa anima all’Europa, come viene delineato nel lavoro, portato a termine con Marcello Pera, Europa senz’anima? Politica, cristianesimo, scienza (Ed. Morcelliana 2024).

Dario Antiseri invita ancora una volta in I dubbi del viandante, lavoro che va preso in dovuta considerazione per essere il pieno portato in un unicum organico di esperienze sia  di pensiero che di vita, ad impegnarci in modo concreto  per individuare e poi  eliminare dal pensiero e dalle nostre stesse vite  quelle “idee che riemergono come in un ambiente carsico, idee che mostrano dopo tanto tempo la loro  varie   hybris”, come le ha chiamate  a sua volta lo stesso Mauro Ceruti alla luce del pensiero complesso;  tali idee, babilonizzate in quanto hanno perso il contatto con le vere ‘radici’ nel senso di Simone Weil  (La complessità: un pensiero delle radici sulla scia di Simone Weil, 13 giugno 2024), hanno costellato la nostra storia, ci hanno quasi colonizzati  e resi schiavi di posizioni unilaterali da diventare dei paradigmi veri e propri a base delle nostre scelte, oltre ad essere state  l’anticamera delle ‘miserie del Novecento’ come ha scritto Silvano Tagliagambe nel prendere in esame un’altra strategica figura come Pavel Florenskij (Una vita per l’unità dello scibile: Pavel Florenskij, 30 luglio 2020).  Per combattere tali deformazioni, è necessaria per Dario Antiseri una sana immersione nei ‘problemi della scienza’, dove alberga più che altrove ‘il fuoco della verità’, per usare un’espressione di Florenskij, prerogativa primaria non a caso di chi si confronta col peso delle sue ragioni  che, poi, sono  le risposte della mente umana nel  continuo incontro-scontro con le ragioni del reale e che, oltre ad essere ‘luoghi dell’intelletto nel “mettere in moto la ricerca”, sono kantianamente esperienze dirette dei nostri limiti; questo lungo interrogare gli errori che ne derivano, “anatema per la ragione dogmatica ma occasione per lo spirito critico” come si afferma in Quale ragione?,  è un viaggio tra gli “oceani del Dubbio”  ed è ritenuto un  piano metacognitivo di fondo nel difficile cammino della verità sino a diventare una realtà esistenziale ed una scelta etica nel concretizzarsi come “la bisaccia del viandante” da portare sulle spalle come un ‘piccolo pantheon portatile’, a dirla con Alain Badiou. Un tale approccio ermeneutico lo ha condotto verso un tipo non comune di laicità nello spiegarne le radici come in Laicità. Le sue radici, le sue ragioni (Ed. Rubbettino 2010); e nello stesso tempo gli ha permesso di essere quasi provocatorio per un certo mondo dei credenti nel chiarire le ragioni del suo ritenersi Cristiano perché relativista, relativista perché cristiano (Ed. Rubbettino 2003, dopo aver precedentemente polemizzato contro un certo modo di intendere la stessa metafisica, ritenuta necessaria per la scienza stessa al suo ‘inizio’ a dirla con Michel Serres, ma dannosa per la fede in Gloria o miseria della metafisica cattolica italiana? (Roma, Armando Ed. 1987)

I dubbi del viandante, pertanto, da una parte è un lavoro, quasi un ulteriore inno alla ragione, che è “il più prezioso  dono che abbiamo, ciò che ci rende umani”,  ma in quanto non ha fundamenta inconcussa, ma si regge sul fatto che siamo “fallibili” e come tali “razionali”, pur forniti di una razionalità limitata che si avvale per essere tale dei contenuti storico-veritativi delle scienze e degli altri saperi, a partire dal mondo delle arti e della poesia, dove il dubbio sotto altre sembianze prende forma; e dall’altra  apre la strada ad interrogativi, altrettanto umani, che vengono ad arricchirne i contenuti, a fare esperienza della nostra intrinseca fragilità e a mettere in piedi con maggiore responsabilità etico-epistemica quello che, in diverse opere, Dario Antiseri ha chiamato, molto opportunamente, “razionalismo della contingenza” (Una ‘filosofica militia’ per il razionalismo della contingenza, 27 maggio 2021) per fare nostre precarietà e fragilità. Il suo percorso, pertanto, si può considerare una filosofica militia, per usare un’espressione del suo quasi conterraneo Federico Cesi che fondò nel 1603 l’Accademia dei Lincei per comprendere e difendere il senso veritativo della  nuova scienza che si affacciava nell’orizzonte cognitivo; e in Ragioni della razionalità (Ed. Rubbettino voll. 2, 2004 e 2005) si difendono tali percorsi, ritenuti propedeutici per porsi in maniera più adeguata alle condizioni umane, come nell’ultima parte di I dubbi del viandante, la “grande domanda”, in compagnia degli amati Pascal, Kierkegaard e l’ultimo Wittgenstein, che è essenzialmente “una richiesta di senso”. A tale “ultima domanda”, la stessa filosofia, pur avendola  preso nel suo grembo col darne un proprio significato concettuale, non può dare una risposta  che sia “omogenea a sé stessa”. Ci troviamo di fronte ad una domanda metafisica dove, col suo pieno di incognite, “non è più una interrogatio, è piuttosto rogatio: una invocazione di senso ultimo non costruibile da mani umane”; e attraverso le parole di Florenskij  sulla natura del simbolo citate verso la fine, essa viene considerata ‘una finestra verso un’altra essenza che non è data direttamente’.

Così, uno dei padri della filosofia della scienza italiana lascia in eredità un patrimonio aperto a diverse istanze con il costante invito a mettere in atto quella libertà di pensiero, da più parti messa in discussione, e a forgiare gli strumenti di un “arsenale epistemologico-ermeneutico” in grado di dar conto della complessità umana e del reale e di costruire dei continui ‘rimedi razionali’, come li chiamava Hélène Metzger, contro le hybris di certa ragione umana intollerante delle sue stesse più sane conquiste.


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Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo nonché direttore della Collana Internazionale "Pensée des sciences", Pensa Multimedia, Lecce; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.