Crisi dei trent’anni: chi, cosa, quando, come e perché?

Il 22 Aprile ho scritto un post di auguri ad una mia carissima amica per i suoi ventotto anni e dopo le prime battute sui tempi passati, è partito da parte mia il solito discorso convenzionale sulla prossima prima vecchiaia, quella dei trent’anni, che arriverà prossimamente a cui seguono forse i dieci anni più decisivi della vita. Insomma con la pandemia in corso né stiamo vivendo il tempo come vorremo ma stiamo anche invecchiando.

Il 2 Maggio ho compiuto ventinove anni e allora mi sono chiesto: cos’è la crisi dei trent’anni?

è il senso di smarrimento nei confronti del tempo che si prova dai ventisei anni in poi e che come un giudice ti mette di fronte a tutto quello che hai fatto finora e soprattutto a ciò che non hai fatto. Un macigno insostenibile per tutti coloro, me compreso, che avevano fantasticato da piccoli di ritrovarsi trentenni con una salda posizione socioeconomica e una famiglia già avviata, figli o meno al seguito.

Si finisce allora per pensare nostalgicamente al passato e agli anni di studio del liceo e università, caratterizzati ancora da un sottofondo emotivo di spensieratezza che il senso del dovere nei confronti del lavoro ci ha tolto. Ma inizia a pesare soprattutto quel retaggio culturale per cui entro trent’anni dovresti sapere cosa sei e cosa continuerai ad essere e in cui ti perfezionerai.

Scadenze insomma, di vita, ben più pesanti di quelle delle utenze domestiche o dell’automobile che ti ritrovi a pagare.

Alcuni miei coetanei non hanno ancora un lavoro, il che mette i lavoratori, dipendenti o autonomi, in una posizione privilegiata. Ma quale privilegio? Quello di poter progettare una spesa importante o pensare di metter su famiglia se un partner ce l’hai? E allora ti chiedi se la realizzazione di una vita si possa ridurre a questo: terminare gli studi in tempo, trovarti un lavoro sufficientemente retribuito, metter su famiglia, avere dei figli e per il resto della vita rincorrere scadenze di utenze, lavoro, compleanni, anniversari e funerali.

Funerali si, sono quelli che ci portano via l’infanzia, le persone che l’hanno abitata e che con la loro scomparsa iniziano a far suonare quella campanella che pian piano alza il suo volume e ti ricorda che stai crescendo, che non sei più sbarbatello, che non guidi più lo scooter dimenticato in garage e che hai sostituito con la bella e onerosa automobile di tuo padre che hai incidentato.

La mia generazione è quella dei viziati dai nonni, dei soldi presi di nascosto dalla borsa di mamma, della playstation, della scuola calcio, delle partite a calcetto, dei primi accessi a internet e messenger, dei primi cellulari, degli sms, degli squilli, dei gavettoni fuori da scuola in estate, delle biciclette, dei motorini, del pericolo della droga, degli spinelli e della paura per le droghe pesanti e gli incidenti stradali al sabato sera.  Poi ci siamo evoluti digitalmente con facebook e instagram aspirando a modelli sempre più performanti in bellezza, stile, #living e #travelling; abbiamo “bazzicato” le app di incontri con discreto successo ma le sentivamo poco nostre. Siamo quelli del cool vintage, dei party techno fino all’età di venticinque anni sostituiti dalle cene gourmet del sabato sera e crollo a letto entro le 2 di notte.

Questa è una cosa che mi fa sentire vecchio, non riuscire più a sostenere fisicamente una serata con gli amici in discoteca fino all’alba.

Siamo il preciso anello di congiunzione tra il vecchio e il nuovissimo mondo, tra le generazioni dei nostri genitori e i nuovi arrivati, la generazione 2000.

Molti dei miei coetanei rimproverano alle nuove generazioni una decadenza dei valori, se non la mancanza degli stessi. Mentre noi fuggiamo da quelle tradizioni dei nostri genitori tacciandole a volte di superficiale ignoranza o obsoleta antichità. Quello che è stato per i miei genitori un’ideale di vita come su descritto, ossia: studia se sei fortunato, ma essenzialmente lavora e prospera in tutti i sensi, per me che sono alla soglia dei trent’anni sembra non avere riscontro o validità.  Perché sono cambiati i ritmi, le esigenze, i costumi. O cosa?

Insomma più che un lavoro vorremmo realizzazione in senso profondo cioè padronanza di ciò che si fa e per chi lo si fa; più che una famiglia sulla carta vorremmo compagnia non vincolante che ci lasci i nostri spazi personali emotivi. E i figli? Non tutti li desiderano. I figli sono un desiderio, capriccio, dovere, status-symbol? Cosa sono i figli se non la realizzazione di un sentimento di condivisione?  Termine che ha perso il suo valore essenziale che è, secondo una mia personale interpretazione etimologica, un con, cioè insieme ma allo stesso tempo dividere, chiudere cioè restringere, limitare. Della serie, soltanto con un’altra persona. Una sorta di festa riservata con due persone. Capirai che festa.

Paranoie frutto forse del troppo agio e libertà godute e vissute ma non conquistate. Chi lo sa.

E allora cosa significa per i trentenni di oggi vivere bene, stare bene veramente?

Non lo sappiamo. C’è un senso di incertezza, che ci riguarda tutti, dato forse dalle migliaia di possibilità che abbiamo intorno ma che difficilmente riusciamo a cogliere. Siamo sempre limitati da qualcosa, dalla mancanza di coraggio, di “spalle coperte” dalla famiglia, di equilibrio e dalla paura di rischiare di perdere. Nella società odierna in cui è importante solo vincere e arrivare primi, nessuno si mette più in gioco, condannando la nostra generazione a quella di una marea di “giovani dentro” incompiuti, ancora acerbi.

Siamo la generazione del coito interrotto e del preservativo, insomma del piacere ma non troppo, esente da rischi. Il rischio invece è l’essenza della vita stessa; riprendendo un po’ il senso etimologico del temine tramite una semplice ricerca, possiamo dire che derivi dal greco rizikon che significa sorte.

Insomma, per rispondere alla domanda generazionale, quale sarà la mia vita? Bisognerà assumersi dei rischi, il rischio stesso di viverla.

Daniele Lombardi


FontePhotocredits: Roberto Strafella
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Redazione
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