Due giorni con PAM a Varallo

A Varallo, nel cuore della Valsesia, dove il fiume Sesia serpeggia tra le montagne e raccoglie le acque selvagge del Mastellone e degli altri torrenti che scendono impetuosi dai monti, vive PAM. Ottantatré anni portati con una grazia tranquilla e piena di domande. Un uomo dalla voce lenta, profonda, piena di mistero e colori. Come se ogni parola che pronuncia contenesse dentro un ricordo, una possibilità, una strada nuova. Quel pomeriggio ero sua ospite, nella sua palazzina a pochi passi dal centro storico. Un edificio ristrutturato con cura, dove PAM vive al piano alto e dove ha ricavato, negli altri locali, una piccola biblioteca e uno spazio riservato alla sua preziosa collezione di cartoline, raccolte dal 1930 in avanti. Era la prima volta che lo incontravo di persona. Io, poetessa e scrittrice di origine cubana, avevo il compito, o meglio, la missione, di dare un volto sentimentale e vibrante alla sua esistenza, con le parole. “Benvenuta nella mia tana,” mi disse con un sorriso appena accennato, mentre mi faceva entrare. “È un caos, ma ci vivo bene.” Ogni angolo ha la sua voce.

L’ingresso era già una mappa della sua vita: la bicicletta che aveva percorso con lui il Cammino di Santiago, ora appoggiata con delicatezza accanto alla parete, trasformata in attrezzo ginnico con una carrucola e un contapassi che misurava i battiti. “È per fare ginnastica da camera,” disse con un tono quasi complice. “Non riesco a star fermo troppo a lungo.” La casa era piena di luce e di oggetti, ma mai soffocante. Un caos generoso, fatto di libri accatastati in modo irregolare, vecchie fotografie, oggetti misteriosi, scatole piene di carte e piccole meraviglie. Il profumo era quello della carta, del legno e di una memoria che non si arrende.

Sulla mano sinistra di PAM brillava un anello sottile, di metallo scuro, con una scritta: Ultreia. “Significa ‘vai avanti’, me lo hanno regalato lungo il Cammino. Un promemoria costante: anche se la strada è faticosa, c’è sempre un passo in più da fare. Ma questa storia… te la racconterò un’altra volta.” I suoi occhiali, sportivi, da vista, ben aderenti al viso, con montature nere o chiare che alternava secondo la luce, sembravano quasi fargli da scudo. Non li portava mai sul naso, ma saldamente calati davanti agli occhi, abbracciandogli i lati del volto, quasi come per proteggerlo dal mondo, ma anche per scrutarlo meglio. In piedi sul grande terrazzo, Sopra le nostre teste, un glicine monumentale, piantato quasi novantatré anni fa, aveva intrecciato i suoi rami attorno a dei fili di ferro stesi apposta. Una pergola viva, rigogliosa, che PAM chiamava la regina della casa. “Ogni primavera,” raccontò, “esplode in fiori. E mi fa pensare a mia moglie. Forte, dolce, silenziosa come la linfa di questa pianta ma una vera leonessa.”

Parlammo a lungo. Lui in italiano, sempre, con me, con quella cadenza pacata che non si stanca di cercare le parole giuste. Il francese lo aveva studiato, lo usava ancora per leggere. Aveva fatto un corso di spagnolo, e mi disse sorridendo che conosceva anche un po’ di portoghese. “Ora voglio imparare l’ebraico,” aggiunse serio. “Le lingue sono ponti. Mi aiutano a vedere il mondo con altri occhi.” Mi portò a vedere la biblioteca. Era una stanza piena di libri fino al soffitto, alcuni impilati in verticale, altri adagiati di traverso, come se avessero scelto da soli la propria posizione. “Non li ho mai contati. Ma ogni tanto li accarezzo come si fa con i vecchi amici.” Sbirciai tra gli scaffali, tra volumi su Jung, antichi testi di spiritualità, psicologia, narrativa, filosofia, biografia di tutti i pittori. Su un mobile basso, una vecchia macchina da scrivere Olivetti Lettera 32. “Questo ti fa capire un po’ di cose,” disse. “Ha scritto lettere d’amore, rabbia, solitudine. Alcune mai spedite. Ma tutte vere.” La stanza accanto era ancora più incredibile: la raccolta di cartoline. Una vera meraviglia. PAM ne aprì con delicatezza una scatola. Ogni cartolina era perfettamente conservata, con il timbro postale che coincideva con il soggetto illustrato e con il francobollo. “Questa è la storia minuta del mondo. Le date, i luoghi, le immagini… tutto qui dentro è memoria pura.”

Quando il sole calò dietro le Alpi, PAM si alzò con un lieve lamento. La schiena gli faceva male, a volte, ma non gliel’ho mai sentito dire senza un sorriso. Indossava i suoi sandali di cuoio marrone, la cintura dello stesso materiale, e si muoveva con lentezza, ma con l’eleganza di chi non ha mai smesso di danzare. “Ballare è la mia resistenza,” disse. “Anche da solo, anche quando non ce la faccio, muovo le mani, i piedi. E così resto vivo.” Quella notte dormii nella quiete di Varallo, cullata dal rumore distante del Sesia e dai pensieri seminati nella casa di PAM.

La mattina seguente, ci ritrovammo al punto di partenza della funivia più ripida d’Italia. PAM si presentò puntuale, con la camicia a scacchi, il pantalone verde, il solito cappellino bianco con visiera, e gli occhiali neri sportivi che coprivano bene anche i lati degli occhi. Il suo borsello nero a tracolla lo accompagnava come un’estensione del corpo, e il suo volto, con il naso importante, le labbra sottili sempre pronte a meravigliarsi, e la fronte segnata da quattro rughe profonde, sembrava riflettere tutta la luce del mattino. Durante la salita, il paesaggio si apriva sotto di noi: il fiume, i tetti di Varallo, il verde vertiginoso. PAM guardava fuori, assorto. “Ogni volta che salgo qui,” mormorò, “mi sembra di entrare in una dimensione diversa. Come se le parole qui pesassero di più.” Visitammo le 41 cappelle del Sacro Monte, oggi gestite dal Comune: una dopo l’altra, come un percorso dentro la storia, dentro la fede, dentro l’animo umano. Poi raggiungemmo il Santuario, la chiesa centrale, gestita dalla Diocesi. Un luogo di silenzio profondo.

Di fronte una sorta di fontana a forma di pozzo antico, PAM si chinò e bevve l’acqua da una piccola scodella di metallo, appesa appositamente per dissetare i passanti. Io lo fotografai, cercando di catturare quella meraviglia quasi infantile che si leggeva nei suoi occhi. “Questa acqua ha una memoria,” disse. “Mi fa sentire parte di qualcosa di più grande.” Quel giorno, e i ricordi che vi si intrecciarono, restano per me come un poema: fatto di gesti lenti, di storie sussurrate, di libri sfogliati, di piante antiche e parole mai banali.

Quando ci salutammo, PAM mi sorrise e disse soltanto: “Ultreia.”

E io, che di storie vivo, capii che quella parola, “vai avanti”, era la chiave di tutta la sua esistenza.

Rientrammo a casa di PAM intorno all’ora di pranzo, dopo la visita al Sacro Monte e al Santuario. La luce di mezzogiorno entrava dalla finestra del soggiorno, scivolando sui libri e su quella confusione gentile che raccontava la vita vissuta. “Se vuoi, metti pure mano ai fornelli,” disse con un mezzo sorriso, mentre si toglieva il cappellino bianco e lo posava sullo schienale della sedia. “Io intanto ti racconto altre storie, ma lascio la cucina a te. Sei più giovane… e sicuramente più brava.” Presi l’invito al volo. In cucina c’era il necessario, con qualche verdura presa al mercato. Preparammo insieme una pasta semplice con zucchine, cipolle, pomodori, peperone dolce e qualche spezia. PAM tagliava con attenzione, le mani sicure ma lente, mentre continuava a raccontare, come se ogni gesto fosse accompagnato da una frase, una memoria, un pensiero che meritava di essere condiviso.

“Sto lavorando a un libro, lo sai?” disse all’improvviso, mentre sistemava in contenitori la frutta con precisione meticolosa. “È una riflessione, un grido gentile su quello che ci condiziona e ci allontana dall’amore. L’ho intitolato Condizionamento sociale, con un sottotitolo che mi sta a cuore: Riprendiamoci l’amore.”

Lo guardai sorpresa. “Lo scrivi a mano?”

“Macché,” rispose ridendo, “lo scrivo qui, nel soggiorno, al computer. Quando finisco una parte, vado a stamparla nel negozio in centro. Mi piace toccare la carta, leggerlo su fogli veri. Le parole hanno un altro peso, quando le vedi scorrere tra le dita.” “Scrivere è un modo per dare un volto a quello che sento. Non è un saggio, non è un romanzo. È qualcosa che sta nel mezzo, come me. C’è la mia voce dentro, ma anche quella di chi ho ascoltato nel tempo. Forse è per questo che non riesco a finirlo. Perché la vita continua a raccontarmi nuove pagine, ogni giorno.” Mentre sparecchiavamo insieme, mi mostrò la cartelletta dove custodiva le bozze già stampate. “Quindici capitoli finora,” disse, quasi con pudore. “Ma il filo non è ancora del tutto chiaro. Cerco la coerenza… ma più scrivo, più capisco che forse la verità non è mai lineare.”

“Tu hai già trovato il tuo titolo,” gli dissi. “Ma forse questo libro si sta scrivendo anche grazie a chi ti ascolta.” PAM restò un attimo in silenzio. Poi annuì, con un piccolo sorriso che conteneva mille riflessioni non dette.

C’era una forza lucida nelle sue parole, eppure anche una delicatezza che le rendeva leggere, come se fluttuassero tra la carta e l’aria. Parlava lentamente, con quella voce profonda e colorata, che sembrava avere strati nascosti, come un velluto steso su qualcosa di più antico.

“Non voglio scrivere un saggio accademico,” continuò, “non sono un professore. Voglio raccontare. Con parole semplici. Quindici capitoli. Storie, riflessioni, esperienze. E poi domande. Il libro deve lasciare delle domande, non chiuderle tutte.” Sfiorai uno dei fogli. Era pieno di sottolineature e di appunti scritti a mano sul margine destro. “Questo è l’ultimo capitolo che ho finito. Parla del tempo. Di come ci viene insegnato a viverlo come una linea retta, mentre invece è una spirale. Come il glicine sul terrazzo: ritorna, si avvolge, ma ogni volta in un punto leggermente diverso. Il tempo è movimento, ma anche radice.”

Lo ascoltavo in silenzio. Sentivo che non stava solo scrivendo un libro: stava cercando di raccogliere i frammenti di un’esistenza piena, attraversata da studi, viaggi, dolori, amori, riflessioni — per restituirli agli altri come semi, non come risposte.

“Stai lasciando una mappa,” dissi piano. “Una mappa per chi vorrà seguire le orme, o trovarne di nuove.”

Lui sorrise, appoggiando la stampa sul tavolo come si depone un oggetto fragile. Poi si tolse gli occhiali sportivi da vista — quelli scuri, che coprivano anche i lati del viso — e si massaggiò gli occhi, stanchi ma vivi.

“Scrivere,” disse alla fine, “è il mio modo di ballare con la memoria.”

E ancora una volta, il glicine mosse le sue fronde come un sipario che si chiudeva per poi riaprirsi, mentre il sole del primo pomeriggio inondava la casa di luce e di possibilità.

***

Tra rughe e sogni

Nel gomitolo fitto del glicine antico
dove il tempo si annoda ai fili del cielo,
un volto si china, ma guarda più in là,
tra i silenzi che parlano, l’anima va.

Non nacque qui, ma il fiume lo volle,
il Sesia gli incise rughe di pietra,
la montagna gli donò la schiena curva
e il vento gli diede la voce lenta.

Occhi vestiti di vetro e mistero,
occhiali che coprono e svelano il vero,
tra luce e ombra si sposta la mente
che scrive con dita di polvere ardente.

Un anello al dito: Ultreia inciso,
cammino di pelle, di carta, di viso,
ogni passo è memoria, ogni frase un respiro,
tra le stanze del cuore, il pensiero si aggira.

Ha una casa che è corpo, terrazzo e pensiero,
con il glicine a tetto e i libri a sentiero,
e una bici che dorme ma ancora racconta
di Santiago e di sogni che il tempo confronta.

PAM, come suono tra palmo e carezza,
come nota che danza nell’aria già detta.
Volto adottato da pietre e silenzi,
tu sei la curva che l’anima insegna.

E Varallo, che ascolta ma non dice niente,
lo ha accolto in sé come un ramo discente.
Ora vive tra ombra, tra danza e tra fogli,
nell’inchiostro che scrive gli ultimi appoggi.

Nel soggiorno di ricordi

Sul mobile lungo, piano silenzioso,
le foto respirano in cornici d’ombra,
volti impigliati in luce tremolante,
eco d’un tempo che non vuole morire.

Maria sorride da legno antico,
tra vetri che custodiscono l’infinito,
e il silenzio si fa veste leggera
che avvolge la stanza di memoria.

Nella camera il legno sussurra,
mobili compagni di notti e sogni,
dove il respiro si mescolava lento,
e il tempo era un fiume gentile.

Nel cuore la cucina artigianale,
ripiano di granito liscio e freddo,
fatto su misura per le sue mani,
dove l’amore si cucina piano.

Il Chow Chow dorme nella penombra,
ombra soffice che tace e veglia,
custode di giorni e di silenzi,
complice fedele dell’assenza.

Gli occhi si colmano di pioggia dolce,
mentre sfiorano quei volti amati,
lacrime come cristalli di vento,
che cadono lente sul cuore.

L’amore è un’ombra che non svanisce,
un soffio di fumo nel camino spento,
una fiamma che danza nella notte,
un eco che riempie le stanze vuote.


FonteAndrew Bowden from London, United Kingdon, CC BY-SA 2.0 , via Wikimedia Commons
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Yuleisy Cruz Lezcano nata a Cuba, vive a Marzabotto, Bologna. Lavora nella sanità pubblica, laureata in scienze biologiche e con una seconda laurea magistrale in scienze infermieristiche e ostetricia, presso l’Università di Bologna. Ha pubblicato diciotto libri a seguito di riconoscimenti e premi in concorsi. Due dei libri pubblicati sono in spagnolo/italiano e il penultimo in spagnolo/ portoghese è stato pubblicato in Portogallo. Si occupa di traduzioni in spagnolo, facendo conoscere poeti italiani in diverse riviste della Spagna e del Sudamerica e, in modo reciproco, facendo conoscere poeti sudamericani e spagnoli in Italia. Collabora con blogs letterari italiani, di America Latina e di Spagna. La sua poesia italiana è stata tradotta in francese, spagnolo, portoghese, inglese, albanese.

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