
Vito Signorile, palcoscenico e maschera, regista di se stesso e dolcezza dell’esperienza vera…
Vito fa di cognome Signorile e scrivere del suo spettacolo più intimo e più replicato è un azzardo bello e buono. Chiedo venia.
Ma se mi emoziono scrivo e se scrivo l’emozione diviene una macchia di olio.
O meglio, una macchia di olio soffritto di ragù, sulla tavola sacra della domenica pugliese.
Vito ci ha portati nella Bari vecchia amata, nei suoni e colori e odori che sono la sua infanzia, nelle nenie arabeggianti, nei sorrisi di chi raccontava storie credendoci.
Le tradizioni tramandate solo oralmente, che tanto scrivere pochi sapevano, sanno di mistero. Che a non ascoltare e ricordare si perdono poi nel pozzo del niente. Vito ne ha fatto ottima incetta.
Mi sono incantata. Ho rivisto le tre strade sterrate della mia di infanzia, i giochi, i canti, soprattutto quel tremore in mezzo al corpo che non era il passaggio del treno: i vecchi, i gatti, la luce, le bici, le voci.
I bimbi e i vecchi sono la stessa cosa in fondo. Si scordano il passato, non concepiscono il futuro.
E così fanno la sola cosa che conta: divorano voracemente l’attimo.
Come mia nonna, Vito si alzava nel bel mezzo di qualcosa di buono e andava a controllare la cottura del ragù.
Come un orologio, come un monito, come un appuntamento a cui non si può mancare.
Se sbagli cottura, si butta.
Cosa? Il cibo o la vita? Il passato o le persone? La realtà o la finzione?
Vito è palcoscenico e maschera, regista di se stesso e dolcezza dell’esperienza vera. Vito è artista puro.
È riuscito nell’arduo compito di non intristire, di portare lo spettatore al gioco e poi, sul più bello, camera libera tutti. Eccoci a mangiarlo davvero questo benedetto ragù servito nel locale più bello di Trani, con mare a corredo e la luna a vedetta. Privilegi per teatranti.
La sensazione senza nome resta, lenita solo dalle voci a cantilena dei bimbi che siamo sempre: Batti le mani, battile bene, che papà adesso viene…























