VA DI SCENA IL CAOS

L’Esposizione Universale di Parigi volle celebrare l’ingresso nel nuovo secolo che si preannunciava più innovativo, più rivoluzionario e più veloce, il trionfo de La Belle Epoque, di cui la Francia fu tra gli esponenti continentali più illustri.  Tanto sfrontato ottimismo, strascico del periodo positivista, cozzò con  le inquietudini francesi  scaturite dalla recente delusione della guerra franco – prussiana e dalle scorie dell’Affaire Dreyfus che proprio a ridosso del nuovo secolo conobbe una tossica recrudescenza. Come da desiderio del Barone, la sede dei Giochi Olimpici variò, evitando di cristallizzarli pericolosamente ad Atene e certamente questo fu un bene. Venne scelta Parigi a motivo della concomitanza dell’Esposizione Universale. Ma la manifestazione ricoprì un ruolo secondario nel contesto della fiera internazionale, compromettendo lo spirito olimpico delle stesse competizioni che infatti figurarono nel programma come «Concorsi d’esercizi fisici e di sport».

Sono Giochi infiniti quelli parigini, che iniziano il 20 maggio e terminano il 28 ottobre. Esordirono il canottaggio e l’equitazione, e alcuni sport di squadra, ossia il calcio, la pallanuoto e il rugby. Si disputarono anche gare di tiro alla fune, pelota basca e croquet. Ma regnò una grande confusione e una  disorganizzazione imbarazzante. De Coubertin faticò a coinvolgere le rappresentanze più importanti della politica francese che snobbarono l’evento. Ciononostante, aumentarono le nazioni che presere parte alla manifestazione, (28 contro le 13 di Atene) tra cui ci fu per la prima volta ufficialmente l’Italia che ottenne due primi posti (le medaglie non ci sono ancora), con il conte Gian Giorgio Trissino nell’equitazione e un Antonio, che Conte faceva di cognome, nella scherma, che diede il via alla straordinaria storia della pedana olimpica italiana che diverrà per i colori azzurri un’autentica fucina di successi e soddisfazioni. Difficile ricostruire gli eventi, che dimostrano in fondo la gran confusione che regnava a Parigi, dove le gare di nuoto vennero disputate in una zona delimitata della Senna, con l’incertezza delle correnti e con l’invenzione della corsa di nuoto ad ostacoli, con molte manifestazioni che non vennero nemmeno portate a termine. In questo marasma emersero alcune figure rimaste nella memoria. Charlotte Cooper, tennista di un certo spessore, che aveva per tre volte il torneo di Wimbledon, fu la prima donna a vincere un titolo olimpico. Nel salto in lungo vinse il forte Kraenzlein con la misura di 7,18 non senza polemiche. Il salto dell’americano fu più lungo di un centimetro rispetto a quello del connazionale Prinstein, che dalle eliminatorie deteneva il miglior salto e che, per motivi religiosi, non saltò il giorno della finale, che era di domenica. Kraenzlein vinse altre gare, nei 110 ostacoli, nei 60 metri e nei 200 ostacoli, aprendo la lunga lista dei plurivincitori in un’edizione di un’Olimpiade.

La maratona fu vinta dal francese Théato, che precedette il connazionale Champion e lo svedese Fast, ma furono mosse critiche ai vincitori, rei di aver usato scorciatoie, e agli stessi organizzatori che non approntarono un servizio di vigilanza lungo la strada.

Infine va raccontata la storia di Ray Ewry, noto come “l’uomo caucciù”, che a Parigi fu the human frog (la rana umana) all’indomani delle vittorie nel salto in alto, del salto triplo e salto in lungo, tutte in modalità da fermo, oggi competizioni soppresse. Colpito da poliomelite, sovvertì la diagnosi dei medici che gli avevano detto che sarebbe rimasto per tutta la vita su una sedia a rotelle. Grazie alla sua tenacia e ad alcuni esercizi, riuscì a vincere la malattia e a presentarsi a Parigi per competere ai Giochi olimpici alla veneranda età (per un atleta!) di ventisette anni.

A Parigi il movimento olimpico rischiò di naufragare e le dichiarazioni di de Coubertin, intrise di profonda tristezza, sottolinearono quasi lo sconforto per quanto assistito: «Molta buona volontà, risultati interessanti, ma niente assolutamente di olimpico». I Giochi sembrarono a rischio e, come qualcuno ha scritto, fu un miracolo che sopravvissero a Parigi e, aggiungiamo, quattro anni più tardi a Saint Louis, dove, come vedremo i le Olimpiadi furono nuovamente associata all’Esposizione Universal, trovandosi di fronte al bivio di una radicale trasformazione o alla fine fallimentare del sogno olimpico del Barone.