«E vidi l’Orsa, che mai tocca l’onde del mare, e gira intorno al cielo, guardando sempre Orione»

(Omero)

Estate. Tempo di notti all’aperto, di cieli limpidi e pensieri che si alzano in volo. E così, guardando le stelle, mi è tornata in mente una storia antica. Una storia triste e luminosa, come certe notti d’agosto.

Perché ci sono racconti che il tempo non riesce a spegnere. Storie che, come alcune costellazioni, restano sempre visibili, anche quando il mondo sembra voltarsi dall’altra parte o andare oltre. Una di queste è il mito di Callisto e Arcas, madre e figlio, trasformati giustappunto in costellazioni: l’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore.

Callisto era una ninfa del seguito di Artemide, la dea della caccia. Aveva giurato castità, ma Zeus — re degli dèi e, diciamolo, gran libertino — si invaghì di lei. Per sedurla, assunse le sembianze della stessa Artemide. Da quell’inganno nacque Arcas.

Oggi, probabilmente, parleremmo di Zeus come di un sexual offender. I miti gli attribuiscono almeno 57 amanti: dee, mortali, ninfe, persino animali. Oggi, è lecito sperare, non l’avrebbe passata liscia. Ma allora non funzionava così. Zeus era il sovrano dell’Olimpo, e sua moglie — nonché sorella — Era, non poteva certo prendersela con lui. Non si usava. Così, quando Artemide scoprì la gravidanza, Callisto fu scacciata dal suo seguito. E come se ciò non bastasse, Era la trasformò in un’orsa.

Passarono gli anni. Arcas, ormai giovane e valente cacciatore, si trovò un giorno a puntare la lancia contro un’orsa, ignaro che fosse proprio sua madre. Zeus, per evitare il tragico errore — e forse per rimediare, almeno in parte, alle sue colpe — li sollevò entrambi nel cielo, trasformandoli in costellazioni. Fu così che Callisto divenne l’Orsa Maggiore e Arcas l’Orsa Minore.

Ma Era non dimentica. E la vendetta, si sa, è un’arte che gli dèi coltivano con cura. Chiese allora a Teti, dea del mare, di negare loro il riposo. Le due costellazioni non avrebbero mai potuto immergersi nelle acque dell’oceano, come fanno ciclicamente le altre. Da allora, l’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore non tramontano mai. Restano lì, immobili sentinelle del cielo del Nord, a ricordarci che anche le ferite divine possono brillare. E magari, chissà, possono tornare utili a indicare la rotta a naviganti smarriti.

E allora, quando la notte si fa più buia e il cammino incerto, basterà alzare lo sguardo. Quelle due Orse, madre e figlio, ci ricordano che anche ciò che è stato dolore può diventare luce. E che ci sono amori — come quello di una madre o quello di certe mitiche coppie di amanti — che nemmeno gli dèi riescono a spegnere.

Arato: «L’Orsa, che ruota intorno al polo, non si tuffa mai nell’oceano, ma veglia sul mondo».

Cicerone: «L’Orsa, che non si nasconde mai, è la bussola degli uomini erranti».

Avieno: «Le stelle dell’Orsa non conoscono tramonto: sono il segno dell’eternità nel cielo».


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...