«Il meglio di voi sia per il vostro amico. Se egli deve conoscere il riflusso della vostra marea, fate in modo che ne conosca anche il flusso»

(Khalil Gibran, Il profeta)

Era un giorno di fine semestre, a poco più di un mese dalla laurea, con 7 esami ancora da dare.

No, non dico fandonie, all’Istituto Superiore di Scienze Religiose funziona così, se vuoi rispettare i tempi, che ad andare fuori corso siano bravi tutti.

In quella circostanza un docente simpaticissimo (se sono ironica? Obviously) ci indicò una parte speciale fino ad allora mai nominata, naturalmente in aggiunta alle millemila cose già esistenti da imparare per il suo esame.

Fosse stato questo il problema, ma parve subito di no: una roba scritta in italiano, per carità, ma priva di capo e di coda. Incomprensibile, ostica, difficile, almeno senza nessun esperto in materia che mai si fosse disturbato a spiegarcela.

Perifrasi su perifrasi totalmente sconclusionate. Ricordo che rinunciai a studiarlo quel testo; solo lo lessi con molta attenzione, come mio solito lo sottolineai, ma questa volta necessariamente un po’ come veniva. Cercavo di tenere almeno un quadro generale, qualche punto fermo e poi l’onestà di chi sa che non ci può arrivare non avendo mai imparato quelle categorie.

Portai il testo all’esame e, dopo un lungo ed eccellente colloquio, la domanda arrivò. Con totale chiarezza lo tirai fuori dalla borsa, lo poggiai sulla cattedra e dissi il vero: l’avevo letto, avevo cercato di farlo al meglio, credevo non fosse possibile masticarlo in assenza di una guida e potevo provare a parlarne, senza la pretesa di farlo come l’autore avrebbe preteso o, almeno, auspicato.

Eppure ne parlai: c’erano delle pazzesche divagazioni su termini coniati dall’autore, tutti con suffisso in orami; immagino ora che chiunque, fra voi, conosca l’antropologia abbia anche capito di chi e di cosa parlo, ma non è questo il punto.

Di quel marasma, una cosa avevo chiara, tant’è che la ricordo bene anche adesso: se sei in mezzo al mare, nel nulla ed immerso fino al collo, non puoi vedere oltre il tuo massimo campo visivo. È solo acqua che ti circonda. Sei in mezzo ad un flusso, esiste solo quello ed in alcun modo puoi vedere gli altri flussi, che pure continuano ad esistere.

Ecco, è esattamente così che mi sento. Al centro di un flusso. Non riesco a vedere più quale sia stato l’inizio di questo delirio ed in alcun modo riesco ad immaginarne l’evoluzione e, ancora di più, la fine. Il nuovo inizio.

Nella vita di una sola persona, può accadere di tutto in pochissimo tempo: roba da rimanerne scioccati, frastornati, tramortiti, da riderne, piangerne, ripercorrere e credere davvero di aver solo visto un film, la cui pellicola non si è conclusa e proprio non vedere niente oltre quel centro. Il flusso. Una specie di libera prigionia, o di prigioniera libertà.

Come quando accade qualcosa, che si somma a qualcosa, più qualcosa e più qualcosa ancora di impensabile e si dice: “mò a va chiòv” (che nella mia città d’origine, Bari, è un detto che sottolinea quanto incredibile possa essere un evento, tanto da portare pioggia inattesa e controllare l’andamento atmosferico).

O come quando, più che parimenti, accade qualcosa, che si somma a qualcosa, più qualcosa e più qualcosa ancora di più che impensabile e allora per essere credibili rispetto all’assurdità si direbbe: “mò a va venì la pandemì”.

E la pandemia è arrivata infatti, la Germania l’ha dichiarata, io mi sento priva di capo e di coda e non è solo causa di un virus sconosciuto: è che mai come ora si vede di che pasta sia fatto il mondo, mai come ora si vede quanto possa sembrare facile riuscire a stare lontani, mai come ora spero che questa forzata mancanza di abbracci alla fine, quando l’avremo scampata (perché la scamperemo), ci faccia venire voglia di piangere tre giorni di fila, correre a piedi nudi sull’asfalto ardente uno verso l’altro e stringerci, stringerci come tutte le volte in cui avremmo potuto e non l’abbiamo fatto.

Non come in questo momento in cui è vietato ed in cui ripenso che, in effetti, quel testo di partenza (ma sì, che si sappia), Arjun Appadurai lo aveva intitolato: “Modernità in polvere”.

Modernità in polvere: sarà un caso che tutto questo OltreVerso sia nato da lì, un posto di cui tutto avevo pensato, fuorché il titolo.

Ma il dettaglio è che io al Caso non ci credo.

No, il Caso non esiste.

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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.