«Se si sogna da soli, è solo un sogno. Se si sogna insieme, è la realtà che comincia»

(Proverbio africano)

Leggevo l’altro giorno che il punto di vista di un africano è radicalmente diverso da quello di un occidentale. Per quest’ultimo, qui da noi, specie in era postmoderna, la “corsa all’io” prevale su ogni cosa.

In Africa non è così.

In Africa, nessuno è così stupido da pensare che “l’io” venga prima del “noi”: non fosse altro che per una questione di nascita! Nessuno si è dato la vita, nessuno potrebbe programmare la propria infanzia, la propria crescita, la conquista della propria autonomia. Ammesso, e assolutamente non concesso, che conquistare una “propria autonomia” sia impresa possibile.

In Africa, a me pare, sono molto più saggi. Sanno che siamo frutto di relazioni, che nella relazione nasciamo, cresciamo, viviamo, moriamo e viviamo anche dopo la morte.

In Europa, ma anche in tutti i Paesi in cui la matrice bianca ha messo radici, siamo spesso morti anche da vivi. Perché ci sentiamo soli, non ci fidiamo di nessuno, in tutti vediamo un nemico, un rivale, un concorrente da superare. E, a forza di affannarci, finisce che spesso smarriamo la strada, ci giriamo dietro e non vediamo più nessuno, guardiamo avanti e ci si manifesta un vicolo cieco.

Soprattutto, qui da noi, siamo tristi perché non sappiamo più sognare. Né da soli, né in compagnia. Come facevamo da bambini. Prima che ci rubassero l’infanzia. Prima che ci convincessero che non si può cambiare la realtà neppure se il cambiamento lo si sogna tutti insieme. Prima che Cartesio ci propinasse l’illusione che basta “saper pensare” per “saper essere”.

Cartesio! Questo gran mentitore! È nato da un coito, non dal cogito. È nato da mamma anche lui. Non dal suo pensiero. E scommetto che manco gli piaceva il caffè!

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