«Scrivo per lo stesso motivo per cui respiro – perché, se non lo facessi, morirei»

(Isaac Asimov)

Ho avuto una giornata piena, è ancora in corso, ma per ragioni di differente natura mi sono dovuta sedere davanti a questo aggeggio del demonio, che non ha alcun rispetto per il mio lato vintage.

Ecco che appare, per fortuito caso, una pagina che insegna cosa serve per essere uno scrittore: originalità, attenzione ai dettagli, tempo, spontaneità, solitudine, perseveranza.

Ora, fermo restando che chi scrive questo elenco lo fa in riferimento alla carriera di un grande, che è Haruki Murakami, mi domando: ma lo conosce? Proprio in qualità di uomo, intendo, ci ha mai mangiato insieme? Io no, naturalmente, e nonostante questo mi è venuto da ridere.

Passi per l’originalità, che però è descritta come cosa studiata a tavolino; l’attenzione ai dettagli, come se scrivere consentisse di essere superficiali; ma santo cielo… il tempo, la solitudine, la spontaneità e la perseveranza.

È una barzelletta?

Ma voglio ancora scremare: per spontaneità intende l’impossibilità di scrivere su commissione. Ci sta, ci sta tutto, lo capisco perfettamente, è esattamente così che funziona e per perseveranza fa riferimento alla capacità di affrontare anche le critiche, senza abbandonare la penna. Va bene, passi, sebbene potremmo anche riconoscere a uno scrittore la fragilità di ogni essere vivente.

Intendo: Giovanni Verga ha abbandonato per vent’anni la sua penna. Come mai non è finito nell’oblio?

E ora i pezzi da novanta però: tempo e solitudine.

A questo punto, io che ho la presunzione di riempire pagine senza nemmeno starci troppo a pensare e solo “per colpa” di chi proprio, in illo tempore, ha scelto di vietarmi di cestinare tutto, a quale categoria apparterrei?

Non ho nemmeno il tempo di ricordarmi come mi chiamo e quando me lo ricordo è solo perché il mio secondo nome anagrafico (Arsedea) scatena la curiosità di chiunque lo legga, la qual cosa mi costringe ogni volta a spiegare da dove viene, cosa vuol dire, perché non mi faccio chiamare con quello e blablabla; non riesco neppure a tenere sotto controllo un posto definitivo per le chiavi della mia auto, non so assolutamente cosa sia una tabella di marcia eppure ne rispetto una ogni giorno senza colpo ferire: come faccio a scrivere, se il tizio dell’elenco ha ragione?

E la solitudine? Vogliamo parlarne? Ogni mattina vedo un numero spropositato di persone che non sono esattamente incontri casuali, ma gli universi con cui batto e combatto per natura stessa del lavoro che faccio; in casa, peggio mi sento. Non ne faccio descrizioni, ma basti un dettaglio su tutti: il cane è capace di guardarmi anche mentre mi lavo i denti. E lui è, in assoluto, il meno ingombrante e più silente di tutti.

Dunque resto appesa con un boh, in teoria e con una risposta molto precisa, invece, in pratica.

Forse scrivere per commercio è tutte le cose sciorinate dall’elencatore abusivo; ma scrivere per la natura stessa dello scrivere, è altra cosa. Se sei originale non è che trovi un modo, se sei attento ai dettagli non è che lo decidi, se sei perseverante non è che lo scegli, se sei spontaneo non è che lo prevedi. Il tempo e la solitudine, non li compri. Né puoi rubarli.

Se ti ritrovi a scrivere, piuttosto, è solo perché non hai altra scelta, sei spalle al muro, c’è una forza esterna che ti guida, spinge, spesso divora. Non ne hai scopi diversi, se non quello dell’espressione: lanci le cose nel mondo, i tuoi pensieri, i tuoi personaggi, te stesso e non fai calcoli di nessun genere. Può andarti male, ma tu non lo stai nemmeno tenendo presente, perché non hai tornaconti su cui focalizzarti.

Temo che questo sia un concetto duro a morire.

Una persona a me cara un giorno disse: per scrivere ad alcuni serve studio, ad altri niente, perché la loro penna è un dono.

Dunque spero che Murakami, dal suo Giappone, non debba mai leggere ciò che ho letto io. Perché nel suo caso, sono certa, non parliamo di studio e non parliamo di elenchi: esiste il talento e quello è una cosa che va oltre ogni categoria. Ce l’hai o non ce l’hai. Punto.


FontePhoto by Thought Catalog on Unsplash
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Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

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