«Nobody knows the trouble I’ve seen

Nobody knows but Jesus

Nobody knows the trouble I’ve seen

Glory, Hallelujah»

Chi, come me, ha l’enorme privilegio di insegnare in un CPIA – Centro Provinciale Istruzione Adulti – sa bene che la propria offerta formativa è permeata di nuove prospettive, di mutamento d’intenti: giovani o adulti giungono nelle nostre sedi – nel mio caso nel territorio della provincia BAT – conseguentemente ad una interruzione, ad una scelta errata, ad una impossibilità a realizzare quanto ci si prefigge o si anela. Una volta che i nostri studenti intraprendono il nuovo percorso, e tutti coraggiosamente, si realizza la relazione pedagogica che, in quanto tale, si basa su di una relazione affettiva tra docente e discente: i valori vengono riconosciuti come tali perché si riconosce autorevolezza, calibro, spessore alla figura di chi quei valori vuole trasmettere. Ebbene tra noi docenti del CPIA ed i nostri studenti si crea sempre una relazione positiva e non sono soltanto i corsisti ad avvantaggiarsene ma anche noi docenti: ogni singolo individuo apporta nuova linfa alle nostre vite con la sua storia, con le sue esperienze, con la sua peculiare ed unica personalità. Accoglienza, confronto, collaborazione, condivisione sono le nostre “parole-chiave”; ogni anno, fiduciosi, siamo pronti a mettere in atto quel “miracolo” della conoscenza reciproca che ha il potere di fugare tutte le paure, anche le più profonde, quelle che vengono dalle viscere della nostra società e che intossicano le relazioni e danno origine ai più nefasti conflitti. La conoscenza comprende – nel senso etimologico del “prendere con sé – rischiara, fa luce.

La storia che sto per narrare fa star lieti e ci incoraggia a perseguire i nostri obiettivi e a non demordere mai. Il pomeriggio di un giorno della fine di settembre di tre anni fa, fra i tanti neoiscritti, giovani migranti, è giunta nella nostra sede tranese del CPIA BAT una ragazza, scrupolosamente fiancheggiata da un’educatrice di un’associazione tra quelle che si occupavano a quel tempo di minori non accompagnati; era insieme ad altre due coetanee, diventate amiche una volta giunte in Italia, tutte dalla Nigeria. La cosa che mi ha subito colpito, oltre ai suoi modi gentili e rispettosi, è stata la modalità di compilazione della scheda con i suoi dati: alla voce “data di arrivo in Italia” ha scritto: “mattina”. Ciò mi è sembrato meraviglioso: una giovanissima ragazza, all’alba della sua vita, in un Paese straniero, sola, ancora minorenne, sicura di chissà quali promesse di lavoro qui in Italia, dichiara la sua speranza nel futuro, la sua fiducia nei suoi simili con una sola parola pervasa di aria fresca.

Così Sarah ha subito fatto parte del mio gruppo di livello per l’apprendimento dell’italiano come seconda lingua: costante, seria, motivata, ha frequentato le lezioni con impegno, ottenendo ottimi risultati. La sua partecipazione alla fervente vita del nostro CPIA BAT è stata ancor più ferrea nel momento in cui nella mia sede di Trani abbiamo organizzato un coro gospel, in collaborazione con alcuni docenti della scuola secondaria di primo grado che ci ospitava: dodici corsisti del CPIA BAT – tra questi Sarah – hanno così svolto un laboratorio di canto gospel, condotto da un abilissimo esperto, che si è concluso con un emozionante spettacolo serale a giugno. Sarah ha avuto occasione di scoprire la sua passione per il canto: solista nel coro, ha estasiato tutti i presenti con il suo assolo, dimostrando ancora una volta quanto l’amore per la conoscenza e la tenacia portino i loro frutti ovunque, anche quando si sceglie di emigrare dal Paese natìo.

Terminato l’anno scolastico, in estate, studiando, s’è preparata ad affrontare una gara canora nella quale è arrivata ai primi posti. Circa un anno dopo, proprio mentre cantava su di un palcoscenico, è stata notata da una talent scout pugliese, Carmen Martorana, che l’ha accolta in casa come una figlia e l’ha introdotta nel mondo dell’alta moda, sino a farla sfilare alla Fashion Week di Parigi e Milano.

Sarah Ibizugbe Ese, fuggita dalla Nigeria, arrivata di mattina su di un barcone a Taranto, oggi affermata modella, ci dimostra quanto ognuno di noi possa contribuire al cambiamento, avendo cura del bene più prezioso: la vita.


2 COMMENTI

  1. Gentile Professoressa, la ringrazio per il suo racconto. Non solo per la storia di Sarah -emblematica del “Viaggio dell’eroe” che ognuno di noi ha da compiere- ma anche per la sua. Sì, perchè non c’è viaggio e non c’è eroe senza una guida o un mentore. Non sono un docente ma stimo profondamente la sua funzione e il suo contributo socio-pedagogico, tanto più se proviene da una -erroneamente ritenuta- zona pedagogica di periferia quale quella dei CPIA.

    • Grazie davvero di cuore per le sue parole. Sono davvero onorata di essere una docente ed, in particolare, di un CPIA: avere la possibilità di crescere, di trasformarmi insieme ai miei corsisti, che, con fiducia, mi affidano ogni giorno il loro bene più prezioso, la loro vita, è per me un dono inestimabile.

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