La morte è uno strumento che i vivi usano per parlare delle proprie emozioni. Eppure bisogna scrivere di Rossella, una donna poetica con un finale letterario. Ingiusto.

Scrivo tutto.

Segno tutto, in continuazione.

Dicono che sia nativa digitale, ma se non scrivo su un pezzo giallo di infilare gli occhiali in valigia, sono in grado di lasciarli lì, sul lavandino e vagare nella più assoluta cecità.

Da un po’ di tempo a questa parte, non scrivo più nulla. Niente. Mi sembra di non aver più niente da dire, da raccontare. La vita ripetitiva di una studentessa universitaria finisce con l’essere priva di stimoli.

Ma prima non mi interessava nemmeno la realtà che mi circondava. Tutto quello che avevo da raccontare era nella mia testa.

Al liceo scrivevo tantissimo, ovunque, pure sul retro dei libri, sui fogli strappati, sugli scontrini. E mi vergognavo mortalmente di leggere ad alta voce quello che avevo scritto. Non ho mai riletto un compito in classe perché avevo paura che mi sarebbe sembrato sciocco.

Una volta ho conosciuto una ragazza. Più piccola di me, con i capelli lunghi, lisci, le mani eleganti che sfioravano gli altri quando chiedeva se volessero leggere quello che aveva scritto. E io che nemmeno avevo il coraggio di dire che avevo scritto qualcosa.

Avevo da poco scoperto “la Politica”, quella fatta insieme ad altri, quella che si organizza per difendere un principio. E Rossella era lì quella volta in cui, insieme a tante donne andriesi, ci eravamo trovate per chiedere “se non ora, quando?” Se non diciamo basta a questa oggettificazione del corpo femminile, quando lo faremo?

Rossella, se l’avessi incontrata in un altro contesto, probabilmente l’avrei odiata: una ragazzina di 15 anni che scriveva e leggeva ad alta voce poesie. Proprio quello che Io non avevo il coraggio di fare.

E invece eravamo in quella stanza arancione, insieme, in quel luogo in cui tutte le energie producevano una bellezza che non ho mai più visto replicare. Ci siamo scambiate poche parole, perché piuttosto ascoltavo quello che lei sapeva dire.

E non la odiavo, anzi. La guardavo con tenerezza ammirata: era già quello che io avrei voluto essere.

Con quel delicato entusiasmo, con una macchina fotografica stretta tra le mani, era anche lì con me, con gli altri ragazzi con cui abbiamo condiviso quella stagione bella ed esplosiva del MISA, il movimento indipendente studenti andriesi. Era un movimento nato nella stagione delle proteste contro la riforma Gelmini. Tra chi voleva la rivoluzione, chi voleva occupare e chi voleva parlare, Rossella era lì. Con la sua grazia.

Mi sono sempre chiesta quanto tempo passasse a scrivere e ricopiare le sue poesie: una volta le leggeva su foglietti strappati da un’agenda, la volta dopo da un quaderno rosso.

Le stagioni passano, senza le date. Ci si accorge da un giorno all’altro che le giornate sono più brevi, che hai bisogno di una giacca, che non vedi più alcune persone. Non te ne rendi conto: è una scoperta che si fa solo guardando indietro.

Ora guardo a quei mesi e mi accorgo che Rossella era lì, ma che poi io sono andata via.

Ci siamo incrociate e solo adesso lo scopro, sorpresa da questa ovvietà.

Sorpresa dalla brutalità. Rossella era su quei treni, tra quegli ulivi ingiustamente silenti, indifferenti.

E io, colpevolmente, non so nemmeno cosa ci stesse facendo su quel treno.

Solo adesso realizzo quanta enorme, immensa poesia Rossella portasse con sé. E quanto io mi sia solo limitata ad ascoltarla distrattamente.

Rossella, capelli lunghi e pelle scura, una dama di grazia che sapeva urlare per le sue sorelle, per le donne che non conoscono né la grazia né la bellezza.

Rossella, finita in un romanzo. Una donna poetica con un finale letterario. Ingiusto.

Come ingiuste sono queste righe, inutili, perché parlano di me attraverso lei.

E non sono mai stata brava con le citazioni, perché le ricordo ma non le so attribuire, ma qualcuno aveva detto che la morte è uno strumento che i vivi usano per parlare delle proprie emozioni. Perché nella “normalità” dei giorni non ne parliamo mai.

Rossella, la tua grazia arriva anche così: mi hai fatto riscoprire cuore pulsante, mi hai fatto ricordare quanto sia fatta anch’io di carne e inchiostro.

E mi dispiace aver attraversato la tua vita così.

“Fiore di campo nasce

dal grembo della terra nera,

fiore di campo cresce

odoroso di fresca rugiada,

fiore di campo muore

sciogliendo sulla terra

gli umori segreti.”

(Peppino Impastato)

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Mai più, mai più, mai più! Treni sicuri, giustizia vera: firma la petizione


1 COMMENTO

  1. Sono di Corato e vivo a Taranto. Ho seguito con trepidazione e a distanza i fatti drammatici del 12 luglio, seguendo attraverso i miei cari l’ evoluzione dei fatti , mi sono molto addolorata per quello che è successo e per quello che sarebbe successo ad un ragazzo che conosco e a coloro che che per un ” caso buono e provvidenziale” si sono trovati nelle ultime carrozze.È evidente che siamo tutti legati e responsabili nel bene e nel male dei nostri fratelli uomini . Forse occorre che ciascuno si renda conto di quanto prezioso o devastante può essere il proprio lavoro nei confronti degli altri nostri fratelli uomini!Speriamo che questa sia un’ occasione importante per prendere coscienza che siamo realmente interconnessi e legati nel bene e nel male ! E sopra tutti sia riconosciuto il Signore del tempo e dello spazio che ha avuto e ha pietà delle nostre prometeiche presunzioni!Grazie per gli articoli non banali

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