«Preoccupati più della tua coscienza che della reputazione. Perché la tua coscienza è quello che tu sei, la tua reputazione è ciò che gli altri pensano di te. E quello che gli altri pensano di te è problema loro»

(Sir Charlie Chaplin)

Ci sono luoghi che vanno ben oltre il limite fisico: se pensate ai luoghi dell’anima, io vi dico che non lo so di quali luoghi si tratti. Quello che so è che si tratta di posti legati al sé, imprescindibili dal sé, indispensabili per la sua stessa sopravvivenza.

Credo si possa provare a dar loro innumerevoli nomi, eppure ora me ne viene in mente solo uno: coscienza.

Orbene, si potrebbe pensare a un concetto valido tout court: sostantivo femminile, co-scièn-za, la facoltà immediata di avvertire, comprendere, valutare i fatti che si verificano nella sfera dell’esperienza individuale o si prospettano in un futuro più o meno vicino.

Qui, però, si è ben lontani dalle pagine del dizionario. Nel posto in cui sono, coscienza è una sola cosa: sinonimo di specchio. E non è il luogo delle fustigazioni, dei parametri imposti dal sistema, della valutazione e del senso di colpa. Niente di tutto questo.

Coscienza è l’altra me, coscienza sono io; forse penso allo specchio solo per un fatto di comodità di pensiero ed esposizione, ma non è nemmeno di riflesso ciò a cui faccio riferimento: è la mia pancia, più nettamente il mio stomaco, quello che ad ogni movimento tocca l’epiglottide e dimostra così di essere profondamente empirico e tangibile.

Una situazione dove le chiacchiere stanno a zero: la coscienza è quella che sa di avere un compito, sa che quel compito (come ogni compito nella vita) non è e non può essere fine a sé stesso; sa che quel compito andrà a ruota libera a modificare il corso di altri destini e sa anche che all’interno di quel compito c’è più di una faccia giocata.

La coscienza, quindi, è quella cosa che impedisce a quel gioco di essere una roulette russa, quella regola che include la realistica possibilità di perdere, ma fa ineludibile la necessità di pianificare tutto affinché la perdita sia l’ultima delle possibilità, solo la variabile impazzita contro cui nessun uomo può nulla.

In sostanza la sconfitta, rispetto al compito in sé, deve essere solo imputabile al volere di Dio: comunque vada, lei lo sa che tutto è già scritto, ma ciò che la rende una cosa diversa dal resto è il suo essere incapace di lasciare niente al caso. Lei deve uscirne pulita e, soprattutto, non deve insozzare null’altro.

Dunque, si tratta di ore, non di giorni, settimane, mesi, anni. Solo ore, brevi e profondissime, scandite da minuti impermeabili: qualsiasi evento tellurico non potrà scomporre il suo fine ultimo, provare a riuscire.

Ha tanto le fattezze della superbia, cioè il volto del suo esatto opposto.

In realtà è responsabilità assoluta. Peso infinito e schiacciante. Necessità di salvarsi e di salvare. Bisogno profondo di proteggere l’indomani di quelle ore, quando sarebbe impossibile alzarsi senza il profondo sentire di aver agito in anima, corpo, cognizione, emotività, spirito critico e intelletto.

Alla fine, nessun uomo può avere la pretesa della ragione ad ogni costo: pertanto la lotta sta nel fare il proprio meglio, porsi un obiettivo per volta e non lasciarsi sviare dalla meta, combattere per scoprire gli elementi di base e fare il proprio dovere. In gergo tecnico coloro che contano parlerebbero di azione della persona nella sua globalità; io, anche in questo, vedo solo ed esclusivamente una cosa: Amore.


FontePixabay.com rivisto da Eich)
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Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.