«Ma niente.

Come se fosse antani»

(Amici miei)

Erano giorni amorfi. Appena trascorsa l’ennesima tempesta che chiunque avrebbe travisato senza coglierne le vere cause, pensava che un naufrago sopravvissuto doveva sentirsi esattamente come lei in quei momenti: deprivato dei muscoli. A fatica teneva su il collo, addirittura.

In realtà aveva un problema anche di ordine pratico, a cui proprio non aveva fatto caso.  Erano mesi che non tagliava i suoi capelli, quelli si erano fatti davvero lunghi ed ogni volta che non erano perfettamente puliti, diventavano pesantissimi da reggere. Ecco, aveva bisogno di fare uno shampoo, doveva alleggerire il suo cuoio capelluto per salvare il suo collo.

Fece ricorso a tutto il coraggio che aveva, poiché anche quella le sembrava un’impresa titanica ed infilò la testa sotto l’acqua bollente, così come le piaceva. All’inizio, è vero, faceva un po’ male, ma poi diventava una panacea.

Impiegò diverso tempo, quella chioma era complicata, non solo per lunghezza. Si annodava come fosse un cespuglio ed aveva bisogno di tutto quanto lei detestava per essere domata e pettinata, senza rischiare che la spazzola, dopo, tirasse via con sé anche residui di pelle.

Quindi dopo lo shampoo, giù di balsamo e crema, tempo di attesa perché agissero, risciacquo abbondante e tutta la pazienza di Giobbe chiamata in causa: doveva decidersi ad assoldare qualche portatore sano di forbici. Ma aveva un problema: l’orticaria per i parrucchieri, che vedeva da sempre come insopportabili ed inutili alveari di comari. Non ci andava mai, aveva un vero  e proprio rifiuto e, normalmente, si faceva salvare la vita da un’amica molto pratica in materia che, però, qualche mese prima era partita per lavoro e non si era ancora decisa a rientrare.

Ecco, se lei era Giobbe in quella circostanza, la sua amica mani di forbice avrebbe avuto le sembianze di una teofania, al suo ritorno.

La teofania… cosa era andata a pensare. Lo specchio era coperto dal vapore, il calore del phon lentamente diradava la patina ed altrettanto lentamente lei tornava a vedersi, ma non si stava guardando. Era totalmente persa in quel sostantivo, nell’istante della sua vita in cui aveva avuto la conferma dell’esistenza di Dio.

All’epoca fu una conferma umana, umanissima e per questo limitata, limitatissima. Aveva guardato qualcosa, in uno specifico momento e si era sentita invasa da tutta la grazia che potesse immaginare.

Conosceva davvero pochissimo quel che aveva davanti, eppure le era bastato. In quei tratti lei, direttamente con la pancia, aveva visto quali fossero in terra le fattezze della bontà e si era sentita morire dalla felicità, perché aveva irrimediabilmente avuto la prova che la bontà fosse qualcosa di  terribilmente umano. Come la bellezza. E già in quel momento la cosa le aveva fatto male: ebbene sì, di bellezza e di bontà si può soccombere.

In quell’esatto istante, nel riflesso rimandatole dallo specchio, rivide quel momento incancellabile. Scoppiò in lacrime: incontenibili ed improvvise gocce di sale e miele, che le bucavano le budella. Così dirompenti che le venne da vomitare. Tutto ed il suo contrario, sembrerebbe detta così.

Ma la verità è che le stava passando per la mente un intero film: pareva stesse soffrendo, invece, per quanto assurdo, lei era commossa.

E più se ne accorgeva, più piangeva. Commossa in modo devastante; nel modo in cui solo il ricordo di una teofania può devastare. Ed in una maniera che non è possibile rendere a parole, poiché il concetto resterebbe incompreso come spesso accade a chi Giobbe lo deve studiare: ha patito tutto il male del mondo pur essendo del tutto incolpevole, non ha mai mollato, né mai è stato graziato e poi, improvvisamente, ha dovuto ri-credere a Dio semplicemente perché Lui si è svegliato e gli ha mostrato il creato. Vai a comprenderlo, se non ti capita! Non esiste esegeta capace di passarti l’essenza vera del messaggio, se la teofania sotto forma qualsiasi non ti si palesa.

La bontà infinita di quella figura, la delicatezza senza sconti che nessuna copertura poteva tenerle nascosta, la sconfinata inconsapevolezza la disarmavano e solo una cosa la feriva profondamente: non poteva urlarlo poiché l’avrebbero fatta arrestare, specie considerata l’ora tarda.

No, non era certo Dio che le causava quello stato, o almeno non era quello che lei poteva credere in quel momento: aveva smesso di parlare con gli invisibili per troppe ragioni.

Era l’amore con una forma precisa, l’amore universale intendo. Quello a cui non sapeva più dare un nome, un volto, una forma. Ma quello a cui non avrebbe mai più potuto smettere di credere, poiché quello lo aveva visto e chiacchiere non ce ne vogliono.

Adesso, solo una colonna sonora sembrava mancare a quel quadro e come pensarne una tanto soave e perforante quanto ciò che le rimandava il pensiero di quella figura?

In nessun modo; sarebbe venuta. Da sola. Un bambino, sei corde ed un per favore:

Recuérdame hoy me tengo que ir mi amor

Recuérdame, no llores por favor

Te llevo en mi corazon y cerca me tendras

A solas yo te canataré soñando en regresar (…)

(Miguel y Coco – Disney Pixar)

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FontePhotocredits: pixabay.com
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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

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