Warehouse worker lying down on floor after having accident from working in the factory. safety and protection for risky career

A chi muore lavorando

Non dobbiamo dimenticare
il fiore spezzato sull’asfalto.
L’uomo plasma la materia
e spesso ne resta schiacciato.
Un gesto, un istinto,
fermarsi per evitare il vuoto,
e invece cadere dentro.

Un uomo di cinquantasei anni,
travolto da ciò che cercava di fermare,
muore senza epica, senza gloria,
con il cuore nudo e la schiena dritta,
mentre il mondo non sa tacere.

Siamo piccoli davanti alla morte.
Le morti invisibili del lavoro,
urlano giudizi, e i petali cadono
su di noi, pietre che ridono.
La morte è un passaggio,
e noi ci accalchiamo sull’uscio
a commentare le scarpe, il vestito.

Eppure, un uomo muore
nel cuore dell’officina,
tra ruggine e polvere d’oro,
con la cena ancora da raccontare.
Non ci si aspetta amore,
ma almeno presenza.

E così, ci abituiamo
a pensare che sia normale
il lavoro uccide,
le parole feriscono.

C’è il vuoto del ponte

tra il gesto assente

e quello che salva

E allora scriviamolo,
in ogni lingua possibile,
col sangue, col fiato, col silenzio:
Ogni morte è un altare.
Ogni uomo ha il diritto a una corolla.
Ogni operaio lavora
su un pezzo di mondo.
Ogni parola può essere una carezza,
o una ferita.

Ogni sistema che non rispetta
la vita di chi lavora, è responsabile.