Il Vangelo è un’esperienza di gusto…

De gustibus non disputandum est: quante volte lo abbiamo sentito, magari detto e ripetuto per giustificare certe nostre scelte davanti a chi proprio non le approvava.

Chissà da dove nasce il gusto per qualcosa, per qualcuno. Dal film Inside out abbiamo imparato sicuramente che il disgusto è una delle emozioni fondamentali e, lungi dall’esser giudicata con facilità come qualcosa da correggere, essa può proteggerci o addirittura salvarci da cose e situazioni palesemente sgradevoli. Se non provassimo disgusto per sostanze non commestibili, ad esempio, potremmo trovarci in serio pericolo; così se non sperimentassimo il disgusto per qualcosa di spiacevole, non potremmo avere gusto per il suo corrispondente piacevole.

Forse non ci pensiamo abbastanza, ma quelli che consideriamo valori o disvalori derivano da esperienze di gusto o disgusto assolutamente soggettive, purtroppo o per fortuna: può accadere, ad esempio, che un bambino profondamente e negativamente segnato dalla malattia di un genitore diventi un grande medico o comunque una persona impegnata ad alleviare le sofferenze altrui; può accadere, ancora, che un altro bambino, educato alla violenza e all’illegalità, possa abbracciare da grande uno stile di vita poco lecito. Qualche anno fa gli studenti di una scuola superiore di Napoli hanno affermato di voler bene alla Camorra perché «li fa sentire al sicuro, protetti». E prima di scagliarsi contro l’ovvia assurdità di una tale affermazione, occorrerebbe un serio esame di coscienza: forse alla scaltrezza della mafia nel suscitare gusto per i propri disvalori corrisponde l’incapacità delle agenzie formative “ufficiali” a trasmettere il gusto eccedente per una vita buona.

Ma che strano parlare di gusto in questo modo! La parola di per sé ci rimanda ad una bella tavola imbandita. Effettivamente il più grande controsenso del senso del gusto passa per la tavola: a tavola si può scegliere di mangiare soltanto oppure di gustare il cibo, magari insieme, magari tra quattro chiacchiere edificanti a tv spenta; di ingurgitare per togliersi il pensiero o, chissà, per mandare giù i pensieri stessi o di assaporare lentamente e con piacere. Molto dipende da chi serve, se è disposto a servire s’intende: abbozzare un pasto nella fretta, senza grazia e con la fissazione di adempiere, in fondo, solo una schiavitù domestica, non garantisce a chi mangerà un’esperienza oltre le cose in loro stesse.

Dal cibo passa l’amore. E l’amore è l’unica cosa che tutti, tutti abbiamo il piacere, l’urgenza, il desiderio e il bisogno di gustare. C’è di più: l’amore suscita a sua volta il gusto delle cose belle, l’affezione ai valori buoni della vita e ai grandi sogni, in grado di incidere la storia di significato. Del resto il verbo greco che traduce gustare è la forma medio-passiva di prosphèro, ossia apportare, arrecare, contribuire, azioni legate alla motivazione per qualcosa e alla conseguente azione concreta.

Si parla spesso di disaffezione alla fede: se la vita ecclesiale non sarà in grado di suscitare il gusto per un umanesimo pieno e nuovo attraverso la condivisione autentica, em-patica della gioia e del dolore della gente, potrà sperare ben poco di trasmettere il Vangelo. Il Vangelo è un’esperienza di gusto …e non solo perché il Maestro decise di spezzare del buon pane e condividere del buon vino insieme ai suoi più cari amici prima di affrontare la sua notte, ma anche nella misura in cui quello stesso Maestro, con gesti di inequivocabile cura per la carne, frequenta, sceglie come amici, valorizza, riporta alla vita persone ai margini, abiette, sfruttate, derelitte, reinnamorandole della vita stessa, reinserendole nelle sue contraddizioni, riaffezionandole di conseguenza ai valori buoni.

Parallelamente anche i genitori e gli educatori in genere hanno un lungo cammino davanti: gustare diritti e doveri, libertà e limiti, passato e avvenire, trionfi e sconfitte per suscitare nei più giovani il medesimo gusto del presente, di un’esistenza globalmente accolta e vissuta. Siamo reduci da secoli di educazione puramente cognitiva: «Questo è il bene. Adempilo!». È quanto mai urgente percorrere un’altra strada: «Guarda, tocca, ascolta, odora, gusta quanto è bella, tenera, gradevole, profumata, dolce e buona questa cosa. Ti va se la guardiamo, tocchiamo, ascoltiamo, odoriamo, gustiamo insieme?». È diverso. È una rivoluzione: a educare non sono le informazioni, è il coinvolgimento sensoriale ed emozionale.

Ma ci vogliono palati sopraffini per questo.


FontePhotocredits: Michela Conte
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Sono un'insegnante, anche se il più delle volte sono io quella in-segnata dai miei studenti. Sono una ricercatrice, perché cerco piste di rilevanza pubblica per una materia troppo fraintesa e troppo di nicchia: la teologia. Sono una giornalista e faccio cose con le parole. "Quello che non ho è quel che non mi manca" (F. De André) e sono immensamente grata alla vita perché, non senza impegno e sacrificio, "ho trovato amore nel mezzo de la via, in abito legger di peregrino" (Dante Alighieri, Vita nova)